“Zlatan”, di Jens Sjögren (2021)

Di Silverio Acciaccarelli

Un biopic? Su chi? Su un calciatore? Uno che spesso parla di sé in terza persona… Messa così ci sarebbero tutti gli elementi per far storcere il naso e scegliersi un altro film in sala. Commettendo un errore, perché “Zlatan”, uscito in Italia l’11 novembre, non è la celebrazione delle gesta di Ibrahimovic, il quarantenne campionissimo giramondo autore anche sabato sera di 2 goal col Milan. Anzi, il film diretto Jens Sjögren, finisce un attimo prima della sua prima vera opportunità nel calcio che conta

La pellicola prende spunto da “Io, Ibra”, titolo asciutto che in due parole riassume l’essenza del personaggio, la biografia scritta a 4 mani da Zlatan e da David Lagercrantz. Una biografia che si pone nel solco di “Open” di Andre Agassi e del premio Pulitzer J. R. Moehringer, in cui il motore di tutto l’impianto narrativo sta nel racconto di infanzie complesse e dei sentimenti con i quali si viene a costruire il campionissimo.

E infatti “Se vieni da Rosengrad devi essere bravo il doppio” è il concetto che ha ben chiaro questo figlio di genitori separati immigrati serbi in quel quartiere popolare di Malmoe. I driver del film sono 3 storie calcistiche parallele che partono e arrivano allo stesso modo: il racconto di come Ibrahimovic, tra mille difficoltà ambientali-familiari-relazionali, riesca a far salire di un gradino la propria carriera. Una infanzia tra scuola e addirittura un insegnate di sostegno, squadra del quartiere, aiuto alla madre che di sera pulisce uffici e la separazione forzata da lei che lo porterà a vivere col padre umile lavoratore e grande appassionato di Alì (magistralmente ripresa dal libro la scena del trasporto del letto da Ikea a casa). Ma nonostante questo l’undicenne interpretato da Dominic Andersson Bajraktati arriverà al Balcan, la squadra più importante degli slavi della città. Una città che fa non solo integrazione, ma multicultura: Zlatan, infatti, fa lezioni di serbo nelle ore pomeridiane.

Il frigo vuoto a casa con papà sarà la costante della seconda storia, quella interpretata dal convincente e somigliante Granit Rushiti e vissuta in una delle accademie calcistiche svedesi più importanti, il Malmoe a cui approderà dopo essere stato notato da un osservatore. Nella terza storia, quella all’Ajax di Amsterdam, lo spazio sociale del film si restringe ulteriormente.

“Zlatan” merita una sottolineatura finale: la sensazione che il regista Jens Sjögren abbia mandato a memoria la lezione di Guy Ritchie in “Take It To The Next Level: l’incredibile spot di una notissima marca di abbigliamento sportivo. Si assiste infatti a scene calcistiche autentiche e non ad una teatralizzazione del gesto tecnico che lo rende sintetico, lento e quindi falso.

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