IL SIGNORE DELLE FORMICHE di Gianni Amelio (Italia 2022)

di Simone Lorenzati

Gli esperti di mirmecologia sanno che gli operosi insetti che troviamo ovunque hanno due stomaci, uno per sé e l’altro destinato alla condivisione col resto della colonia (chiamato per questo “stomaco sociale”). 

Il Signore delle formiche, il film di Gianni Amelio recentemente in Concorso alla 79ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, mette allo specchio tutto il bigottismo italiano degli anni Sessanta, un paese che guarda con sospetto e paura alla cultura ma, soprattutto, un paese che non è mai andato davvero avanti, rimanendo profondamente “retrivo, meschino, criminale”.

Partendo dal caso giudiziario che, proprio in quel periodo, pose al centro dell’attenzione l’intellettuale Aldo Braibanti, accusato di plagio per aver sottomesso alla sua volontà un giovane appena maggiorenne, Gianni Amelio ci trasporta in magnifici paesaggi emiliani, poi ci colpisce nello stomaco facendoci ascoltare le parole che emergono dalle aule dei tribunali, senza dimenticare quelle piazze romane che si dividono tra le proteste dei giovani e le reazionarie sentenze degli anziani, grondanti di una cattiveria che provoca brividi. Ed eccolo qua l’affresco di una Italia che ben conosciamo e che, ancora oggi, sentiamo parlare al bar, quando non ci tocca di provarla con mano in prima persona.

Ne Il signore delle formiche, quindi, ecco emergere quel senso di oppressione, di malessere societario, di imposizione nel dover essere “normali”, di persecuzione fisica e mediatica che corrode i corpi e le menti di chi la subisce. E, se vogliamo, già dalle prime inquadrature del film vi è riassunto cosa sia il nostro paese: un paese che spia dal buco della serratura per godere della pena altrui, della privazione della libertà di due amanti che, improvvisamente privati di dignità, vengono allontanati l’uno dall’altro in nome di un supposto Dio e di una moralità di stampo medievale.

Amelio viaggia nel tempo e nei ricordi grazie a flashback che congiungono passato e presente, dialetti e persone, ambientazioni e momenti differenti. E tutto può apparire salvifico come letale. Se Roma, infatti, pare la meta perfetta per fuggire dalle malelingue della provincia piacentina, la stessa Capitale diventa il luogo della condanna di un intellettuale accusato di un reato – il plagio – oggi inesistente, condannato semplicemente in quanto omosessuale. 

Luigi Lo Cascio diviene l’alter ego di Aldo Braibanti, interpretandolo a 360°, ora poeta, ora partigiano antifascista, con un carattere tagliente in cui emerge il fascino della cultura, e poi quella scontrosità così umana di chi non vuole essere né mostro né martire, accettandosi per ciò che è. E che male c’è nell’amare?

Lo Cascio non punta mai, neppure minimamente, sul pietismo. Il suo personaggio resta con la schiena dritta anche sotto i colpi delle accuse, apparentemente impenetrabile dietro i suoi occhiali spessi, conscio del fatto che le leggi, persino quelle ingiuste, vadano rispettate, anche se non suffragate da una qualche colpa.

Elio Germano, che spicca per talento, è Ennio, giornalista dell’Unità, la penna acuta che difende, con la costante ferocia di chi non si arrende, l’amico involontario – e fugace – di cui ognuno necessita. Battendo i tasti della vecchia macchina da scrivere inredazione, i vari giornali sempre sottobraccio e il taccuino in mano al processo o in giro per Roma, indossando perennemente un cappello da intellettuale squattrinato e schivo, Ennio mantiene lo sguardo lucido di chi sa leggere tra le righe dell’oscurantismo del Bel Paese, cercando di opporvisi con intelligenza, persino con l’illusione di incorrere nel cambiamento, anche quando tanti compagni pensavano che le lotte da fare fossero sempre altre.

Sara Serraiocco è, invece, Graziella, la ragazza che non comprende e si domanda “perché?” mentre si dà da fare. 

Ma la vera sorpresa del film è Leonardo Maltese, che esordisce sul grande schermo in un ruolo carico di tenerezza, regalando uno sguardo puro e disincantato nei confronti del terribile mondo che lo circonda e del rapporto che stringe con Aldo, fatto difascinazione, rispetto, amore e attenzione, non di tipo esclusivamente sessuale, quanto profondamente umani.

Per la prima volta sullo schermo, poi, appare anche Rita Bosello, che interpreta Susanna, la mamma di Aldo, e che merita, senza dubbio alcuno, più di un plauso. In lei è riassunto tutto il dramma che prova il figlio, stretto nella morsa di un paese, il suo ma anche a livello nazionale, che non comprende, che condanna, che ride, che oltraggia. Eppure la dignità di questa donna è ammirevole.

Il signore delle formiche ci presenta l’Italia attraverso un rapporto omosessuale e in esso incastra la vergogna, il disprezzo, il barbaro trattamento che viene riservato a chi ha quel “demonio” nella testa. Di più. L’elettroshock che subisce Ettore non è, solo, una terribile pratica. Peggio ancora, infatti, è la convinzione della madre che quel gesto sia amore. È anche lì allora che emerge la spaccatura che dissocia l’intelligenza dall’ignoranza: qual è la colpa e chi sarebbero i colpevoli? In un Paese normale non vi sarebbe colpa. E Braibanti questo lo sa, conscio di quanto il popolo italiano degli anni ’60 si stia già avviando verso il cambiamento, mentre la burocrazia resta immobile nelle sue formule, bloccata in un congegno mortale che, a tratti, fatica a sbloccarsi ancora adesso.

Dunque, in primis, viene rappresentato il dramma di un amore non compreso, condannato, disprezzato, offeso. Eppure Gianni Amelio non dimentica la dolcezza, attimi di genuina ilarità, momenti che riescono a strapparci una risata, spesso amara, capace però di ribaltarsi in riflessioni su noi stessi e sulla nostra società. Così facendo l’autore omaggia l’intellettuale emiliano accusando, al contempo, ogni inutile bigottismo, ogni forma di violenza psicologica, fisica e verbale. 

Il signore delle formiche non giudica, non eccede. Ma semplicemente racconta, istruendoci. 

E facendoci riflettere.

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