Guarda chi si vede, di Riccardo Camilli (2022)

di Laura Pozzi

L’anima è una parola, è un concetto

Non è normale vederla sul letto

Vederla e fare finta di niente

Anima – Ron

Per i nostalgici degli anni ottanta, Guarda chi si vede è un album pubblicato da Ron nel 1982. Un disco di grande successo e raffinato spessore artistico nobilitato dalla presenza dell’immortale e impalpabile Anima scritta insieme a Lucio Dalla. Esattamente quarant’anni dopo Guarda chi si vede cambia pelle (ma non troppo) trasformandosi in un film libero e coraggioso diretto e interpretato da Riccardo Camilli, autore fieramente indipendente già apprezzato nel 2018 con Peggio per me. Ancora una volta grazie alla lungimiranza e determinazione di Distribuzione Indipendente sarà possibile vederlo in sala, a Roma, dal 16 al 20 febbraio con l’augurio e la speranza di “esportarlo” successivamente in tutta Italia. Presentato con successo in alcuni festival (Festival del cinema di Castel Volturno, Festival internazionale Inventa un film, Pulcinella Film Festival, Aurora film festival, Ischia Global Fest) durante l’estate scorsa, il film girato in appena 20 giorni sul finire del 2019 ha dovuto scontrarsi con la pandemia, costringendo il regista a posticipare le riprese finali ed apportare piccole e inevitabili modifiche che hanno avuto il pregio di attualizzare una storia già nota, rendendola più incisiva e familiare.

Dicembre 2019. Claudia (Gioia Vicari sorprendente e disarmante nella sua dolente umanità) è una giovane donna che lavora come commessa in un negozio d’abbigliamento alla periferia di Roma. Si sveglia da tre anni in un grande letto vuoto, i suoi occhi attoniti fissano il soffitto, mentre la realtà appare distante e impercettibile. Sposata con Marco (Riccardo Camilli), appassionato di musica e proprietario di un  negozio di vinili, la sua vita e quella di Nina (Alessia Di Mattia, una rivelazione) la figlia diciottenne vengono stravolte, quando l’uomo perde la vita insieme ad altre nove persone in seguito al crollo di un ponte nei pressi di Ancona. Nonostante la vicinanza di parenti, amici e improbabili nuovi partner, il vuoto è incolmabile, Claudia resta sospesa tra ricordo e senso di colpa. Le riunioni di famiglia, i disastri amorosi della sorella Katia (Tania Angelosanto), le profonde riflessioni di Nina, i baci rubati di Martina sembrano servire a nulla. Fino a quando una sera nel bel mezzo di una cena immaginaria, Marco riappare invitando l’inconsolabile compagna a ripartire, a concedersi un “dopo”, a scrutare e penetrare l’assenza per non lasciarlo morire una seconda volta. Per Claudia non è facile, così come non lo è per Nina un’adolescente che a soli diciotto anni comincia a non divertirsi più, assomigliando sempre più a una quarantenne inacidita (come tende amorevolmente ad apostrofarla Claudia, in uno dei tanti confronti). Entrambe, per ragioni diverse, hanno perso l’uomo della vita, tentare di farsene una ragione appare estremamente difficile.

A me la morte fa una gran paura. Si lasciano troppi sorrisi, troppe mani, troppi occhi”. Il film si apre con la toccante citazione di Augusto Daolio (cofondatore dei Nomadi) e lascia trasparire il lacerante senso d’impotenza che avvolge e accompagna quelli “costretti” a restare dopo la perdita di una persona cara. La tematica affrontata da Camilli non è tra le più agevoli, soprattutto quando riguarda un’assenza causata dall’incuria e superficialità di uno Stato che invece di proteggere si limita ad accorrere sul posto a catastrofe avvenuta, scaricando colpe e responsabilità sul fato avverso di incolpevoli individui capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tuttavia il regista non è minimamente interessato ad aprire un dibattito politico o peggio ancora a creare un “cinema del dolore” basato sulla strumentalizzazione di tragedie (di cui Camilli mostra alcuni flash) spesso annunciate. Ciò che conta è tentare di dar luce (e non voce come mostra il tentativo di sciacallaggio da parte di una conduttrice tv) e provare a far risplendere l’anima di chi improvvisamente si trova avvolto nel buio. La totale credibilità della storia risiede appunto nell’evitare qualsiasi tipo di “ricatto emotivo” lasciando convergere dramma e commedia attraverso un equilibrio narrativo semplice e lineare, pervaso da un alone di sottile leggerezza e mirabile autenticità. Ma anche dalla profonda tristezza e malinconia facilmente riscontrabili negli sguardi di Claudia, nei silenzi di Nina, nelle delusioni di Katia.  Camilli segue con pudore e rispetto i suoi personaggi, li tratteggia con affetto, li pungola con amabile ironia strappando un sorriso di amaro disincanto riportandoci di colpo ai bei tempi passati, quando autori puri e spregiudicati colpevolizzavano il paradiso, ricominciando direttamente da tre.

Cresciuto in compagnia di Caruso Pascoski e Willy Signori, il cinema di Camilli viene veramente da lontano e la presenza di Angelo Orlando nei panni di Alessandro, oltre che uno splendido omaggio ne è la felice riprova. Il primo appuntamento con Claudia, i loro sguardi lucidi e puntuali, la complicità nel “ributtarsi” nonostante tutto sono tra i momenti più coinvolgenti del film. Così come lo struggente addio tra Claudia e Marco, vissuto nella piena consapevolezza che l’unica cosa ad essere sbagliata quel giorno non erano né il posto, né il momento, ma solo quel maledettissimo ponte. Supportato da un cast di altissimo livello (oltre a Gioia Vicari e Alessia Di Mattia è doveroso menzionare Tania Angelosanto, Matteo Quinzi, Claudio Camilli, Elisabetta Ventura e Claudia Salvatore), il film come nella canzone sopra citata svela la sua anima nel suggestivo finale in mare aperto attraverso l’indecifrabile e potente sguardo in macchina di Claudia. Uno sguardo capace di vedere chi non c’è e di turbare l’anima un pò sdrucita di chi alle volte fa finta di niente.

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