BlacKkKlansman, di Spike Lee (2018)

di Marzia Procopio

È disponibile su Netflix BlacKkKlansman, di Spike Lee, Gran Premio della giuria a Cannes nel 2018, che si apre su una spiaggia piena di feriti di guerra per poi lasciare subito il posto alla predica di Kennebrew Beauregard, il villain interpretato da un magnifico Alec Baldwin che a fine anni ‘50 sciorina, per il suo pubblico, tutti i luoghi comuni del razzismo White Anglo-Saxon Protestant; subito dopo una ripresa dall’alto ci porta fra le montagne del Colorado dove si svolgerà la storia trascinante di Ron Stallworth, il primo agente di polizia nero del dipartimento di polizia di Colorado Springs, che negli anni ’70, contro ogni logica, riuscì a introdursi nel KKK con l’aiuto di un collega bianco che sotto copertura si era finto lui. Lee attinge alle circa duecento pagine del libro di memorie di Ron Stallworth, mettendo accanto al protagonista altri due personaggi che rendono più vivida l’idea di ciò che questo scintillante acchiapparazzisti ha effettivamente ottenuto a Colorado Springs: l’attivista Patrice (Laura Harrier), Presidente dell’Unione degli Studenti Neri, modellata su Angela Davis, e l’alter-ego di Ron, il poliziotto ebreo sotto copertura Philip “Flip” Zimmerman (Adam Driver), che aggiungono più prospettive alla trama.

L’indagine, che tentava di impedire le violenze nelle strade e i famigerati roghi di croci che hanno reso famosa “l’Organizzazione”, portò Stallworth e i suoi colleghi fino al vertice del Klan, al suo Gran Mago David Duke, cui dà deliziosamente corpo un Topher Grace tutto americano, torta di mele e steccati, che sputa odio. È parlando al telefono con Duke, il quale umoristicamente si vanta di saper distinguere anche al telefono un “puro americano bianco” perché sa “come parlano tutti i neri”, che il vero Stallworth (Washington) tesse la trama della sua investigazione, che per i 128 minuti del film mantiene un ritmo elevato e mette insieme più generi, dalla commedia alla Blaxploitation al thriller.

Nel mostrare ancora una volta il più antico e resistente tipo di odio razziale e le sue conseguenze, Lee ha la mano ferma e sicura, forte di una regia senza sbavature e di un montaggio che sovrappone e incrocia le scene del passato e del presente (fino agli incidenti e alle violenze dei fatti di Charlottesville del 2017) e grazie a una eloquente fotografia che incupisce i luoghi chiusi del Klan (ma anche le sale dove si riunisce l’Unione degli studenti Neri) e illumina invece i luoghi di pace, soprattutto gli esterni, accarezzando morbidamente i dialoghi fra il protagonista e Patrice.

L’odio razziale del Klan non è indirizzato ai soli neri, “scimmie” e “rospi”, ma anche agli ebrei e ai froci, ed è un odio che scatena altro odio: il regista sembra particolarmente interessato a esplorare il potere delle parole come strumento per spingere le persone all’azione, così ci mostra due stanze, di cui una piena di persone che evocano il “Black Power” in risposta alle vessazioni di fanatici che nell’altra stanza inneggiano, sotto l’effetto inebriante di film razzisti e discorsi farneticanti, al “White Power”. Parecchio spazio è riservato, sullo schermo, a tre dimostrazioni di ars rethorica: il discorso del Gran Mago Duke, quello dell’organizzatore dei diritti civili Kwame Ture e quello dell’attivista (inventato) Jerome Turner. A Lee interessa fare un discorso sulle masse e sul potere della parola nella psicologia dei gruppi: quando il Klan guarda insieme The Birth of a Nation di David Wark Griffith, un film che ha fondato l’immaginario cinematografico su cui poi gli USA hanno modellato il razzismo subdolo che ancora oggi purtroppo caratterizza la loro società, i suoi membri, ipnotizzati davanti allo schermo, trangugiano popcorn e gridano contro le figure degli attori che si muovono al suo interno.

Ciononostante, un’atmosfera divertente e divertita percorre BlackkKlansmann: come il suo protagonista John David Washington (figlio di Denzel), il lungometraggio è pieno di ritmo, divertimento e spavalderia, un pezzo d’epoca che ha molto da dire sull’America moderna. Lee monta scene di Via col vento insieme alle notizie del 2017 e nella colonna sonora mette insieme classici soul degli anni ’70 e motivi chitarristici lunatici del compositore Terence Blanchard. Tutto il cast è al livello di Washington, che dipinge un eroe divertente e allegro, un farabutto con un’anima divisa in due, perché è un uomo di colore che vuole la liberazione del suo popolo e contemporaneamente un agente di polizia che ama il suo lavoro, e merita perciò, agli occhi della sua gente, l’appellativo di “maiale”.

Lee disse, quando il film uscì, che sperava che incoraggiasse gli americani a uscire e votare alle elezioni di medio termine, che si sarebbero tenute in ottobre. Per questo aveva puntato la sua attenzione su Ron Stallworth, che non aveva “abbattuto” il KKK ma aveva “fatto qualcosa”. Lui, un giovane uomo di colore, era riuscito a fregare un gruppo di suprematisti bianchi – forse incompetenti, ma pericolosi – contrastando le loro attività nella sua città. Con ritmo incalzante e dialoghi serrati, a partire dal corto circuito del meccanismo comico da cui tutto parte, Lee parla del KKK guardando alle cellule di suprematisti bianchi degli USA risvegliate dal grido “America first!”, noto per essere stato riutilizzato da Donald Trump all’indomani dell’elezione presidenziale del 2017, ma risalente al 1916, quando a usarlo per autorizzare un “nuovo” periodo di apartheid dei neri fu il Presidente Wilson. Attraverso il montaggio con filmati d’epoca, intrecciando passato e presente, dialoghi vivaci e fonti documentarie, Spike Lee confeziona un film divertente e coinvolgente, molto adatto al pubblico delle piattaforme, ma tra una gag (riuscita) e l’altra ci ricorda anche che non possiamo chiudere gli occhi sperando che i David Dukes del mondo scompaiano: #Black Lives matter, nell’America di ieri come in quella di oggi.

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