Poveri ma belli, di Dino Risi (1957)

di Roberta Lamonica

Locandina

Dopo sei insuccessi clamorosi al botteghino (tra cui Il Bidone di Fellini), Goffredo Lombardo, patron della TITANUS, decide di puntare su un film a basso budget, leggero, un film ‘romano’ scritto per ironia della sorte da Dino Risi (Il sorpasso, Una vita difficile, Il giovedì, Straziami ma di baci saziami, Profumo di donna), regista milanese che tratta i suoi protagonisti solo con apparente bonarietà, mentre ne mette a nudo tutti i limiti e le risibili contraddizioni. Forte del successo ottenuto da Gli Innamorati di Bolognini, prodotto da Alessandro Jacovoni, Lombardo interessa nella scrittura della sceneggiatura anche Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa. In un primo tempo Carlo Ponti avrebbe voluto produrre il film con Walter Chiari, Ugo Tognazzi e Sophia Loren come protagonisti, ma poi rinunciò al progetto (pentendosene) e il film fu prodotto invece da Silvio Clementelli che scelse i giovani e quasi esordienti Maurizio Arena, Renato Salvatori e Marisa Allasio nei tre ruoli principali e le minorenni Lorella De Luca e Alessandra Panaro nel ruolo delle due sorelle dei bellimbusti protagonisti.

Marisa Allasio, Lorella De Luca, Alessandra Panaro allo stabilimento Ciriola sul Tevere

Poveri ma belli fu un successo enorme di pubblico e botteghino. Alternativamente inserito nel filone del Neorealismo ‘rosa’ o definito come l’antesignano della comnedia all’italiana, il film val bene una visione – quando se se presenti l’occasione – fosse anche solo per le gag dei fratell(astr)i Carotenuto o per lo spaccato sulle vite di gente comune che, dopo anni di faticosa ricostruzione e innumerevoli sofferenze e sacrifici, intravedeva qualche ‘silver lining’ al proprio orizzonte. Nonostante il film abbia suscitato non poche critiche da parte di chi lo vedeva come un tradimento del Neorealismo e del suo portato di impegno e denuncia, Poveri ma belli fu talmente impattante da spingere la Titanus a produrre ben due sequel, Belle ma povere e Poveri milionari. Il film è intriso di battute melodrammatiche, le stesse che solo pochi anni prima rigavano le guance degli spettatori nelle buie sale cinematografiche durante la visione dei film con Amedeo Nazzari e che ora invece suscitavano ilarità e divertimento.

I protagonisti in una scena del film


In una Roma meravigliosamente verace, con Piazza Navona a fare da centro nevralgico della vita di giovani e meno giovani generazioni di figli del popolo, Romolo e Salvatore passano le loro giornate tra sogni più o meno romantici, poca voglia di lavorare e uno sguardo sbilenco sulle mode d’oltreoceano.
Si invaghiscono entrambi della bella Giovanna, vivace, prorompente ed emancipata donzella che non lesina baci, anzi li usa come metro di valutazione del suo interesse nei confronti dell’altro sesso.
I due amici/contendenti impareranno che giocare con il ‘fuoco’ può essere ‘pericoloso’…
In questo film, dietro una patina di apparente disimpegno e leggerezza, Dino Risi mostra un’Italia che non riesce ad emanciparsi davvero e che demanda allo ‘specifico italico’ del lazzo e del sotterfugio la soluzione a problemi più o meno scottanti, più o meno cogenti.

Renato Salvatori e Maurizio Arena


E quindi le velleità di innalzamento sociale di Romolo e Renato non vanno oltre l’abito di sartoria dai pattern discutibili che si fanno cucire dal padre di Giovanna e che li fa somigliare più che alla gioventù bruciata di James Dean o agli Angry Young Men di John Osborne a caricature dello stereotipo del gangster italoamericano come da immaginario collettivo; mentre la presunta e sbandierata libertà sessuale di Giovanna, la sperimentatrice di baci, non va oltre il muro di patriarcato fatto di schiaffi e subordinazione che Ugo (l’uomo che ama) le offrirà al termine del film.
Dal catcalling molesto filmato con gusto gigionesco all’hunky-panky codificato come pratica comune di approccio e relazione tra i sessi; dalle feste in terrazzo con il ballo della scopa e i genitori a fare da tutori morali ai bagni al Tevere con tanto di ‘struscio’ e bagnino, Poveri ma belli ci mostra la sostanziale improbabilità di salire l’ascensore sociale per i protagonisti ma al contempo la rapida capacità di accontentarsi di ciò che già sono stati fortunati ad avere in sorte dalla vita: il sole, la gioventù, i sogni. Ci ricorda inoltre come tutto sommato e nonostante limiti e contraddizioni, l’Italia sia un paese completamente diverso da quello di 60 anni fa, più attento, equo e raffinato… o forse no?

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