Easy Rider, di Dennis Hopper (1969)

di Bruno Ciccaglione

“A man went looking for America. And couldn’t find it anywhere”
Un uomo è andato alla ricerca dell’America. E non è riuscito a trovarla da nessuna parte
(dal manifesto promozionale di Easy Rider)

Tra le molte cose che con Easy rider avvengono per la prima volta al cinema, quella forse più sorprendente è che il film, nel mettere in scena la controcultura radicalmente antisistema e libertaria degli Stati Uniti degli anni sessanta, abbia saputo cogliere, prima ancora dell’epopea dei grandi festival rock che entusiasmeranno una generazione, il fatto che l’America non sarebbe mai diventata la “nazione di Woodstock”.

Del resto le aspirazioni di cambiamento e di libertà, che pur con forme diverse erano presenti in tutto il mondo occidentale e non solo, cominciavano a subire pesanti contraccolpi (il 1968 è l’anno delle proteste di Berkley, ma anche quello degli omicidi di Martin Luther King e Bob Kennedy, a Praga i carri armati sovietici schiacciano le illusioni della primavera di Dubceck, in Italia il ’69 sarà l’anno della strage di Piazza Fontana).

In realtà però, sotto molti punti di vista Easy rider, realizzato con propositi dichiaratamente provocatori da Peter Fonda e Dennis Hopper (produttore il primo, regista il secondo, entrambi nei ruoli dei protagonisti), proprio perché realizzato in contrapposizione con la cultura ufficiale della vecchia Hollywood, intercetta lo spirito dei tempi in modo così forte, da diventare una specie di block buster ante litteram. Un film costato poco più di 400 mila dollari e che ne incasserà oltre 41 milioni, segnando inevitabilmente uno spartiacque. È anche per questo che molti vedono in Easy rider uno dei primi esempi del cinema della New Hollywood.

Dennis Hopper cercava da anni di realizzare film a modo suo, in piena libertà creativa, senza un copione rigido, prevalentemente in esterni e comunque fuori dagli studios di Hollywood, inevitabilmente con pochi soldi, ma aspirando comunque a raggiungere un vasto pubblico. Peter Fonda veniva dal successo di Wild Angels di Roger Corman, su una banda di motociclisti, e gli propose una storia i cui protagonisti attraversassero l’America in sella ad una moto, con un soggetto molto libero ed esplicitamente anti establishment, in cui era disposto anche a investire dei soldi.

Jack Nicholson era a un bivio, dovendo decidere se dedicarsi alla regia o se proseguire soltanto come attore, non avendo avuto ancora alcun successo significativo e aspirando anche lui a realizzare un cinema di tipo nuovo. Si unirà a Hopper e Fonda in un secondo momento, ma il suo contributo sarà decisivo, sia perché la sua interpretazione fu brillante (ebbe la nomination all’Oscar come non protagonista), sia perché seppe incarnare in modo eccezionale il personaggio chiave: quello del borghese colto ma non allineato, che sa cogliere e interpretare la carica libertaria e il senso profondo della controcultura che i due motociclisti ribelli rappresentano.

Peter Fonda e Terry Southern, che scrivono la sceneggiatura, immaginano una storia letteralmente controcorrente. Non a caso, se tutta la retorica americana della frontiera era imperniata sul mito della progressiva conquista del West, i due ribelli protagonisti di Easy rider percorreranno una traiettoria opposta: dopo il prologo messicano, in cui acquistano una partita di cocaina per rivenderla a Los Angeles e incassare una somma consistente, viaggeranno verso sud e verso est, con l’obiettivo di raggiungere New Orleans (la più europea delle città americane), in tempo per la festa del mitico Mardi Gras di carnevale.

I due ribelli sono chiaramente dai fuorilegge, ma in quello che diventerà il road movie per eccellenza, rappresentano perfettamente lo spirito libertario di un’epoca e di una generazione. D’altra parte Hopper e Fonda vogliono trasportare sullo schermo un modo di stare al mondo che è anche il loro: sono contro la guerra del Vietnam, hanno i capelli lunghi, vivono con libertà le relazioni sessuali, sperimentano con le droghe, così come tanti giovani del loro tempo.

È risaputo ad esempio, che gli attori fumarono davvero erba e presero davvero degli acidi nelle scene in cui lo fanno i loro personaggi e questo indubbiamente concorse a dare ai dialoghi e alle interpretazioni una autenticità rara, anche perché il copione era spesso poco più che un canovaccio (si pensi agli sproloqui in cui i nostri eroi discutono sui venusiani davanti al falò o a quelli di Peter Fonda su sua madre, mentre è abbracciato ad una statua nel cimitero di New Orleans).

Curiosamente, l’unico ambiente completamente ricostruito e non autentico del film è proprio la comune di hippies, mentre tutte le altre scene, comprese tutte le comparse che appaiono nei locali dell’America profonda che i tre attraversano, sono “veri” (è noto che addirittura lo sceriffo che si vede nel ristorante da cui prudentemente i nostri eroi decidono di allontanarsi fosse il vero sceriffo del villaggio, così come tutti i presenti ne fossero i veri abitanti). Le bellissime scene sgranate del carnevale di New Orleans furono girate all’inizio delle riprese: vi si coglie tutto il modo improvvisato e libero di girare che caratterizza lo stile di Hopper e la fotografia sgranata è dovuta soprattutto al fatto che il film fu girato in 16 millimetri (con una straordinaria fotografia, opera del grandissimo László Kovács).

Il personaggio interpretato da Jack Nicholson, avvocato alcolizzato che resta affascinato dallo spirito ribelle dei due motociclisti proprio per le stesse ragioni per cui molti ne sono spaventati, coglie esattamente e preconizza il precipitare degli eventi e la violenza che li attende. Se Wyatt/Fonda e Billy/Hopper vivono la libertà in modo quasi istintivo, George/Nicholson è colui il quale ne teorizza e ne analizza il senso.

Hopper e Fonda si divertono a riempire il film di simboli, un’altra delle cose che fece arrabbiare moltissimo i benpensanti, si pensi all’uso della bandiera americana. Sulla simbologia dei dollari, frutto illecito dello spaccio di cocaina, nascosti nel serbatoio della moto dipinto con la bandiera americana si è discusso moltissimo: Hopper suggerisce in una intervista che si tratti di una metafora di come l’America nasconde i dollari del business del petrolio; il simbolismo indicato da Peter Fonda è che con il denaro, inserito in un budello di plastica, “la bandiera americana, cioè l’America, viene letteralmente penetrata, fottuta”; in un’altra circostanza Hopper suggerirà una metafora ambientalista: “è un grave errore mettere tutti i tuoi soldi nel serbatoio della benzina! Non sapevo che di lì a poco sarebbe arrivata la crisi petrolifera, ma poi la scelta si rivelò perfetta”.

Una delle più importanti novità introdotta da Easy rider,capace di influenzare in modo clamoroso tutto il cinema successivo e non solo (si pensi allo sviluppo dei videoclip) riguarda l’uso della musica pop e rock, un aspetto che fu indubbiamente alla base del successo commerciale del film. Hopper raccontò che nei lunghi mesi in cui fu impegnato al montaggio (una fatica enorme, data la quantità di materiale girato, tanto che la prima versione del film durava oltre tre ore e mezza), quella era la musica che ascoltava e gli parve naturale inserirla a dare ritmo e intensità emotiva alle molte scene nei paesaggi americani.

I brani scelti, del resto, danno perfettamente il senso della ribellione: da Born to be wild, che diventerà il più iconico dei brani legati al film; a If 6 was 9,con la quale palesemente Jimi Hendrix invitava a guardare la realtà da una prospettiva opposta a quella dominante; ai brani di Bob Dylan o quelli di Roger McGuinn (The Byrds).

Un film sull’America profonda e sul sud, che si chiude, per la gioia del pubblico di quello America razzista e violentemente retrograda, tragicamente per i tre protagonisti. Come dirà Peter Fonda, parlando della scena che precede l’ultimo atto della tragedia, quella in cui il suo Wyatt spegne i facili entusiasmi del compagno rispetto al fatto di essere riusciti a completare il viaggio che avevano immaginato: “Ci sono molti lati oscuri in Easy Rider. (…) L’espressione “we blew it” (Siamo fregati, nella versione italiana) è risultata più efficace di una lunga spiegazione che chiarisse il perché “Siamo fregati!”.

“We blew it!” (Siamo fregati!)

In realtà quella scena, che ancora una volta vede i due amici davanti al fuoco come due cowboys (in una delle prime scene riparano la gomma bucata della moto in una stalla dove viene ferrato un cavallo, quasi un passaggio di testimone), anche stavolta anticipa gli eventi drammatici che seguiranno.

Come ha acutamente osservato Quentin Tarantino in una presentazione riguardante Easy rider,il finale di Easy rider, col quale il film ammonisce a non farsi illusioni su quanto sta per avvenire in America, rende tutta la storia molto più affascinante e “significante”. Sulle immagini girate dall’elicottero della moto in fiamme di Wyatt/Capitan America, Roger McGuinn canta

All he wanted
Was to be free
And that’s the way
It turned out to be
Tutto ciò che voleva era essere l’ibero
Ed è così che alla fine è andata

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