Una questione privata, di Paolo e Vittorio Taviani (2017)

di Andrea Lilli –

“Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore – per quel sentiero con Fulvia, con lei su quella cresta, questo gliel’avrebbe detto a quella particolare svolta con tanto mistero dietro di essa… – e gli era invece toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra.”

Beppe Fenoglio

Ultimo lavoro a doppia firma dei fratelli Taviani (Vittorio, il maggiore, è scomparso nel 2018), Una questione privata è l’adattamento di un soggetto letterario, come tanti altri loro film. L’azione si svolge nel 1944 durante la Resistenza e il protagonista, Milton, è l’alter ego del partigiano Fenoglio. Sarebbe stato dunque un film perfetto per chiudere il cerchio di una filmografia a quattro mani iniziata nel 1954 con San Miniato, luglio ’44, cortometraggio sulla strage nel duomo del paese natale dei Taviani, terribile episodio che riprenderanno ne La notte di San Lorenzo (1982). Senonché il contenuto di Una questione privata non è tanto una storia di guerra, quanto quella di un amore (tra Milton e Fulvia) e di un’amicizia (tra Milton e Giorgio) interrotti dalla guerra e avvelenati dal sospetto di un rapporto rivale (tra Fulvia e Giorgio) tenuto nascosto a Milton.

La trama

Durante uno dei tanti spostamenti tra i presidi partigiani sulle colline intorno ad Alba, Milton – così ribattezzato al liceo per la sua disinvoltura con la lingua inglese – torna a visitare la villa di campagna in cui frequentava Fulvia, una ragazza torinese rifugiata lì con la famiglia fino all’anno precedente. Bella, intelligente, emancipata, benestante, la ragazza è poi rientrata a Torino e Milton, imbracciate le armi contro i fascisti, ne è ancora innamorato. Gliel’aveva presentata Giorgio, suo amico fraterno, anche lui diventato partigiano dopo l’armistizio dell’8 settembre. I tre si erano frequentati da studenti scambiandosi libri, dischi, lettere e sigarette, in una triangolazione vagamente simile a quella del romanzo (e film) Jules e Jim; ma Milton non ha mai trovato il coraggio di dichiarare tutto il suo amore alla capricciosa Fulvia, che conosciamo di riflesso nei ricordi del protagonista, né aveva mai sospettato che l’affetto tra la ragazza e Giorgio fosse più che amichevole.

Al dubbio del doppio tradimento lo porta qualche osservazione indiscreta pronunciata dalla custode della villa, adesso vuota, ma fin troppo frequentata da Giorgio nel periodo di assenza di Milton. Il quale ora, geloso e ansioso, vuole scoprire la verità sui rapporti affettivi tra i suoi due amici. Il problema è che, mentre Fulvia è irraggiungibile a Torino, Giorgio è stato appena fatto prigioniero dai fascisti; e se è ancora vivo deve salvarlo, sicuramente lo stanno torturando.

Milton cerca allora di organizzare uno scambio di prigionieri: cattura da solo un ufficiale fascista per riscattare Giorgio. Il meschino però tenta la fuga durante il trasferimento in rifugio, e Milton per fermarlo gli spara, uccidendolo. I fascisti per vendetta fucilano due ragazzini, già catturati mentre facevano da staffette per i partigiani. Milton sconvolto precipita nella disperazione, capisce che sta per perdere l’amico e la possibilità di sapere la verità su Fulvia; decide di tornare alla villa per interrogare meglio la custode: chissà, magari aveva interpretato male le sue parole nell’incontro precedente. Giunto all’ingresso del giardino, lo trova però infestato dagli “scarafaggi neri”: decine di fascisti che si mettono ad inseguirlo facendo fuoco. Milton si salva miracolosamente, poi…

Fenoglio è stato particolarmente amato dai fratelli Taviani: in diverse interviste parlano dell’uomo e dello scrittore con grande stima, e del suo romanzo con una venerazione che nel film comunque traspare dai dialoghi fedeli al testo originale per quanto possibile, o nella cura di certi dettagli: per esempio, il colore degli occhi di Fulvia, l’arredamento della villa, il fango da cui emergono i partigiani inseguiti.

Tuttavia questo film ha avuto un’accoglienza non unanime. Alcuni lo hanno giudicato freddo, altri troppo televisivo; altri ancora hanno lamentato in certi personaggi accenti dialettali romani impropri. Più d’uno ha trovato deludenti le prestazioni di Valentina Bellé (Fulvia) e di Lorenzo Richelmy (Giorgio), mentre Luca Marinelli sembra aver superato ogni esame nel difficile ruolo di Milton/Beppe. A nostro modesto parere, i registi danno come per scontato che chiunque abbia già letto il romanzo: l’obiettivo talvolta indugia troppo sui parossismi di Milton, rallentando l’immersione nel climax della storia. D’altra parte, chi abbia letto il romanzo sa quanto possa essere difficile tradurre sullo schermo quel testo così ricco di sfumature, richiami, invenzioni linguistiche, e non può che trovare nell’insieme pregevole questo adattamento, con tutte le sue approssimazioni (accenti dialettali esclusi: quella è una svista clamorosa).

La musica. Oltre la nebbia, oltre l’arcobaleno: Over the Rainbow

Il titolo del film nella versione inglese è Rainbow: A Private Affair. Non a caso. La nebbia delle Langhe la fa da padrona per l’intera storia, invade i percorsi di Milton partigiano come la nebbia della passione, dell’angoscia invade il cuore e la mente di Milton innamorato. Nella scena iniziale Milton compare uscendo dalla nebbia, diretto verso la villa. Nella scena finale, scappando dalla villa, la sua figura rientra nella nebbia, dopo aver pronunciato per l’ultima volta il nome di Fulvia.

Una nebbia onnipresente, soffocante, che solo la luce degli occhi di Fulvia riesce a dissipare. E la luce, si sa, si manifesta nei colori dell’arcobaleno. Affascinante e misterioso, fenomeno impalpabile, durevole e insieme effimero, l’arcobaleno è una meraviglia che ha ispirato in ogni civiltà leggende, miti, credenze religiose; emozioni e sentimenti in ogni uomo.

Su quel mare grigio una flotta di nubi nerastre scivolava verso ovest investendo di prua certe nuvolette candide che immediatamente andavano in pezzi. Venne una folata di vento che scrollò gli alberi e lo stillicidio tintinnava sul ghiaino. Ora il cuore gli batteva, le labbra gli si erano di colpo inaridite. Sentiva filtrare attraverso la porta la musica di Over the Rainbow. Quel disco era stato il suo primo regalo a Fulvia. Dopo l’acquisto era stato tre giorni senza fumare. Sua madre vedova gli passava una lira al giorno e lui l’investiva tutta in sigarette. Il giorno che le portò il disco, lo suonarono per ventotto volte. «Ti piace? – le domandò, contratto, abbuiato dall’ansia perché la giusta domanda sarebbe stata: – Lo ami?» «Vedi bene che lo rimetto, – aveva risposto lei. E poi: – Mi piace da svenire. Quando finisce, senti che qualcosa è veramente finito».

Beppe Fenoglio

Over the Rainbow, cantata da Judy Garland nel film Il mago di Oz (Fleming, 1939) su musiche di Harold Arlen e parole di E.Y. Harburg, nel 1940 vinse l’Oscar per la migliore canzone e nel 2001 è stata eletta ‘Canzone del secolo’ dalla Recording Industry Association of America e dalla National Endowment for the Arts. È diventata un classico tra i più popolari, interpretato da moltissimi musicisti.

Da qualche parte sopra l’arcobaleno
i cieli sono blu
e i sogni che osi sognare
davvero diventano realtà
Un giorno esprimerò un desiderio ad una stella
e mi sveglierò dove le nuvole sono lontane
dietro di me
Dove i guai si sciolgono come gocce di limone
Lassù sopra le cime dei camini
È lì che mi troverai

Over the Rainbow

La sua melodia solare, il suo testo sognante e ottimista per un futuro in cui ogni problema sarà finalmente superato, l’hanno fatta diventare una canzone simbolo per situazioni molto diverse. Durante la seconda guerra mondiale le truppe americane che combattevano sul fronte europeo contro il nazifascismo adottarono Over the Rainbow come inno e simbolo stesso degli Stati Uniti. Nel 1969, dopo i moti di Stonewall a New York, è stata utilizzata come inno del movimento di liberazione omosessuale, insieme alla bandiera arcobaleno.

Ma un giorno, erano soli, Fulvia caricò il fonografo con le sue mani e mise Over the Rainbow. «Avanti, balla con me». Lui aveva detto, forse gridato di no. «Devi imparare, assolutamente. Con me, per me. Avanti». «Non voglio imparare… con te». Ma già lo teneva, lo spostava nello spazio libero e spostandolo ballava. «No!» protestò lui, ma era cosí sconvolto che non riusciva nemmeno a tentare di divincolarsi. «E soprattutto non con quella canzone!» Ma lei non lo lasciava e lui dovette badare a non inciampare e rovinarle addosso. «Devi, – disse lei. – Sono io che lo voglio. Io voglio ballare con te, capisci?
Sono stufa di ballare con ragazzi che non mi dicono niente. Io non sopporto piú di non ballare mai con te».

Beppe Fenoglio

Fenoglio

Giuseppe Fenoglio nacque ad Alba cent’anni fa, il 1° marzo. Morì a quarant’anni, per tumore ai polmoni. Aveva predisposto un funerale dimesso, “d’ultimo ordine”, e una lapide semplice: il nome, le due date “che solo contano”, e i due titoli in cui più si riconosceva: scrittore e partigiano. In questo orgoglio antiretorico sta il suo stile di vita e di scrittura: difficile trovare un narratore/attore della guerra di Resistenza meno trionfalistico, meno celebrativo, meno politicante di questo figlio di contadini delle Langhe scesi in città in cerca di benessere. Il padre, prima garzone di una macelleria di Alba, poi negoziante in proprio, viste le capacità del primogenito lo iscrisse al liceo ginnasio – scuola di ricchi, allora – malgrado le ristrettezze economiche. Beppe si diploma nel 1940, appassionandosi allo studio della lingua e letteratura inglese e alla scrittura. Allievo di due giovani professori antifascisti, Leonardo Cocito e Pietro Chiodi, li ritroverà tra i combattenti partigiani tra la fine del ’43 e gennaio ’44, quando lascia il Regio Esercito per partecipare nelle Langhe alla Resistenza armata contro gli occupanti nazisti e i fascisti di Salò.

Il professor Pietro Chiodi descrisse così il suo primo incontro con Fenoglio: “Io avevo ventitré anni quando giunsi ad Alba per insegnare filosofia e storia al liceo classico. Fenoglio ne aveva allora diciotto. Per il ventotto ottobre era obbligatorio svolgere un tema ministeriale di elogio sulla Marcia su Roma. Nell’ora precedente alla mia il professore di italiano aveva dettato il solito insulso tema. Quando io entrai in classe notai subito uno studente nel primo banco con le braccia incrociate che guardava annoiato il foglio bianco. Era Beppe Fenoglio. Lo invitai a scrivere, ma scuoteva la testa. Preoccupato per le conseguenze, feci chiamare il professore di italiano. Era Leonardo Cocito. Parlottarono da complici. Ma non ci fu verso. La pagina rimase bianca”.

Beppe Fenoglio milita fino alla Liberazione nelle fila dei partigiani “azzurri” o badogliani. Dopo, impiegato in un’azienda vinicola, si dedicherà alla traduzione di testi inglesi e alla stesura dei suoi romanzi e racconti, molti dei quali usciranno postumi, come Una questione privata (1963).

La Festa del 25 aprile

Sono le otto del mattino quando Sandro Pertini, uno dei capi partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclama dai microfoni di Radio Milano liberata l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, posti di fronte al dilemma: “Arrendersi o perire”. È il 25 aprile 1945: i partigiani liberano Milano alcuni giorni prima dell’arrivo degli Alleati; Bologna e Genova erano già state liberate il 21 e il 23 aprile. L’atto di resa incondizionata dell’esercito nazista e dei fascisti repubblichini viene siglato a Caserta il 29 aprile 1945. Il referendum del 2 giugno 1946 deciderà la fine della monarchia e la nascita della Repubblica; il 1° gennaio 1948 entrerà in vigore la Costituzione. Alba, Cuneo e Torino saranno decorate con la medaglia d’oro al valor militare per la guerra di liberazione. Dall’anno 1946, la data del 25 aprile è diventata una ricorrenza e un simbolo di libertà.

Beppe Fenoglio in un campo di calcio, 1945

– 25.4.2022

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