Colpita da improvviso benessere, di Franco Giraldi (1976)

di Laura Pozzi

Ma quanto sei bello…ma che bel ragazzo che è”. Lo stupore fanciullesco e la commozione cristallina che hanno accompagnato Giovanna Ralli durante la consegna del David di Donatello alla sua straordinaria carriera, rappresenta il momento più autentico e significativo di una cerimonia avara di emozioni e priva di particolare mordente. Di fronte a una platea costretta a regole e mascherine, c’ha pensato l’incontenibile Giovanna a provocare qualche scossone e a far esplodere un turbinio di nostalgiche reminiscenze. Tuttavia vederla camminare e raggiungere il podio a braccetto di Carlo Conti  ha in qualche modo evidenziato la profonda arretratezza culturale e l’imperdonabile ritardo con cui le eccellenze più significative del nostro cinema vengano “riconosciute” soltanto in tarda età. Ci son voluti circa settan’anni  e più di cento pellicole firmate da maestri come De Sica, Scola, Monicelli e Rossellini per assistere alla tardiva consacrazione di una formidabile attrice, amatissima dal pubblico, ma  spesso intrappolata nel ruolo di quella popolana che le ha regalato il successo, ma ha probabilmente depotenziato le sue capacità artistiche.

Non è un caso che durante il discorso di premiazione abbia citato il ruolo di Piera nel misconosciuto La fuga, opera diretta da Paolo Spinola nel 1965 e ingiustamente caduta nel dimenticatoio. Un film introspettivo di grande eleganza formale, un intenso e dolente ritratto di donna molto affine alle inquietudini di Michelangelo Antonioni e alle visioni oniriche di Ingmar Bergman. Un ruolo incredibilmente audace per l’epoca, ma fondamentale nell’emancipare un’attrice capace di sfidare il suo “lato oscuro” attraverso le insinuanti avances di Anouk Aimée. Per quella coraggiosa interpretazione collezionò il suo primo nastro d’argento, seguito nove anni dopo da  quello per l’indimenticabile Elide di C’eravamo tanto amati. Dal suo prezioso album dei ricordi, ha poi voluto rievocare il profondo affetto per Alberto Sordi, sottolineando la sua galanteria ( le faceva regolarmente recapitare fiori durante la lavorazione di un film) e la feroce avversione per i funghi e il pesce crudo: i primi per paura di finire avvelenato, il secondo per la discutibile freschezza. E’ curioso come quest’aneddoto si leghi paradossalmente alla sua filmografia, portando alla luce una pellicola fra le meno citate, ma tra le più intelligenti e sferzanti interpretate dalla grande attrice romana. Ci riferiamo a Colpita da improvviso benessere, film realizzato da Franco Giraldi nel 1976 insieme al mai troppo ricordato Stefano Satta Flores, Franco Citti, Mario Carotenuto e Renato Scarpa.

In questo film “politicamente corrotto” Ralli veste i panni di Betty Mancini, agguerritissima pescivendola de “noantri” che sogna un futuro capitalista e una casa foderata di moquette azzurro mare. Compagna e concubina di Luiso Malerba (Franco Citti) anarchico “accattone” avvolto da suggestioni pasoliniane, la pepatissima Betty passa un brutto quarto d’ora quando ai mercati generali irrompe l’integerrimo Gigino Mancuso (Stefano Satta Flores), ispettore sanitario partenopeo determinato a far rispettare le regole a colpi di onestà. Non solo Mancuso, ma anche Fernando Proietti (Glauco Onorato), turba la quiete di Betty costretta a ricorrere a bustarelle e strozzini per tirare avanti la baracca. Seguendo l’esempio paterno (un macellaio arrogante e spaccone interpretato da un irresistibile Mario Carotenuto), parte alla volta di Napoli  intestandosi la riuscita di un colossale imbroglio, dove riesce a piazzare un considerevole quantitativo di pesce atomico sequestrato poco prima dall’intransigente Gigino. Colpita da improvviso benessere, che desta più di qualche invidia  può finalmente soddisfare i suoi capricci piccolo borghesi e contare sulla momentanea “protezione” di Mancuso divenuto nel frattempo suo amante. Tuttavia le differenze etiche, restano incolmabili e Betty non può concedersi il lusso di un amore antieconomico basato sulla reciproca lealtà. Meglio tornare tra le braccia e placare i bollenti spiriti di Luiso, che tra un Sacco e Vanzetti e un film di Bergman evita il lavoro come la peste.

Tuttavia l’improvviso benessere viene di fatto polverizzato dallo spietato Proietti, deciso più che mai a ripristinare il controllo sui mercati generali. Alla disincantata Betty non resta che emigrare a Campo de’ Fiori dove ritroverà sotto lo sguardo marmoreo di Giordano Bruno, un inedito Luiso finalmente al lavoro insieme a un rinnovato e “insistito” sentimento. Betty Mancini è un personaggio a cui Giovanna Ralli resta profondamente legata e lo si capisce dal “trasporto” e dall’energia con cui ne replica le gesta, decisamente  poco eroiche, ma estremamente efficaci nel denunciare gli abusi di un consumismo delirante . “Quello che conta è l’apparenza, perché è la disonestà che fa marciare il paese” dichiara un “pesce grosso” con cui Betty e Luiso si ritrovano a cena per affari. Dietro una facciata frivola e caciarona, Franco Giraldi continua a punzecchiare e demolire il fallace benessere di un boom economico letteralmente esploso in un cumulo di macerie. Betty ne è la diretta emanazione, una traffichina disinvolta e spregiudicata, apparentemente senza scrupoli, unicamente interessata al risultato finale. Il povero Mancuso ce la mette davvero tutta  per redimerla, ma il loro amore finirà inesorabilmente a “pesci in faccia”.

Completamente plasmato sul volto e sui meravigliosi occhi di Giovanna Ralli, due fari luminosi capaci di far risplendere e far dimenticare le sue incredibili malefatte, il film volteggia nell’aria armonioso e scanzonato. A differenza del pesce venduto da Betty, la commedia di Giraldi sprizza freschezza da tutti i pori collocandosi lontana anni luce dal congelamento delle attuali commedie italiane. Certo per chi conosce poco le dinamiche della città eterna risulta complicato coglierne tutte le sfumature. Ma Giraldi si rivela grande anche in questo: da buon romano d’adozione affida il suo stornello “cinematografico” all’esuberanza pittoresca della Ralli, ai roventi duetti con Franco Citti, alle battute fulminanti “Abbasso l’iggiene, viva ‘a città più zozza der monno: Romaaaaa!!!” dei pescivendoli messi all’angolo. Ma soprattutto all’estrosità di Fiorenzo Fiorentini che ci ricorda scherzosamente (ma non troppo)  come in realtà “a sta città paremo tutti carcerati”. E alla fine che Ce voj fa’?

Il film è disponibile su Amazon Prime

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