L’invasione degli ultracorpi, di Don Siegel (Usa/1956)

Di Girolamo Di Noto

A prescindere dalle innumerevoli letture a cui è stato sottoposto negli anni, L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel può essere considerato uno dei grandi classici della fantascienza, una delle opere più significative che girerà il regista e nonostante, o forse proprio per l’assenza quasi totale di effetti speciali, resta ancora oggi uno dei grandi incubi della storia del cinema, un capolavoro sulla paranoia collettiva degli anni ’50.

“Non preoccuparti, inutile prevedere soldi per gli effetti speciali, ci occuperemo soprattutto della storia e dei personaggi”. Don Siegel, rivolgendosi al suo produttore, aveva le idee chiare: l’angoscia, il senso di smarrimento non sarebbero derivati da mostri invasivi e truculenti, né da trucchi cinematografici pensati per far sobbalzare l’ignaro spettatore, ma da una spiazzante tranquillità, da un villaggio ordinato, dove tutti si conoscono, da persone apparentemente rassicuranti.

Don Siegel gioca sul non visto e concentra tutta la sua attenzione sull’inquietudine che è racchiusa nella normalità, sulla paura profonda di essere sostituiti da una copia di sé stessi, insensibile e priva di emozioni.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jack Finney e sceneggiato tra gli altri da Sam Peckinpah, L’invasione degli ultracorpi racconta la storia di un medico californiano, il dottor Miles ( Kevin McCarthy ) che scopre che la sua cittadina, Santa Mira, è stata invasa da baccelli alieni che s’insinuano nel corpo umano durante il sonno e pian piano si sostituiscono ai loro ignari ospiti. Il racconto di Miles, in forma di flashback, si avvia con le parole di questi che, in veste di narratore , si premura di dire che “scendendo dal treno a prima vista tutto gli sembrò normale”.

Come nella maggior parte dei film di Siegel, non è tanto la violenza in sé che può disturbare quanto il fatto che si giunge ad essa attraverso un preambolo che non lascia presagire quanto sta per verificarsi. L’apparente calma del villaggio, la pacata conversazione tra il medico e la segretaria fatta di sorrisi e qualche sguardo malizioso di troppo, lasciano intuire, almeno inizialmente, un clima da commedia, ma Siegel è abile a far sì che il mistero cominci ad annunciarsi nel mezzo di gesti quotidiani e situazioni mondane. E subito, infatti, qualcosa accade, un evento quasi insignificante: l’affermazione della segretaria che un numero di pazienti ben più alto del solito avrebbe chiesto di essere visitato da Miles durante la sua assenza.

Siegel ha la capacità di saper accumulare una serie di segni che rinviano a qualcosa di straordinario e riesce nell’intento di creare un primo stato di inquietudine quando Miles e la segretaria rischiano quasi di investire un bambino che corre lungo la strada mentre sta scappando dalla madre. È il piccolo Jimmy che arriverà a sostenere che sua madre non sia più sua madre.

Attraverso altri incontri, prenderà forma il “mostruoso”, l’angosciante verità: gli ultracorpi, nel titolo originale i body snatchers, letteralmente i ruba-corpi, stanno invadendo la Terra e – cosa angosciante – si nascondono tra gli esseri umani. Gli alieni ci somigliano, vestono i panni dei nostri cari, sono uguali ma diversi, sono replicanti che assumono le sembianze degli umani, in cui tutto è identico ma privi di emozioni.

Sebbene sia l’unico suo film di fantascienza, L’invasione degli ultracorpi di Siegel è a tutt’oggi uno dei grandi classici del genere e il suo fascino sta nel fatto che racchiude diverse modalità di stile: è sì un film di fantascienza perché propone uno dei suoi principali topos, l’invasione aliena, ma è anche un film noir per le innumerevoli immagini di ombre che popolano le scene che rinviano all’idea dell’altro, per il gioco delle luci, per cui spesso il volto del protagonista appare spaccato in due, in uno chiaroscuro degno di mistero, per l’uso del flashback ed è infine anche un film che naviga nel fantastico per la presenza del vento, per il clima di esitazione che si respira, oscillante tra credulità e incredulità per i fatti insoliti che accadono.

Siegel spazia tra i vari generi e in alcune sequenze si misura anche con l’horror, senza strafare ma con una giusta dose di angoscia che rende teso lo spettatore. Pensiamo, ad esempio, quando compare per la prima volta il primo ultracorpo: steso su un biliardo, l’oggetto del mistero riporta su una mano la stessa ferita che Jack, un amico del dottore, si era appena fatto rompendo un bicchiere, così come colpiscono le immagini di questi baccelli bavosi da cui emergono umanoidi pronti ad integrarsi nei corpi umani e senza dubbio inquietante è anche l’incontro tra Miles e lo psichiatra Kauffman: un incontro misto di preoccupazione e rassicurazione perché se da un lato lo psichiatra conferma al dottore le centinaia di casi simili a quelli del bambino che si sono registrati nella zona, dall’altro lo rassicura mettendolo a tacere presentando tutto come fenomeno di nevrosi collettiva, ma l’angoscia sta nel fatto che probabilmente l’uomo si è già trasformato.

Diverse sono le interpretazioni che si sono date a questi alieni: sappiamo come nei primi anni ’50, gli anni dell’atomica cinese e dell’inizio della Guerra fredda, si sono sprigionati in parecchi film una paranoia da persecuzione da invasione o da fine del mondo e anche ne L’invasione degli ultracorpi hanno preso vita varie supposizioni. Gli alieni ora sono visti come metafora dell’incombente pericolo sovietico, dunque manifestando in tal senso il terrore del comunista che si infiltra nel tessuto sociale sovvertendo l’ordine democratico, ora come incarnazione delle persecuzioni maccartiste.

Ma un’opera di valore non può essere ridotta, semplificata ad una definizione e lo stesso regista ha sempre rigettato – non poteva fare altrimenti – tali ipotesi. Per Siegel “nessuno aveva mai pensato ad un qualunque simbolismo politico. Nostra intenzione era attaccare un’abulica concezione della vita”. La lettura del regista va quindi inserita in un filone esistenzialista: gli individui perdono l’anima, accettano passivamente l’invasione, non agiscono, non reagiscono ma si conformano.

Da questo punto di vista il film diventa una riflessione sulla perdita della propria identità, sul rischio di assuefarsi ad una società omologata, caratterizzata da persone prive di emozioni, dai sentimenti inariditi e il grido finale del protagonista, le parole You are next pronunciate da Miles in primo piano rivolte allo spettatore, diventano un frustrato grido di avvertimento contro la disumanizzazione della società.

I film di Siegel hanno sempre avuto come protagonista un uomo solo in conflitto con gli altri: anche il dottor Miles come il futuro ispettore Callaghan è desideroso di giustizia e l’invito rivolto alla sua donna di non addormentarsi e di sforzarsi di ” restare con gli occhi aperti ” può essere letto come un desiderio di tenere sveglie le coscienze, non farle scivolare all’interno di una folla indistinta, omologante, arida.

L’invasione degli ultracorpi resta ancora oggi un film esemplare, una parabola che racchiude angoscia, in un certo senso profetica se pensiamo a come sia stato purificato il mondo dalle passioni, dalle emozioni, un’opera di grande rilievo, macchiata solo dal finale consolatorio imposto dalla produzione, un classico del cinema da riscoprire, un incubo che difficilmente avremo modo di rimuovere.

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