Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” , di Lina Wertmüller (1973)

di Greta Boschetto

Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” è un film del 1973 diretto da Lina Wertmüller e interpretato da Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Lina Polito e Eros Pagni.

“Voglio ripetere il mio orrore per attentati che oltre che essere cattivi in sè sono stupidi, perchè nuocciono alla causa che dovrebbero servire… Ma quegli assassini sono anche dei santi e degli eroi… e saranno celebrati il giorno in cui si dimenticherà il fatto brutale per ricordare solo l’idea che li illuminò e il martirio che li rese sacri.” Errico Malatesta

Un urlato canto popolare, un corpo gettato tra gli sterpi in riva al fiume. Poco dopo, un primissimo piano sul volto lentigginoso di Tunin, occhi azzurri sbarrati come quelli di un pulcino spaventato: ecco il nuovo eroe disgraziato creato da Lina Wertmüller e interpretato (nuovamente) da Giancarlo Giannini. 

Tunin è un contadino, semplice e mite, molto amico dell’uomo trovato ammazzato, ucciso dai carabinieri: era un militante anarchico che aveva il sogno di uccidere Mussolini. 

Sconvolto dall’accaduto, senza nessuna preparazione militante se non una semplice vicinanza all’anarchismo in maniera “naturale” e istintiva, Tunin decide di trasformare il sogno in missione e parte per Roma: e qui inizia il sogno anche per noi spettatori. Catapultati in un bordello dagli echi felliniani (la Wertmüller era stata sua discepola, non a caso usa anche le musiche di Nino Rota come colonna sonora, qui interpretate dalla straziante voce di Anna Melato), con lo sguardo genuino e umile di Tunin, osserviamo con lui la vitalità delle donne che popolano la casa di tolleranza, un contenitore di dialetti e vite disparate, di storie tragiche che cercano di essere dimenticate a suon di canzoni popolari e risate sguaiate. 

Qui viene a contatto con Salomè (Mariangela Melato), una prostituta alla quale i fascisti avevano ucciso il fidanzato, un giovane anarchico a cui non può e non vuole smettere di pensare. Salomè è determinata, forte, piange ma si asciuga le lacrime in fretta perché c’è da pensare al futuro, ad uccidere il Duce, non c’è più tempo per i rimpianti se non vogliono anche loro fare la stessa fine. 

Il bordello diventa il luogo chiave dove i protagonisti possono muovere i loro primi passi di lotta e vendetta. 

Non era raro a quei tempi che le case di tolleranza diventassero il fulcro di salotti o intrighi politici e nel cinema di quegli anni molti registi misero in mostra il legame tra di essi e il periodo storico della seconda guerra mondiale (un esempio molto riuscito da ricordare è Salon Kitty di Tinto Brass). 

Salomè sa che attraverso il suo potere femminile e grazie al gioco della seduzione può navigare più di altri nel regime repressivo e totalitario che si andava a delineare all’inizio di quegli anni, usa il suo lavoro per avvicinare gerarchi fascisti e carpirne le mosse: organizza una gita con Tunin (che all’interno del bordello pensano che sia un suo cugino in visita), la sua giovane collega Tripolina (Lina Polito) e un gerarca fascista (Eros Pagni).

È evidente da subito il messaggio che voleva mandare la regista: il volto anarchico è quello di un uomo dolce e rispettoso, mentre il personaggio del gerarca è come si dovrebbe immaginare il fascismo, ignorante, rozzo, volgare. 

Mentre Salomè si sorbisce la macchietta del fascista arrogante innamorato del Duce e fiero picchiatore di socialisti, Tunin e Tripolina si innamorano. Un amore impossibile, effimero, importante proprio nella sua possibile brevità. 

Sotto lo sguardo di Salomè, divisa tra dovere civile e umana compassione verso la loro situazione, Tripolina non accetta la missione probabilmente suicida di Tunin ma passano più tempo possibile insieme, come quasi un regalo di gioia da lasciarle quando il loro amore vivrà solo nei ricordi. 

È questa una delle magie della pellicola (molti la descrivono come grottesca, ma è più che altro tragica): le pieghe della vicenda politica sono piene di tenerezza. Gli uomini e le donne del film sono semplici esseri umani prima di essere partigiani, eroi o prostitute, e le loro azioni audaci provocano negli spettatori tenerezza e empatia (che nel finale potrebbero esplodere in lacrime, non sarà strano ritrovarsi commossi). 

All’avvicinarsi del giorno deciso per commettere l’attentato, la paura prende sempre più spazio in tutti i protagonisti. Tunin non è un idealista anarchico teorico del movimento, ma un semplice uomo che, dopo aver passato tutta la vita a subire, decide di alzare la testa, volenteroso a compiere un gesto estremo non solo per vendetta, ma per una innata voglia di libertà che è chiaro non può esistere sotto un regime. 

Le vitali e sanguigne tinte forti miste a sarcasmo popolare tipiche della filmografia di Lina Wertmüller si mischiano alla tragica e amara conclusione della pellicola e ci ricordano che il Potere non è facile da battere: se l’ambientazione fascista (un’ideologia mai veramente estirpata, ma sempre troppo tollerata) vi sembra che possa veicolare un messaggio datato, ricordatevi di questi anni, dei reflussi nazifascisti che stanno di nuovo tornando a galla in tutto il mondo, ricordatevi di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di tutti gli altri che la violenza fascista della polizia ha ucciso e poi cercato di camuffare in suicidi o incidenti. 

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