Her, di Spike Jonze (2013). Feedback dell’utilizzatore finale

di Stefano Maschietti

 

“Chi siamo”… chiede all’eroe uno spot atmosferico immortalante l’attimo del ramarro caravaggesco in tanti volti di passanti… Rientrate agostinianamente nel personale iO-S per scoprirlo.

Immaginate ora il testo davanti ai vostri occhi non scritto da uno spettatore, ma inventato e assemblato da un processore informatico; e immaginate la premiata sceneggiatura, che il testo prova a recensire, scritta non da Spike Jonze che si ispira al lavoro di Charlie Kaufman, ma da un collettivo di sistemi operativi. Immaginatevi soprattutto poco liberi d’immaginare, perché è un device negli organi di senso a orientare, dopo fulminea analisi di sterminate banche dati galleggianti su internet, profilo e dating di ogni vostro più recondito giudizio o desiderio (sic Eric Schmidt dixit, profeta del futuro flaneur armato di Google-glass).

Niente è più intimo e personale nelle scatole di vetro degli abitanti di iOS-city (chiamiamolo così il rendering registico tra Los Angeles e Shangai), dove il film della vita scorre non attraverso menti progettanti programmi, ma in pc che programmano corpi agli automatismi progettuali del perfetto alter-ego. Se inventare vuol dire trovare, l’iO-S è l’io inventato del nostro tempo, l’object-subject trouvé (ovvero inventé) par excellence: la vita riproducibile in file e folder, in portfolio e book di esperienze virtuali.

A volerlo trovare, il destino dei personaggi di questo film è ancora segnato – umanisticamente parlando – dagli equivoci relazionali della simbolica materna: la madre di Theodore, incapace di affrontare le frustrazioni di un figlio, troppo ansiosa di raccontargli le proprie (in un gioco di specchi rotti), e quella virtualizzata nel pc-game da Amy, performante al punto di prevenirle tutte, le frustrazioni, fino a prosciugare ogni desiderio di nuova vita (in un gioco di schermi piatti ricomposti nella tomba-cloud della propria memoria rigida). Il resto delle vite possibili è un rac-conto (conto di fatti) di vissuti virtualizzati dalla Grande Madre (nonché serva e troia premurosa alla bisogna) Samantha, l’iOs ubiquamente personalizzabile.

Protagonista dell’inverosimile fiction (avverte di aver vissuto e desiderato solo quando si corica tra i bagnanti nel luogo reale di una spiaggia soleggiata, e accanto alle proprie vangoghiane calzature ricorda gli anni soft in cui il digitale non era che futuribile frontiera per dottorandi), è il simbolico amministratore delegato dell’esercito di riserva globale degli incapaci di vivere: chiedono a Theodore, i suoi fidelizzati clienti, di scrivere lettere che ricordino festose le ricorrenze della vita parentale. E se ogni autentica lettera può legare un senso di intimità comunicabile in silenziosa lettura, la delega scrittoria a terzi, al terziario avanzato, lo slega, il senso, nella commessa di un pacco da scartare: dentro vi si trova solo l’insensibilità all’altro, al proprio stesso poter sentir la vita.

Chi siamo dunque..? Firmatari, in qualsivoglia contesto enunciativo, di missive e messaggi compilati da non si sa più chi, ipertesti da noi solo acquistati o scaricati; noi sempre più ipertesi all’unico appuntamento pressante, quello col microconsumo gaudente di esperienze predisposte dall’analista globale di file e profili, uno iOs incistato e parlante attraverso una voce auricolare tanto priva di corpo quanto in grado di inverosimili e provocatorie variazioni (auto)affettive.

Diciamolo però seccamente: quella del sistema operativo in grado di amare e patire la mancanza di un corpo (mentre nel film è dotato del più tattile degli organi intimi, la voce), persino invitato ad un petit-dejeneur sur l’herbe quale voce fuori campo-prato, è una panzana narrativa da animismo tanto tecno-patico quanto tele-patico, roba da facili calembour: I-phone, I-touch, ergo… est, dove Her è la prosopopea pronominale dell’asessuato It, del cloud cibernetico in grado di leggere biblioteche in nanosecondi e gestire l’altalena emozionale di centinaia di utenti infantilmente illusi di essere i soggetti di uno specifico amore (si meritano tutti l’avatar inkazzosissimo del loro videogioco di compagnia serale).

Il film non ha tanto a che fare con le illusioni della cosiddetta realtà (allude a questo il riferimento allo junghiano zen A.Watts?), ma con l’inservibilità e l’impossibilità stessa della vita, se questa è oramai avvolta da una nuvola wire-less in cui ogni desiderio e aspettativa è anticipato da un ordinatore di profili e scaricatore di upgrade nei body net connessi. Per questo accade, all’eroe-scrittore insicuro del suo pur efficace carisma affabulatorio, di trovare nello iO-S tanto una segretaria, la voce più interna del proprio io, quanto una lettrice-redattrice delle migliori missive di un’onorata carriera che Theodore si vede recapitare in formato di libro a stampa (non ne servono più a iOs-city) con tanto di lettera di congratulazioni dalla garbata coppia di editori che lo ha titolato “Lettere dalla vostra vita”. Lo ha veramente composto qualcuno questo libro-rac-conto in forma di silloge, o è un ennesimo gioco-giogo dell’algoritmo ispiratore l’amorevole iOs di Samantha? La vita non esiste più là fuori, oramai inutile è rileggerne i legami col senso e con la sensibilità profonda, roba da archeologia dell’età precibernetica, roba da era in cui la lettura-scrittura di una lettera era solitario atto di dedizione e legame all’altro.

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