Storie – Codice sconosciuto, di Michael Haneke (2000)

di Greta Boschetto

Code inconnu: Récit incomplet de divers voyages (distribuito in Italia come “Storie – Codice sconosciuto“) è un film del 2000 diretto da Michael Haneke con Juliette Binoche, Thierry Neuvic e Luminita Gheorghiu.

Una distratta e frenetica Parigi, una strada grigia, abiti neri, bordeaux, verde scuro, color cammello. Una pennellata di filtro freddo per rendere tutti ancora più lontani, da noi, tra loro. 

Un ragazzo appena fuggito dalla fattoria del padre arriva a Parigi e chiede ospitalità a Anne (Juliette Binoche), la compagna del fratello Georges (Thierry Neuvic), in quel momento fuori città per girare un reportage di guerra. Lei è un’attrice e in quel momento va di fretta. Gli dà le chiavi. Lui getta (distrattamente? O con arroganza?) un pezzo di carta addosso a una mendicante. Un ragazzo di origini africane interviene e vuole che chieda scusa; ne nasce una rissa. Interviene la polizia e la situazione si complica anche per la mendicante.

“Storie” inizia come molti altri “hyperlink movie” molto in voga a inizio 2000: un gruppo di personaggi non correlati tra loro vengono uniti da dalle casualità e in questo caso seguiti dalla perfezione del piano sequenza che Haneke userà per quasi tutto il film.

Quello che nasce è una storia a vignette di due ore, alcune più afferrabili, altre più misteriose che prenderanno senso solo con il seguitare della pellicola, anche se i personaggi rimarranno sempre distanti, senza convergere mai in un unico momento corale.

In fin dei conti quello che ci mostra Haneke non è altro che la vita vera, moderna, glaciale: non serve per forza uccidere qualcuno o sfociare nella violenza fisica perché le tue azioni abbiano un effetto di vasta portata. A volte è una mancata scusa, a volte è non prendere sul serio qualcuno, una parola scontrosa senza un motivo apparente, o ancora non ascoltare, ignorare una richiesta d’aiuto. Una continua mancata comunicazione, come se non avessimo i codici per decifrare la lingua dell’altro, come se qualcuno ci parlasse con il linguaggio dei segni che noi non conosciamo, come i bambini all’inizio e alla fine del film. A volte è la mancata empatia che sembra dominare chiunque, tutti presi dalla propria mediocre esistenza ma che a noi stessi sembra l’unica reale e importante. 

Le storie non si uniscono davvero mai, perse in palazzi e strade di solitudine. C’è un filo però che collega tutto, l’incomunicabilità tra gli esseri umani e la disillusione che è intrinseca nella società moderna.

Haneke non crea un film, ma un documentario sulla miseria umana raccontato con un linguaggio frammentato che tende a ricreare quella stessa imprevedibilità e disgregazione che sono proprie della vita stessa. Molte cose accadono all’improvviso, ci segnano e nemmeno possiamo immaginare a cosa porteranno nel momento in cui accadono. Ogni segmento delle storie intrecciate, ogni vignetta, è raccontato grazie ad un uso perfetto del piano sequenza, intersecando realtà e finzione, tendendo però al massimo grado di realismo per darci l’illusione di assistere a parti di vita normale e quotidiana, senza interruzioni. Haneke vuole nascondere il suo mezzo, il cinema, per mostrarci una realtà apparentemente non filtrata, mostrandoci saltuariamente anche il trucco: alcuni frammenti di vite che sembrano reali in realtà sono di un film che sta girando Anne, come a ricordarci che quello a cui stiamo assistendo è comunque una scelta di narrazione cinematografica, e ci porta quindi a porci sempre più domande. 

In una delle scene iniziali, infatti, quella in cui scoppia la rissa tra i due ragazzi, il ragazzo francese ha chiaramente torto ma rincara la dose non riuscendo a scusarsi con la mendicante (incapacità di comunicare), eppure quando arrivano le autorità, il primo ragazzo che interrogano è quello di orgini africane. 

Per noi dall’esterno è facile vedere il pregiudizio della polizia che agisce perpetrando un chiaro bias raziale, ma potremmo rispondere con certezza che anche noi d’istinto non avremmo fatto diversamente? O ci saremmo comportati come tutti gli altri spettatori della rissa, senza farci avanti per aiutare il ragazzo e la mendicante? Avremmo parlato o semplicemente pensato tra noi stessi “non è un problema mio”, come fa il ragazzo di Anne in seguito, quando gli viene raccontata una storia su dei possibili abusi? Anche Anne però, che in quel momento si arrabbia con lui, in passato ha ignorato dei probabili segnali. Sente delle urla, abbassa il volume della TV, ma ogni grida emessa non è mai quella che la porta a decidere di intervenire, accende di nuovo la TV e torna a stirare: non è un suo problema. 

Ma la vita è crudele per tutti, a un certo punto potresti essere tu ad aver bisogno di qualcuno che intervenga in tua difesa.

“Storie” è un tracciato interiore che come un mosaico ci mostra situazioni, umiliazioni, violenze pubbliche e private che unite insieme creano un mosaico di piccoli specchi della condizione umana e del nostro vivere sociale e personale, un’Europa di inizio secolo egoista e disincantata che nel frattempo non è altro che peggiorata.

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