Nosferatu il vampiro, di Friedrich Wilhelm Murnau (1922)

di Girolamo Di Noto

Può il cinema essere capace di rendere visibile l’invisibile? Può raggiungere risultati strabilianti, terrorizzare e affascinare in un sol colpo? Ebbene sì, Murnau, con il suo Nosferatu il vampiro ((Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), riesce a raggiungere un risultato insolito nel cinema: dirige una sinfonia dell’orrore utilizzando tutte le possibilità espressive del cinema per sollevarsi oltre i limiti del realismo e trasformarsi in una riflessione metafisica sul Male.

La storia immortale di Nosferatu, il non-morto che semina peste, che assorbe le forze vitali, che manipola la mente umana, finché un sacrificio femminile farà sorgere l’alba sulla città liberata, è uno dei capolavori più perturbanti della settima arte. Sceneggiato da Henrik Galeen (autore di altri gioielli come Il Golem e Il gabinetto delle figure di cera), che cambiò nomi e ambientazioni per cercare di non pagare i diritti d’autore, il film è prima di tutto un omaggio al Romanticismo tedesco e al Naturalismo del cinema scandinavo di Sjöström e Stiller.

Nel volume sul romanticismo europeo Alfredo De Paz scrisse: “Nella notte tutto è possibile e la difficoltà dell’azione e della conoscenza si fondono come per incanto nell’immensità oceanica dell’ombra”. In Nosferatu la notte è una notte in cui circolano tutte le specie di presenze, dove vi sono degli scricchiolii, dei fruscii. È nel cuore della notte che si trascina furtiva la figura orripilante del vampiro: naso adunco, denti aguzzi, lunghe dita, ossessionato da un’innata sete di sangue, Nosferatu ha dato vita a diverse interpretazioni.

Per alcuni ha assunto il carattere di una profezia negativa: è una figura di tiranno assetato di sangue e che succhia sangue e che quindi preconizza l’ascesa al potere di un uomo: Adolf Hitler. Altri, invece, non si accontentano di considerarlo come la raffigurazione orrenda di un incubo collettivo, insistendo sulla natura individuale dell’angoscia di cui il vampiro è l’inquietante materializzazione. Angoscia che ipnotizza, seduce, che circonda la realtà di un alone di sogni e presentimenti, che fa avanzare l’irrazionale contro cui non possono niente le armi razionali degli uomini e che può essere contrastato solo dal sentimento di autoimmolazione della donna.

Il film basa gran parte della sua forza sulla potenza di ogni singola immagine che chiama in causa in ogni momento la morte: l’apparizione spettrale del personaggio, Nosferatu che porta la bara sulla spalla, Nosferatu che dorme dentro una tomba, Nosferatu funesto portatore di peste. Forse apparirà paradossale, ma anche il non morto finirà per il suo eccesso di vita a richiamare la morte. Scenari cupi, brividi, incubi concorreranno a creare atmosfere terrificanti, presagi di sciagure: l’amaca vuota del marinaio morto, l’ondeggiare di una lampada appesa nella cabina deserta, le bare piene di terra e topi, una barca con la velatura nera che si muove senza essere vivente a guidarla.

Murnau riesce a creare un’opera straordinaria per intensità e tensione grazie a diversi espedienti: prima di tutto il contrasto- tutto espressionista- tra luci e tenebre: memorabile è la scena dell’ombra di Nosferatu che si scaglia sulle pareti e che si allunga degenerando la forma delle mani, che serve a mostrare la minaccia del Male ma anche la sua impalpabilità e sfuggevolezza.

Il presagio del soprannaturale si materializza soprattutto sul volto cereo del vampiro, nel ragno colto sul viso di un uomo, in una porta che si chiude bruscamente, nell’aspetto sinistro del castello, nei suoi arredi inquietanti, nel cielo costellato da nuvole frastagliate foriere di tempesta, nelle iene che spaventano i cavalli, nella nebbia usata per marcare il passaggio dal mondo reale a quello misterioso, arcano. Murnau finisce coll’abolire i limiti tra il reale e l’irreale, dapprima ben separati, mostrando come il perturbante- quello che Freud definisce l’unheimilich, il non familiare – prenderà il sopravvento.

Nelle prime inquadrature del film si presenta un contesto familiare indiscutibile: vediamo il marito Hutter davanti a uno specchio, intento ad annodare il papillon, tutto allegro e radioso e subito dopo la moglie Ellen che gioca con il gattino. Agli antipodi di questa scena di vita quotidiana si situa il mondo delle tenebre di Nosferatu, impresso nella mente dello spettatore attraverso le vedute del bosco, del castello a strapiombo, dello scheletro che batte le ore.

Già nella sequenza iniziale possiamo avvertire un oscuro presagio di morte: l’armonia presente in casa della coppia caratterizzata da baci, moine e abbracci e culminata con la raccolta dei fiori per Ellen comincia a vacillare dalle parole della donna presenti nella didascalia: “Perché li hai uccisi i fiori…i bei fiori”. Nulla di cui tormentarsi, ma è già un primo timido indizio che lascia intuire che l’armonia durerà poco e si incrinerà e prenderà una piega dolorosa quando il giovane attraverserà il ponte per raggiungere il conte nel trattare l’acquisto di una proprietà.

“E quando attraversò il ponte i fantasmi gli andarono incontro”, recita la didascalia. Il ponte rappresenta il passaggio dalla luce alle tenebre, dal razionale all’inconscio, separa il Bene dal Male, ma nella sua forza simbolica è lì anche ad unire amore e morte, incanto e orrore. Sebbene Nosferatu sia una creatura ripugnante, il suo fascino risiede ben oltre l’apparenza del suo aspetto, è nello sguardo penetrante, magnetico che ipnotizza le proprie vittime lasciandole prive di volontà.

Sorprende, infine, in Murnau l’uso sapiente del montaggio, questo procedere per interpolazione di immagini, per blocchi visivi, così come lasciano incantati i tanti richiami pittorici presenti nel film, dalla pittura di Caspar Friedrich ai disegni di Kubin come la Hyane che ci mostra la iena come una sorta di vampiro che divora i cadaveri umani nei cimiteri, fino al dipinto di Kirchner, Der rote turm in Halle, che balza subito ad un occhio attento già nella prima inquadratura della piazza della cittadina dominata dal campanile di una chiesa.

Nosferatu resta un capolavoro senza tempo, dalla dirompente forza visiva, che impersonifica le nostre fantasie più angoscianti, testimonianza d’arte pura che nemmeno lo struggente e implacabile trascorrere del tempo potrà mai scalfire.

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