Forever young- Les amandiers, di Valeria Bruni Tedeschi (2022)

di Marzia Procopio

La scorsa settimana è uscito nelle sale “Les Amandiers”, il film che Valeria Bruni Tedeschi aveva presentato a Cannes la scorsa primavera. Nei nostri cinema si chiama “Forever young”, e forse una volta tanto è un titolo che allarga il campo, e indica la vera intenzione della regista, l’omaggio sentito alla gioventù di ogni epoca. Colorato e in qualche punto ancora un po’ “accelerato” come i quattro che lo hanno preceduto, “Les amandiers” si regge su una scrittura sorvegliata e su una regia fatta di inquadrature strette, intime, e di scelte tecniche – quella della macchina da presa e della grana della pellicola – che insieme ai costumi sgargianti e alla fotografia ne fanno il racconto sincero, onesto, bellissimo, degli anni ‘80 e del loro corredo: l’eroina, l’AIDS, la promiscuità sessuale in un gruppo di giovanissimi aspiranti attori teatrali che sostengono il provino e poi entrano a far parte della scuola annessa al teatro di Nanterre, entrambi creati e diretti da Patrice Chéreau (interpretato da Louis Garrel) e frequentati da Bruni Tedeschi in gioventù. Un film autobiografico, quindi, in cui le storie dei ragazzi richiamano il vissuto personale della regista e attrice, ma che non esaurisce nel dato personale la propria ispirazione, perché è anche celebrazione affettuosa della gioventù, degli slanci, delle aspirazioni e delle cadute dei vent’anni. Alla storia orizzontale – un amore destinato a un tragico epilogo – si legano a elica le storie di tutte le protagoniste e i protagonisti del gruppo di allievi della prestigiosa scuola, che porteranno in scena, come loro primo lavoro, il Platonov di Čechov.
Con un serrato close-up sui suoi protagonisti, tra cui spicca l’alter ego della regista, la giovane Nadia Tereszkiewicz nei panni di Stella, Tedeschi realizza un racconto corale
sulla gioventù e sui suoi bisogni di condivisione anche promiscua, pericolosa ed estrema, sul teatro come scelta di vita ed esperienza formativa e trasformativa – meravigliose le scene alla scuola newyorkese di Lee Strasberg, con gli esercizi di consapevolezza e le danze e le urla liberatorie dei giovani corpi – con uno stile che non forza, e risulta in tal modo naturale e sincero pur trattandosi di un’opera meta-narrativa, pur trattando una materia così viva e magmatica come è l’arte quando – vissuta dalle persone giovani – diviene fine e non linguaggio dello stare al mondo. Per quanto la regista ami i suoi ragazzi, Étienne per primo, interpretato dal suo giovane compagno Sofiane Bennacer, finito al centro di una vicenda giudiziaria che ha senz’altro danneggiato il film – per quanto li voglia guardare da vicino e non solo per tirarne fuori la verità che sola consente all’attore, all’attrice, di diventare il personaggio (soprattutto a teatro, dove la scrittura si fa carne ogni sera e ogni minimo dettaglio, anche la ruota di un carrello portavivande, fa la differenza), ogni personaggio è destinato alla propria parabola esistenziale: la paternità incosciente e arruffata, l’amore infelice per il proprio maestro, una carriera da grande regista cocainomane e violento, la follia, la morte prematura: ciascuno con la propria storia, tutti forse “per sempre giovani”.

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