Un lupo mannaro americano a Londra, di John Landis (1981)

di Carla Nanni

“Blue moon

You saw me standing alone

Without a dream in my heart

Without a love of my own”

Blue Moon (Richard Rodgers-Lorenz Hart)

Le sere d’autunno quando fuori piove e l’aria si colora di fuoco e nuvole sono le più indicate per rispolverare Cult movies e vecchi classici. I film visti e rivisti hanno il potere di farci sentire al sicuro, cullarci nella certezza di un finale conosciuto, con dialoghi che si ricordano a memoria e colonne sonore che sentiamo da una vita… magari come Blue Moon, nella versione di Bobby Vinton.

Inserita nel paesaggio brullo e desolato della brughiera inglese però, quella musica cosi dolce diventa anche un po’ inquietante. Subito si avverte un senso di oppressione, nonostante gli spazi sconfinati e le inquadrature panoramiche. È l’inizio di Un lupo mannaro americano a Londra”, pellicola del 1981 di John Landis infestata di lupi mannari, credenze popolari, incantesimi, orrori e sangue.

Se da un lato il film di Landis si inserisce facilmente nel genere horror, ancora più facilmente se ne discosta, quando presenta una critica ai costumi e alle relazioni politiche e culturali tra Europa e Stati Uniti nemmeno troppo velata in alcune scene del film, o quando alleggerisce la tensione e la violenza con scene palesemente ironiche. Un miscuglio di generi, in cui l’Horror in effetti ha poco spazio, se non quello assegnatogli per raccontare l’uomo che si trasforma in bestia, regredendo allo stato di animale rabbioso.

David e Jack (David Naughton e Griffin Dunne) sono due statunitensi in viaggio nella vecchia Europa dopo aver terminato gli studi. Sbarcati in Gran Bretagna si concedono un’avventura tra le campagne inglesi, cercando rifugio per la notte in un vecchio pub dalla strana insegna. Non vengono bene accolti: gli abitanti del villaggio nascondono segreti che è meglio non rivelare e i due vengono cacciati, avvetiti però dei pericoli che incombono li intorno, soprattutto nella notte di plenilunio. Proprio quella notte.

“Rimanete sulla strada e guardatevi dalla luna”

Gli echi di una bestia si fanno presto sentire. I due, presi dal panico, si perdono nella nebbia e nel piattume di quella landa tutta uguale. Non hanno scampo e quando vengono attaccati, Jack muore dilaniato, mentre David viene solamente ferito, salvato in tempo dagli abitanti del villaggio, pentiti di averli lasciati soli. David si sveglia tre settimane dopo in ospedale. Le ferite sono guarite anche se il trauma è stato forte, tanto da regalargli incubi notturni e spaventose visioni: è Jack che lo viene a trovare, in forma di cadavere dilaniato dai morsi della bestia e condannato a vagare in un limbo, come un non morto, a causa della maledizione che lega il lupo mannaro alle sue vittime, fino a che la linea di sangue della bestia non sarà fermata. Jack consiglia fortemente a David di suicidarsi, perché la prossima bestia cova dentro di lui e anche lui ucciderà condannando altri alla condizione di cadavere ambulante.

John Landis sceglie la figura del lupo mannaro, che è la più triste delle figure fantastiche, per mettere in scena la crescente alienazione di un essere umano, che inizia dai primi attimi del film – con i due amici stranieri nella brughiera fredda e desolata – continua con la perdita di uno di loro e culmina con la discesa di David all’interno dei suoi incubi , con i suoi sensi di colpa e la totale solitudine nonostante la bella infermiera Alex (Jenny Agutter) che si prende cura di lui e di cui poi si innamora.

Una scena significativa, la conversazione tra David e Alex, quando lui si sta convincendo di essere un lupo mannaro, dopo l’ennesima visita di Jack. “Io credo che un lupo mannaro possa essere ucciso solo da chi lo ama”, dice David ad Alex, oramai prossimo alla sua prima luna piena.

David è un uomo sofferente e solo e questa sofferenza culmina nella scena della prima trasformazione, quando il mostro esplode dentro di lui senza preavviso, manifestandosi fisicamente e mutando il corpo del povero David in quello di una bestia a quattro zampe, assetata di sangue.

John Landis voleva che si sentisse questa sofferenza, che si vedesse con una luce chiara e tutto in una sequenza. Sulle note di Blue Moon, questa volta nella versione di Sam Cooke, Rick Baker compie un miracolo di trucco e di effetti speciali, miracolo che gli vale un Oscar, il primo in assoluto per questa categoria. La sofferenza si nota sotto la luce agghiacciante e ferma dell’appartamento, si sente nel corpo che si spezza e si allunga , nel volto di David che grida e si riempie di zanne e pelo. Dieci giorni di riprese, dieci ore al giorno di lavoro per realizzare solo questa scena, ma ne è valsa la pena, soprattutto se dopo quarant’anni, nell’era in cui i cellulari fanno anche il caffè, ci stupiamo di come sia cosi percepibile, vera, spaventosa, emozionante.

Non è una commedia, è divertente spero, ma non è una commedia…” : lo stesso John Landis prova a fare chiarezza su Un lupo mannaro americano a Londra. La chiamano commedia Horror ed ha all’interno scene davvero esilaranti, per essere un vero e proprio horror, come quella del cinema porno, in cui David incontra un Jack ormai ridotto uno scheletro e gli altri appena uccisi dalla bestia, che gli suggeriscono il miglior modo per uccidersi e farla finita; eppure il film di Landis si inserisce a pieno titolo tra i cult del genere perché scava a fondo nelle paure più profonde dell’essere umano, nella sua diversità e nell’accettazione del proprio essere.

Dissacrante, come ogni firma di John Landis, spaventoso, come un ottimo horror, divertente e capace di tenere sempre alta la tensione, nonostante l’ennesima visione, avvolti in una coperta calda in una sera d’autunno di fuoco e di nuvole.

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