Fedeltà di Andrea Molaioli e Stefano Cipani (2022)

Nel Febbraio del 2019 Marco Missiroli pubblica Fedeltà, un romanzo che vincerà il Premio Strega Giovani e sarà tradotto in 32 paesi. Netflix ne acquista i diritti per farne una serie tv.
Fa impressione pensare al Febbraio di tre anni fa. Sentimento comune è che il mondo pre-pandemico risulti lontano, più lontano del tempo trascorso: in un certo senso, quello che accadeva intorno al romanzo di Missiroli – le letture, il premio, l’idea di adattarlo per lo streaming e le traduzioni – coinvolgeva tante e tante persone all’oscuro di un prossimo futuro inimmaginabile. E mi pare di vederle: intrigate, catturate, commosse dalla vicenda di Carlo e Margherita, storia di una coppia e di due individui, alle prese con il matrimonio e il tradimento, il desiderio e l’amore, l’arte e i calici di vino.

Mentre il virus costringeva l’intero globo a esperienze senza precedenti, per cui occorrerà cercare parole sincere nella memoria a venire, la produzione della serie tv italiana proseguiva e portava a termine il dramma con Michele Riondino e Lucrezia Guidone.
Forse perché l’urgenza di esplorare questa storia è tale da collocarla fuori dal tempo e oltre i limiti della contingenza; forse perché c’era un che di profetico nei tentativi spasmodici di infliggersi oziosi contorcimenti formali per giustificare ciò che non muta per sua giustificazione, ossia il piacere nelle sue diverse concretezze. Oppure, io credo con più convinzione, quel romanzo era perfetto per filmare ciò che è persistente, non si eleva, né anticipa; perfetto per realizzare l’alcova del niente, la banalità scorsoia, il profumo dello zero torbato, tutto ciò che una tradizione ormai consolidata del racconto borghese italiano ha elevato a classico. Non per accanimento, bensì per una sorta di concessione, in fondo: perché è bene che, per quanto possibile, lo spettatore italiano non si debba mai svegliare nella complessità che pure riscontra nelle produzioni d’importazione, ma possa adagiarsi nella splendida lingua che fu di Dante, ridotta a soletta, a maglia di lana, guanto da forno, una protezione certa e famigliare dal caos e dagli abissi reali, una lingua spettrale, spaziale, speciale, signora mia, da fare bollita e accompagnare con la salsa verde.

Il racconto della buona borghesia col birignao qui è sciorinato in esterni baluginanti di pubblicità, interni vampirizzati dall’IKEA, brani musicali invasivi come il trapano del dentista che ormai, sotto anestesia, non fa più manco male e può finalmente recidere i dannati nervi responsabili del senso. Ci sono i dialoghi, poi: le parole sono importanti, diceva Moretti, sentenziando forse per sempre sulle sceneggiature dei drammi italiani, costrette a impregnarsi di pretenziosità maldestra, quasi come se D’Annunzio le due costole se le fosse tolte davvero e il suo orgasmo da Huroboros, allora, fosse l’unica poesia rimasta di cui essere degni e in cui restare invischiati; una circolarità tautologica che coniuga la cronaca minuta e le leggende sconce, il vezzo pop e il me(me) d’autore.
Va be’, in conclusione. Che farà il marito/scrittore/maestro di vita con la biondina ventenne dagli occhi verdi, talento eccezionale e passato indicibilmente triste? Che farà la moglie/agente immobiliare/wannabearchitetto che si fa massaggiare l’interno coscia da un muscoloso e glaciale giovanotto aduso a cosplay notturno di Fight Club?


In fondo la risposta a queste domande è talmente semplice che è impossibile sbagliarsi: capiamo subito cosa stiamo guardando, possiamo anticiparne ogni passo. Persino le pause per scrollare sul telefono sono perfettamente incastonate al termine dei momenti di pathos (basito/preoccupato, primo piano, nero).
I risultati, in fondo, gli danno ragione, perché Fedeltà è tra le serie più viste su Netflix, bissando il successo del romanzo da cui è tratta, un romanzo che dal pre-covid ritorna sano e salvo al futuro e ci ritrova ben poco diversi, a empatizzare con le emozioni big-Babol di una moralista storia di corna, a immedesimarsi in personaggi ben spettinati, ben malvestiti, arguti, ma anche fragili, infantili, accettabili egoisti, mostri perfetti.



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