In the cut, di Jane Campion (2003)

di Nicole Cherubini

E’ l’alba, e Pauline sta bevendo caffè in un parco, mentre la luce del sole nascente e i dei petali cadenti dagli alberi in fiore l’accarezzano gentilmente. Segue l’immagine in bianco e nero di una coppia di pattinatori e, infine, il titolo del film, la scritta “In the cut,” seguita da una scia di sangue. Con questo incipit Jane Campion chiarisce da subito la direzione che intende dare al film.

La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Susanna Moore, è stata sceneggiata dalla Campion con l’autrice stessa. Prodotto anche da Nicole Kidman (che ne avrebbe dovuto essere protagonista), il film segue la storia di Franny Avery (Meg Ryan), insegnante di letteratura che si ritrova invischiata in una relazione con un poliziotto e in una serie di efferati omicidi.

La protagonista è una donna che vive sola nell’East Village di New York, un’ambientazione che da subito si presenta caotica, rumorosa e sudicia. Franny vive e si muove in questo spazio con naturalezza, sia per andare al lavoro, sia per visitare l’amata sorella Pauline, che vive sopra un locale di spogliarello. Un giorno, mentre si trova con uno studente in un locale chiamato “Red turtle,” si assenta un momento per andare al bagno e lì, nella penombra, assiste ad un incontro sessuale tra una donna e un uomo con un 3 di picche tatuato sul polso. L’uomo e Franny sentono entrambi  lo sguardo dell’altro addosso, ma non fanno nulla.

Poco tempo dopo, la donna verrà contattata dal detective Malloy (Mark Ruffalo), perché la ragazza intravista quel giorno al locale era stata brutalmente assassinata. Ancora estranea ai fatti, Franny scivolerà nell’attrazione per il poliziotto, finendo anche invischiata nella rete di omicidi…

Vista la sinossi, il film fu presentato come “thriller erotico,” ma ad una prima visione è evidente come la Campion si sia servita del genere per portare avanti la sua visione di donna contemporanea.

Un aspetto interessante della pellicola è infatti il ruolo della violenza all’interno della storia. Quando gli studenti sbuffano dicendo che in “Gita al faro” non succede nulla a parte la morte di una donna, Franny replica:”Perché, quante donne devono morire perché un romanzo sia interessante?.” Allo stesso modo, il buttafuori del locale di strip-tease sotto casa di Pauline mostra con nonchalance di avere con sé una pistola, qualora passasse “qualche psicopatico” a minacciare le ragazze. E’ come se la violenza, latente o manifesta, fosse qualcosa di conosciuto e dato per scontato. In questo contesto urbano e poco rassicurante, filmato spesso con camera a mano e fuori fuoco, si muove la protagonista.

All’inizio del film Franny sembra quasi fluttuare da una parte all’altra della città. Ammaliata dalle parole, per lavoro e per passione, le insegue e le usa come guida, se le appunta e se le studia (sta seguendo uno studente nella redazione di una tesi sul linguaggio slang). L’amore e l’eros in lei sembrano sopiti, almeno fino a quando si palesa il detective Malloy, figura maschile dai modi spicci ma anche ambigui. Mentre la sorella Pauline insegue l’amore fino a dipendere dal suo amante, Franny tende a vivere nel suo mondo di versi e parole, fino a quando Malloy risveglia in lei desideri confusi ma potenti.

Per quanto appassionati e detrattori si siano spesso concentrati sulle scene di intimità, il film offre una riflessione sul divario tra l’amore romantico e quello realistico. Sia Pauline che Franny si rifanno infatti ai matrimoni reali e mancati dei genitori, al fatto di essere figlie di un “collezionista di mogli,” pertanto nessuna di loro riesce ad avere davvero fiducia negli uomini. E non potrebbe essere altrimenti: Franny viene derubata e investita in un solo giorno, mentre Pauline cadrà vittima del killer; un killer che si congeda dalle sue vittime con un anello di fidanzamento.

La conoscenza di sé e del proprio io, del proprio desiderio, sembra portare Franny verso il pericolo; un suo ex entra di soppiatto in casa sua, un suo studente la insulta perché rifiutato…Solo Malloy, nella sua ruvidezza, sembra volerla proteggere e comprendere. Fin dal loro primo incontro lui le dice che è disposto a fare qualsiasi cosa lei vorrà, eccetto picchiarla. Quando si spoglierà per la prima volta a casa di Franny, la prima cosa che si toglierà, prima di ogni indumento, sarà la pistola. Ma le parole che Franny cerca, sui cartelloni e sulla metro, come una predizione sinistra, la avvisano del pericolo imminente, e il 3 di picche tatuato sul polso di Malloy la spingerà, erroneamente, tra le braccia dell’assassino…

Bersagliato da molte critiche, soprattutto per l’audacia di Meg Ryan nel mostrarsi senza veli e per i toni scabrosi, il film, pur con dei limiti, ha comunque molti pregi. Per quanto l’aspetto thriller sia sfilacciato, è evidente come la Campion sia partita dal genere per portare avanti un discorso personale sulla donna; una donna che non è mai solo “eroina” e/o “vittima,” ma che si offre in tutta la sua complessità. Le donne di Jane Campion, in abiti ottocenteschi o contemporanei, sono volitive e confuse, creatrici e distruttive, braci pronte ad arroventarsi sotto la cenere. La loro ricerca identitaria passa dalla mente come dal corpo, e nemmeno l’ottusità e la violenza degli uomini riesce a deviarla. Così anche Franny, che andrà incontro al suo assassino, rifiuterà di immolarsi come vittima/sposa.

Viene da chiedersi come mai allora il film potesse risultare indigesto, mentre al giorno d’oggi trilogie come quella di “Uomini che odiano le donne” hanno affrontato temi simili e, purtroppo, non molto lontani dalla realtà. Per quanto la pellicola sia imperfetta e non bilanciata, risulta ancora oggi degna di nota e ben incastonata in una filmografia che ha sempre prediletto la ricerca di una visione personale e non omologata sul femminile.

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