L’immensità, di Emanuele Crialese (2022)

di Roberta Lamonica

Da “Terraferma” a “Nuovomondo”, ho sempre fatto film sulle migrazioni, sulle transizioni anche da un luogo all’altro. C’è molta trasfigurazione, non giro documentari, è la mia esperienza di vita.

(E. Crialese)

Presentato in concorso alla 79° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e distribuito da Warner Bros. Pictures, L’immensità è il quinto film di Emanuele Crialese, il film che già da tempo avrebbe voluto fare, quello in cui alle famiglie in transizione (anche geografica) dei film precedenti sostituisce la sua personale storia di transizione.

Nelle note di regia Crialese ha dichiarato di aver aspettato tanto a fare questo film perché era “come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro […] perché aveva bisogno di una distanza maggiore, di una consapevolezza diversa». Ma si riesce mai a mettere davvero una distanza maggiore tra sé e una parte tanto radicalmente sconvolgente della propria esistenza, la marginalità e “l’angoscia del rifiuto mai superata”? Il delicato materiale a disposizione di Crialese forse non era ancora completamente decantato nel magma emotivo che fonde momenti e ricordi, perché il film non è esente da limiti e difetti, purtroppo.

Un film tanto intimo e personale avrebbe dovuto vivere di sfumature e lievi accenni e invece è una pellicola di contrasti netti che schiacciano sul fondo i delicati moti dell’anima della protagonista del film, la dodicenne, Adri (Luana Giuliani), che si sente maschio e aspetta di diventarlo davvero tramite un miracolo da Gesù o un dono dagli alieni.

Nel frattempo lo spettatore affoga nel dramma di una famiglia borghese in cui la madre amatissima di Adri, Gino e Diana, “troppo bella” e decisamente naïve – una bravissima Penelope Cruz su cui, insieme a Luana Giuliani è incollata la macchina da presa per quasi tutto il film – è alle prese con una crisi coniugale che la devasta e la fa finire in una clinica per malattie nervose. Il villain senza nuances è il padre (Felice), interpretato dall’attore feticcio di Crialese Vincenzo Amato, marito borghese trattenuto e traditore.

Crialese affida in maniera decisa il mondo del gioco e del Rumore – il film inizia con una ‘coreografia domestica’ sulle note del successo di Raffaella Carrà – ai momenti di condivisione madre-figli, mentre alle cene con il padre è riservato un imbarazzante e assordante silenzio. Queste continue opposizioni nel film – maschio-femmina, dentro-fuori, sopra-sotto, apparenza-realtà – invece di essere funzionali a rendere la transizione cifra tematica e argomentativa del film, portano lo spettatore a empatizzate poco con i personaggi e lì ingessa in una recitazione costruita e a tratti distaccata.

È un viaggio nella memoria, quello di Emanuele Crialese, il film della sua vita, la sua storia, dunque. Meravigliosa e furba la colonna sonora, un omaggio sentito alla Raffaella nazionale (ma anche al Molleggiato, a Patti Pravo) e alla televisione che fu. Ma allora perché non ci si sente mai davvero completamente coinvolti? Si ha la sensazione che non ci sia reale ‘svelamento’ dietro questo film di svelamento. Motivazioni, turbamenti e paure restano in una sfera non fruibile allo spettatore, stordito da disarmonici eccessi formale, accenni di musical in b/n come liberatori momenti di fuga dalla realtà e sensazioni di già visto: vestiti lanciati in un’esplosione nell’aria come in Laurence Anyways di Dolan, fotografia satura e bambini che giocano tra le sterpaglie abbandonate come quelli di The Florida project di Sean Baker, incomunicabilità di coppia e donne ‘sull’orlo di una crisi di nervi’ alla Almodovar, insieme a una ricostruzione degli anni ‘70 mai sporca, mai davvero ‘vera’…

Un film che lascia il segno, promette Warner Bros: in realtà il problema pare essere proprio che L’immensità non riesce a lasciare il segno, che i personaggi siano solo abbozzati e che si risolva in quadretti isolati che giustappongono la scoperta della propria disforia di genere da parte di Adri e la realizzazione che riuscirà a essere chi vorrà, alla graduale scomparsa della adorata madre tra le maglie di una mortifera vita coniugale, per sempre privata della possibilità di essere se stessa… chiusa e murata viva in una casa che letteralmente “puzza di m***a”, come dice Felice in un momento drammatico del film. Nella scelta grafica del titolo c’è, in definitiva, la vera natura de L’immensità: un filo che ‘ricama’ ma che resta aperto, che non completa ciò che avrebbe voluto tanto dire, a cui manca quel piccolo nodo che mette fine al lavoro anche prezioso, anche meticoloso, di mani esperte ma forse in questo caso troppo tremolanti.

3 risposte a "L’immensità, di Emanuele Crialese (2022)"

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  1. Adoro le tue recensioni, gentile Roberta, per quella obiettività che fa della tua critica un’analisi dei film partecipata, attenta e convincente. Grazie di questa tua onestà che fonde nell’analisi forma e sostanza per una visione non esclusivamente estetica e tecnica.

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    1. Mi onori sempre, Marcello, con la tua lettura e con i feedback sempre gentili e affettuosi. Io cerco di essere sempre fedele alleato sensazioni che un film mi trasmette e cerco allo stesso tempo di rispettare comunque l’opera e chi l’ha prodotta. Che tu metta in risalto una onestà nel farlo, mi conforta e mi fa tanto piacere 🙏

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