Con Sandra Hüller e Christian Friedel
di Roberta Lamonica

Ponendosi il problema della rappresentabilità della Shoah, gli autori che hanno scelto di affrontare i rischi connessi al “raccontare l’indicibile”, hanno col tempo sviluppato degli approcci formali che evitassero di cadere “dal tragico all’osceno”. Questa tensione li ha portati a fare scelte chiare su che cosa fosse in qualche modo “lecito” mostrare (al riguardo si veda il nostro articolo Il limite dello sguardo) e cosa invece scegliere di tenere fuori dall’inquadratura. Come ha chiarito Claude Lanzmann, l’autore del film forse più importante e “bello”, Shoah, di fronte a questo tema “a dominare sono le scelte etiche”.
In Austerlitz (2016), di Sergei Loznitsa, il regista prova a portare il cinema sulla Shoah in un territorio quasi performativo e videoartistico, filmando i visitatori/turisti di campi di sterminio. Il regista dirà provocatoriamente che il suo non è un film sulla Shoah, in parte a ragione: eppure nel nostro cercare in questo film, in questi luoghi, quello che non può essere visto – lo sterminio, appunto – trova compimento questa opera, che ci mostra che cosa sia la Shoah oggi per molti, e cioè uno stridore di fondo e quel nauseabondo turbamento che ci prende nell’osservare i turisti farsi dei selfie nei luoghi dello sterminio.
La zona d’interesse di Jonathan Glazer è decisamente in questa tipologia di prospettiva intellettuale ed etica.
Candidato a 5 Oscar, vincitore di 3 Bafta (gli Oscar inglesi) e molto liberamente ispirato al racconto omonimo di Martin Amis (2015), La zona di interesse è un film che resta addosso come un cancro che scava nella coscienza, lentamente e senza dare scampo.

Ci sono fiori bellissimi, nel giardino degli Höß, proprio dietro il campo di sterminio di Auschwitz; fiori coltivati con cura estrema, chiamati ognuno con il proprio nome. Di certo nomi difficili da ricordare, eppure Hedwig (una ottima Sandra Huller) li conosce tutti e racconta alle sue belle figlie storie legate a quei fiori, che a tratti invadono lo schermo e di cui riusciamo quasi a sentire il profumo.

“Sei caduta in piedi, figlia mia!”, dice la madre a una compiaciuta e rilassata Hedwig, la regina di Auschwitz, mentre sono sedute nelle comode poltrone da giardino della villa. Poco importa se la morte ringhia alla vita e la sbrana a pochi metri da loro. E noi sentiamo quel ringhio minaccioso, gli spari, i latrati dei cani, le urla in sottofondo, la fornace che lavora interrottamente. Lo sentiamo noi seduti sulla poltrona al cinema, non possiamo ignorarlo quel rumore incessante, sordo, doloroso che scava nell’anima. E oltre al profumo dei fiori sentiamo l’odore acre di fumo, la cenere ‘grassa’ che sembra attaccarcisi al viso, agli abiti; ci entra nelle narici e ci toglie il respiro. Vediamo la luce del sole che è fredda e accecante, non ci scalda, ci fa venire i brividi ma ci permette di vedere fin troppo chiaramente.
Ma non vediamo altro che una famiglia nello svolgersi della propria anche banale, se volete, quotidianità.

Gli Höß sono sani e tedeschi, grosse caviglie e polpacci, seni generosi, volti rubicondi, trecce bionde strette in romantici fiocchi sulla nuca. Una piscina, la serra, un cane e un brulicare di vita nella villa; Hedwig riceve signore eleganti e regala loro la biancheria che arriva regolarmente dal campo, tenendo per sé le cose migliori.
Si trucca Hedwig, con il rossetto che trova nella pelliccia appena arrivata da oltre quel filo spinato che separa la sua bella casa dall’Inferno. E suo marito Rudolf indulge nei piaceri della carne con ‘una di loro’ nello squallore di stanze-rifugio sotto il campo, salvo poi pulirsi entrambi, eliminare tracce del contatto lui, del rossetto lei, prendere le distanze anche igieniche rispetto al non-umano. Perché ‘l’ebreo’ lusinga con i suoi bei vestiti, attira quasi eroticamente con i suoi belletti, infetta con le sue carni e con le sue ceneri.

“Non devi farlo mai più” dice a se stesso il piccolo Hans dopo aver visto qualcosa di evidentemente orrendo dalla finestra. Perché l’orrore non può essere guardato, rappresentato o addirittura filmato, come in questo caso. È osceno e fuori dalla scena deve restare.
Ed è così che nella quotidianità degli Höß a malapena si nominano gli ‘ospiti’ del campo e quando succede è sempre incidentalmente, come parte del lavoro di Rudolf, funzionali al suo avanzamento professionale.
Una famiglia tradizionale nel suo Lebensraum come nei quadri di Ziegler o Dettman, quella degli Höß, con un papà affettuoso che racconta Hansel e Gretel alle sue bambine per farle addormentare, che porta tutti al fiume per il picnic e che lascia il ‘paradiso’ di Auschwitz suo malgrado per seguire gli ordini dei suoi superiori.
La zona d’interesse, al cinema ora, è un film in cui il regista Jonathan Glazer gioca e sperimenta con le possibili reazioni sensoriali dello spettatore, quasi sparendo dalla storia che racconta, per consentire di riflettere ancora e sempre sulla Storia.

Schermi neri, suoni distorti e cineprese fisse disseminate ovunque sul set, un piano sequenza indimenticabile; Glazer sembra voler ‘dire’ in questo modo ‘nuovo’ qualcosa che si è provato a dire in tutti i modi e non si è mai riusciti appieno. Perché predicare l’orrore è impossibile. Predicare l’orrore della scelta consapevole di non vedere, sentire, e quasi compatire quell’orrore è possibile, invece. E Glazer ci riesce. E nella Carità di una ragazzina polacca, una specie di piccola creatura fantasmatica che lascia cibo e restituisce a quei mucchi di cenere almeno il ‘segno’ del loro passaggio sulla Terra, c’è l’unica speranza di non essere colpevoli, tantomeno complici di un crimine così mostruoso ed indicibile.
Per tutti gli altri c’è un pianerottolo su cui non si riesce nemmeno a vomitarlo, il male che si è fatto e resta solo il buio di una scala che porta lì dove per quel male, il Male, oltre alla dannazione eterna, può esserci solo un fetido e nauseante oblio.

Ps. Allo spettatore è richiesto un grande sforzo di cinefilia e curiosità verso un lavoro e un risultato decisamente impegnativi. Ciò detto, il film, a tratti davvero faticoso, è imperdibile.
Le recensioni di Roberta Lamonica sono sempre emozionanti, credo anche per chi ha già visto il film. Io non potrò vederlo tranne che non lo mettano su youtube. Ma cosa importa? Anch’io, leggendo, ho sentito gli spari, i cani abbaiare, le urla in sottofondo, la fornace che lavora interrottamente e l’acre odore del grasso fumo. Un sincero grazie🙏
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Marcello, grazie per essere sempre così confortante nei miei confronti.
Roberta
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🙏🌹
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film molto bello^^
straniante
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