CLOSE-UP (Nemā-ye nazdīk), di Abbas Kiarostami (1990)

di Loredana Castellana

Fino a che punto la passione per la settima arte, può tradursi concretamente in poesia pura? Il genio di Kiarostami è nel comprendere che per realizzare un film che sia di poesia, ci sia bisogno di un protagonista che viva intimamente un suo profondo lirismo personale. Ed ecco che da un fatto di cronaca minore, una tentata frode, il regista, incuriosito da questa inusitata vicenda, decide di realizzare un documentario e chiede alla corte di riprendere il processo, abbandonando per circa un mese e mezzo un altro progetto a cui stava lavorando. A quanti si chiederanno come sia stato possibile assistere e intervenire in un processo, Kiarostami dirà semplicemente: “molte cose sono proibite in Iran, ma ciò che è impossibile altrove è possibile qui!”

Sfumando la linea tra ciò che è reale e ciò che è ricostruito, Close-Up è veramente unico ed è un esempio incredibilmente originale, meditativo e magistralmente costruito, di cinema sperimentale, che offre un interessante sguardo sulla psiche di un uomo ricco di sfaccettature, mentre mostra la magia del cinema.

Abbas Kiarostami

Il film ha anche un umorismo sottile, ma si guarda bene dal prendere in giro i protagonisti della vicenda e lascia allo spettatore le proprie intuizioni. Per esempio, all’inizio del film, un giornalista e due poliziotti viaggiano in taxi verso la casa della famiglia benestante e vittima del caso. In fondo si tratta di un banale caso di tentata frode, ma il reporter ne parla come di un caso eclatante, anziché semplicemente curioso o originale e si pavoneggia menzionando grandi nomi del giornalismo internazionale, come quello di Oriana Fallaci. Quando arrivano a destinazione, c’è ogni tipo di discussione su chi deve entrare, chi deve rimanere nascosto, ecc. Alla fine, tutti e tre gli uomini entrano nella casa dove, ovviamente, sta per succedere qualcosa di importante.


Ecco uno dei molti esempi dell’incredibile abilità narrativa di Kiarostami. Spesso colloca la sua macchina da presa e indirizza la nostra attenzione su eventi che sono alla periferia dell’azione, piuttosto che al centro. Qualsiasi altro regista avrebbe portato la macchina da presa nella casa per filmare l’azione. Non Kiarostami. Rimaniamo fuori, con il tassista. Improvvisamente ci si rende conto che qualcosa sta avvenendo all’interno della casa, ma noi non lo vediamo. Kiarostami ci mostra che molte cose stanno accadendo simultaneamente ma la periferia è ciò che ha scelto di mettere in primo piano. Perché? È forse negli spazi interstiziali dell’esistenza che accadono le cose più sublimi, la vita vera?

Il giardiniere della famiglia ha spazzato e raccolto le sterpaglie in un mucchio sulla strada. Il tassista lascia il suo taxi in cerca di fiori. Insieme ai fiori, trova una bomboletta spray vuota: la spinge in strada col piede, dove la vediamo rotolare e rimbalzare lungo la discesa. Non si può non esprimere predilezione per questa scena, in cui la macchina da presa cattura splendidamente il rotolare della bomboletta sopra un paio di foglie secche, sollevandole e lanciandole a pochi centimetri in aria. Non sono sicura se supporre che questa immagine rappresenti qualcosa di preciso, forse che la vita scorre e non si sa dove andrà a parare, ma se si rimane costantemente attenti ad osservare, forse tutto esprime un dolce, drammatico, malinconico, struggente senso poetico? Oppure la scena è un modo per mostrare come la vita possa avere sempre un risvolto inaspettato?

I protagonisti del film sono le persone coinvolte direttamente nei fatti: l’agiata famiglia Ahankhah e l’imputato Hossein Ali Sabzian. La signora Ahankhah sale su un bus e si siede accanto a Sabzian che tiene in mano un libro. A lei piace il libro, conosce il film che ne è stato ricavato, in quanto i suoi figli sono appassionati cinefili e lui le regala una copia del libro spacciandosi per il suo eroe, il regista Mohsen Makhmalbaf.


Sabzian è un personaggio insolito e affascinante e casualmente si imbarca in questo inganno. Non stava cercando di rubare o imbrogliare la famiglia. Ma li ha ingannati. La sua motivazione è quasi ovvia. Fuori dalle mura della casa di questa famiglia è solo un essere insignificante che riesce a malapena a tirare avanti. Dentro quella casa è un regista prestigioso e ammirato. Chi preferiremmo essere, se fossimo al suo posto?

Questo pover’uomo vuole essere, esistere, provare cosa significa essere importante e si identifica con un regista che “ha parlato per me e ha rappresentato la mia sofferenza”. La famiglia con cui interagisce è inizialmente ammaliata dall’idea di poter apparire in un film. È una famiglia benestante, i cui figli, seppur laureati, sono costretti a fare lavori umili.  Anche loro si illudono di trarre vantaggio da quello che credono essere un fortunato incontro.


Durante tutto il processo, Kiarostami cerca di catturare con la macchina da presa la verità intima dell’imputato. Sabzian è di un’innocenza disarmante, spiega in modo toccante le ragioni che l’hanno indotto a impersonare Makhmalbaf, che riflettono un’amara verità sulla società in cui viviamo. Da un lato parla della sua condizione patetica di uomo cosi povero da non poter comprare nemmeno un dolcetto per i propri figli e dall’altra dell’incondizionata stima, del rispetto e dell’ospitalità che ha ricevuto dalla famiglia quando ha finto di essere qualcun altro, qualcosa che non avrebbe mai sperimentato altrimenti.

Dopo il film Sabzian ottiene una certa notorietà, ma non sempre benevola. Infatti lamenta che agli occhi dell’Iran, la sua immagine è „solo“ quella di un truffatore, di un poco di buono. In effetti ammette che la sua, più che una passione per il cinema, è sempre stata un’ossessione totalmente travolgente e distruttiva. È causa del suo divorzio e poi della lontananza prima da un figlio, poi anche dall’altro; al lavoro non è mai ben visto, poiché si intrattiene in lunghe ed entusiasmanti discussioni sul cinema con i suoi colleghi di lavoro e questo ovviamente irrita i padroni; patisce insomma la continua mancanza di mezzi per sostentarsi, perché quel poco che possiede lo spende per il cinema.

Sabzian e’ straordinariamente lucido e acuto, e queste sue caratteristiche lo rendono estremamente interessante. In una intervista ammette le sue „colpe“ ma rifiuta, come nel processo, l’etichetta di truffatore e pone un suo personale interrogativo: chi e’ il truffatore? E’ colui che si spaccia per qualcun altro, senza tuttavia arrecare alcun danno, oppure è la famiglia che lo accoglie in casa, credendolo un regista, sperando di poter ottenere un proprio tornaconto? Oppure il truffatore è Kiarostami stesso, che ha usato questa vicenda per girare il film che lo consacrerà come un regista di fama internazionale?

Close-Up è un’opera che con uno stile pacato si rivela estremamente potente e a un livello più ampio mostra il potere e la magia del cinema come mezzo d’arte. Mostra inoltre come il cinema possa ispirare un signor nessuno e dargli un senso di gioia, identità, catarsi e un sollievo dalla sua dura e inesorabile realtà. Come il rotolare della lattina, che diviene importante e assume un significato soltanto se qualcuno decide di coglierne l’essenza.

Hossain Sabzian è un signor nessuno costantemente tormentato dall’inadeguatezza finanziaria ed esistenziale. Ma il cinema gli dà gioia. E paradossalmente il suo espediente gli porterà fortuna. Kiarostami con questo film riscatta l’uomo. Dà a Hossain esattamente ciò che desidera: attenzione e rispetto. Lo rende protagonista del suo stesso film. Realizza il suo sogno (infatti durante il processo Abbas Kiarostami gli chiede se dopo questa esperienza si senta più regista o più attore e Sabzian dice che da attore può esprimersi profondamente con tutte le fibre del proprio essere e cita persino Tolstoy. Quante occasioni di dissertazione intellettuale può un uomo che proviene da cosi in basso avere nella sua vita? Non è anche questo un privilegio dal quale si è esclusi se non si appartiene agli strati sociali „elevati“?); Infine Kiarostami e lo scagiona dall’accusa morale, in quanto grazie a Sabzian anche i Hahnkahr (le vittime) saranno protagonisti di se stessi nella pellicola. Tutti vengono trattati e mostrati con uguale dignità ed empatia.

Il finale è particolarmente dolce. Hossain incontra il vero Mohsen Makhmalbaf e si mette a piangere. L’ultima inquadratura del film è particolarmente profonda – invece della fotografia granulosa da documentario, abbiamo un primo piano splendidamente illuminato del profilo laterale di Hossain con le rose sulla destra dell’inquadratura – un indizio visivo per indicare che il film era un omaggio all’uomo sullo schermo?

Close-Up non è un film: è una cura, un balsamo per l’anima. Poesia, appunto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: