di Andrea Lilli –

Tre persone conversano la sera, sedute in un bar che poi sapremo essere a New York, nell’anticipo della penultima scena di un amore che poi sapremo essere potente quanto delicato. Past Lives è fatto dell’interazione tra passato e presente, fin dalla prima sequenza. Una donna e due uomini, di cui uno dal viso “occidentale” (termine vago e abusato, ma “caucasico” è peggio), asiatici invece i lineamenti dell’altro e della donna. I tre sono a disagio, conversano impacciati, trattenuti, tesi. Non ci giungono le loro parole, bensì i commenti di due guardoni fuori campo come noi: giocano a definire i ruoli in questo triangolo che poi vedremo svilupparsi isoscele, dove due semirette unite all’origine si allontanano, pur inseguendosi, sognandosi, e loro malgrado si separano, fino ad essere definite e ricongiunte da un segmento di vita più breve e pragmatico. I numeri 1 e 2 ricorrono più volte in questa storia d’amore che ha due protagonisti più uno, a sua volta innamorato, e tre unità di tempo. Trama forse logora, niente di nuovo sotto il sole del cinema, ma qui non si tratta del solito lei lui l’altro: c’è una grazia sottile che folgora, scuote, conquista, tra l’altro premi, a distanza di quasi un anno dall’esordio al Sundance Festival.


Seul. Due dodicenni vanno a scuola nella stessa classe e stanno bene insieme, anche fuori di scuola. Lei si chiama Na-young, lui Hae-sung. Lei ha una sorellina e genitori intellettuali e ambiziosi, lui vive con meno parenti e libri. Insieme affrontano i compiti, insieme tornano alle proprie case, si vogliono bene come possono due ragazzini, finché il legame si interrompe bruscamente per il trasferimento in Canada della famiglia di lei, che cambia nome: sul passaporto sarà Nora, e dovrà imparare bene l’inglese per prendersi il diploma all’high school.
Dodici anni più tardi vediamo lei trasferirsi a New York e cominciare una vita indipendente, felice di lavorare come sceneggiatrice, mentre lui, rimasto con la madre a Seul, dopo il servizio militare studia da ingegnere. La rivoluzione digitale fa il suo corso e i due si ritrovano sui social, nuova invenzione che ripesca volti del passato, rianima fantasmi, parole e immagini che a distanza sostituiscono la realtà diretta, la tastiera si prende tutto il tatto delle dita, e ciò che era un’intesa di dodicenni mai dimenticata diventa desiderio di ventiquattrenni, e divampa. “Dovresti venire a New York…“


Finché i sogni e la corda virtuale non si spezzano sotto la tensione insopportabile dell’attesa di un abbraccio fisico che non avviene, e chissà se e quando e come. Ci sarà dodici anni dopo, la riunione. Dopo che sia lei che lui – ormai trentaseienni – hanno trovato (ripiegato su?) altri amori. Ma il legame resta. “Sogni sempre in coreano“, dice a lei Arthur (l’altro).
E’ Hae-sung che dunque decide di vedere Nora, trovarla a New York, finalmente!, dopo ventiquattr’anni – di cui la massima parte in black-out. Ma sia lei che lui non nascondono nulla della loro vita, e nel nuovo incontro arriva il confronto con l’altro, il terzo, il presente nella resa dei conti col passato, la realtà insieme ai sogni. New York e Seul, due mondi, due tempi, due lingue, due vite che costringono ad una scelta, qui e ora. Quindi la scena del bar, e subito dopo ecco l’imprevedibile conclusione della storia. Impossibile da indovinare, sia nel merito che nel modo in cui arriva, perché fino all’ultimo le tensioni opposte si equivalgono, perché i due si amano e potrebbero non amarsi per sempre, perché il terzo si fa da parte ma non se ne va, perché solo all’ultimo lui capisce lei, che capisce lui e sé stessa e tutto il resto.

Past Lives si potrebbe tradurre Il passato vive, oltre che Vite passate. Viene spiegata nel film la nozione coreana di destino (In-Yun), un corollario della reincarnazione buddista: gli incontri tra persone non avvengono per caso ma sono una sorta di rimbalzi di incroci di vite precedenti, e una coppia decide di accasarsi perché si era già incontrata nel corso di 8000 vite. Ma Vite passate sono anche le vite della nostra metamorfosi, le vite dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza, vite reali e vite immaginate, vite che cambiano con gli anni e con i traslochi, vite che ci cambiano.
Semplice e raffinato, autobiografico sicuramente, ma non importa quanto, il primo lungometraggio della coreano-canadese Celine Song scorre agile e coinvolgente, stupisce per l’interpretazione dei protagonisti, riesce a raggiungere corde abitualmente trascurate, con un pudore che talvolta rasenta la provocazione.
in sala dal 14 febbraio

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