La sala professori, di Ilker Çatak (Germania/2023)

di Girolamo Di Noto

Il cinema ha costantemente dedicato la sua attenzione a raccontare figure significative del mondo della scuola: dai docenti inflessibili e severi di Zero in condotta di Vigo al professore de Il seme della violenza di Richard Brooks, alle prese con l’indifferenza dei suoi colleghi e l’ostilità dei suoi allievi, dal Keating de L’attimo fuggente che scuote la sensibilità dei ragazzi spingendoli a seguire le loro passioni alla giovane e caparbia maestra tredicenne della Cina rurale di Non uno di meno di Zhang Yimou, fino ad arrivare al più recente The Holdovers, con l’eccentrico professore Paul Hunnam, la settima arte ha da sempre mostrato sensibilità e curiosità nei confronti degli insegnanti, ora dipingendoli come carismatici e motivati, ora disillusi e rassegnati, riuscendo comunque sempre nell’intento di descrivere con efficacia il volto della società a cui quei film hanno fatto riferimento.

Incentrato sulla figura di una giovane e promettente insegnante di scuola media, Carla Nowak ( la bravissima Leonie Benesch ), La sala professori è il più recente lavoro che affronta il delicato mondo scolastico, un thriller a tutti gli effetti che ritrae con spietatezza una scuola all’apparenza ordinata e perfetta, ma nella realtà minata da tensioni e sopraffazioni.

Il film racconta la storia di questa docente di matematica e educazione fisica che è entrata da poco a far parte di una scuola media tedesca. È al suo primo incarico e lo affronta con passione e dedizione. Tutto procede bene fino a quando cominciano a verificarsi dei piccoli furti all’interno della scuola. I sospetti cadono subito su uno dei suoi studenti, un alunno turco, ma quando viene meno l’accusa, decide di indagare segretamente in prima persona, attuando un metodo poco etico per scoprire la verità, finendo però coll’innescare senza volerlo una serie di conseguenze negative che le si ritorceranno contro.

Candidato all’Oscar 2024 nella categoria miglior film internazionale, La sala professori è un potente apologo sul sospetto, sulle intenzioni delle nostre azioni, sulla ricerca di una verità difficile da raggiungere, che interpella direttamente la morale e l’etica riflettendo sul giusto comportamento da adottare in situazioni problematiche. In una scuola in cui vige, al di sopra di tutto, una legge, la “politica di tolleranza zero” più volte sottolineata dalla direttrice dell’istituto, il confine tra ciò che è lecito e illecito, tra ciò che è giusto e ingiusto è sempre labile ed è facile passare dalla ragione al torto in men che non si dica.

Il film ci dice anche che dove finisce la legge comincia l’ingiustizia e i metodi poco ortodossi utilizzati da chi vuole scoprire la verità assumono sotto certi aspetti i contorni di un antico modello inquisitoriale, come si vede nella scena iniziale del film, quando per cercare di stanare il colpevole vengono invitati alla delazione i rappresentanti degli studenti o quando in classe vengono attuate perquisizioni di massa, rovistando tra i portafogli dei ragazzi, arrivando a nutrire sospetti su un alunno solo perché dentro il suo portafogli ci sono più soldi.

Çatak è abile nel mettere in guardia lo spettatore dai facili processi, su come sia difficile distinguere tra giudizio e pregiudizio e su come sia facile giungere alle bolle virali di una società completamente normata e disciplinata. Foucault in Sorvegliare e punire scriveva: “Come la verità matematica, la verità del delitto potrà essere ammessa solo quando interamente provata”. Quali saranno le prove per stanare il ladro o la ladra che si aggira nell’istituto o di quali indizi ci si potrà accontentare? Qual è la verità e possiamo conoscerla?

Il regista ci mostra come ipotesi, ragionamenti, deduzioni hanno un loro peso quando restano ancorati all’aspetto teorico, come viene spiegato nelle scene dei numeri periodici o dell’importanza del teorema di Talete, ma cominciano a vacillare e a prendere direzioni impazzite nella pratica, in particolare quando si cercano, come nel caso della prof, scorciatoie poco eleganti per scovare il colpevole e soprattutto quando la verità non è condivisa e accettata da tutti, perché l’altro aspetto su cui fa leva il film è che tutti sono arroccati nelle loro posizioni, tutti vogliono avere ragione e nessuno vuole ascoltare.

È ossessionata dal dettaglio Carla Nowak che con la sua buona intenzione finisce però con lo stravolgere la privacy e la dignità della persona, sono convinti di stare dalla parte del giusto gli studenti del giornalino scolastico che, nonostante credano nel motto “La verità supera tutti i confini”, arrivano a manipolare un’intervista selezionando solo quello che a loro conviene, si ritengono fautori della morale i genitori che, racchiusi nei loro rassicuranti  gruppi whatsapp, si arrendono alle versioni dei propri figli,  scaricando le colpe sempre sugli altri, così come pensano di fare la cosa giusta anche quei prof che, a differenza di Carla, non agiscono, compiendo il minimo sforzo nel lavoro, lasciando spazio solo al giudizio affrettato e alla sentenza immediata pur di terminare subito la mansione e andare a casa.

La scuola rappresentata dal regista diventa così specchio di una società impaurita, divisa in cui accadono situazioni che al di fuori di essa risultano amplificate: episodi di razzismo mascherati dal rispetto delle regole, abusi di potere, ipocrisie. 

Carla Nowak si ritrova da un momento all’altro a vivere un inferno in quello che per mesi è stato il suo paradiso. Ha agito controcorrente, ma la sua istintiva protezione dei ragazzi ha avuto conseguenze devastanti, il suo senso di giustizia l’ha condotta a diventare vittima di un contesto soffocante più grande di lei.

Il regista è straordinario nel descrivere questa ossessione che ha l’insegnante nei confronti della verità, sia nella scena quasi onirica di un dettaglio importante che la porta ad essere assalita da dubbi, sia nel modo in cui si muove: più la giovane educatrice percorre le stanze della scuola, più appare intrappolata in una ragnatela di corridoi da cui non sembra trovare l’uscita. Le materie che insegna, inoltre, sintetizzano il suo metodo di indagine e anche il rimedio per riprendere l’equilibrio spezzato. Da un lato la matematica, disciplina di prevedibilità ed evidenza, dall’altro lo sport con il suo spirito di squadra e prova di forza.

È la palestra il luogo in cui il regista ci suggerisce di trovare una possibile soluzione: molto significativa è la scena in cui Carla fa una richiesta ad otto dei suoi alunni di salire contemporaneamente su una piccola panca senza cadere. L’unica maniera, come spiega Oskar, l’alunno più bravo e “tormentato ” della classe, è quella di tenersi per mano e abbracciarsi. Affinché si possa raggiungere il giusto equilibrio, l’unico modo, sembra dirci il regista, è il patto di corresponsabilità tra docenti, genitori e alunni, quando questo però è possibile.

Carla è animata da buoni propositi, si schiera dalla parte dei suoi allievi, non è ben vista dai colleghi che la guardano come un corpo estraneo, è idealista, ma ingenuamente commette un errore e la musica – altro pezzo forte del film – riflette questa inquietante odissea in cui improvvisamente si è catapultata, con le dissonanze di archi monotoni pizzicati al ritmo di marcia di un soldato. 

Straordinaria è l’interpretazione della maestra da parte di Leonie Benesch, che abbiamo già ammirato nel film di Haneke Il nastro bianco, capace di raccontare la sua disavventura attraverso il suo agire, la sua rabbia,  il suo rossore,  così come degna di nota è anche l’interpretazione di Oskar, uno degli  studenti protagonisti del film, raffigurato dal volto  dolente di Leonard Stettinisch, che nella sua drammaticità ricorda il destino di Michael Kholhaas nel bellissimo racconto di Heinrich von Kleist. 

Come Michael anche Oskar è il bene fatto a persona fino a quando non subisce ( o pensa di subire) un torto troppo grande da sopportare. 

Il mercante di von Kleist metterà in piedi un esercito di sbandati e scatenerà una vendetta  violenta, il ragazzo attuerà una ribellione diversa, ma sempre crudele verso gli altri e verso sé stesso, rinunciando alle sue ineccepibili virtù, invitando gli altri a ribellarsi silenziosamente, e anche lui sembra arroccato nella sua posizione fino al finale del film, ambiguo, dalla doppia lettura in cui si può intuire da un lato una possibile ripartenza pedagogica, dall’altro il rifiuto di ogni compromesso. 

La sala professori è un film da non perdere, una riflessione profonda sullo stato attuale dell’istituzione scolastica, un thriller sul confine tra bene e male, che mette a nudo un quadro cupo dei tempi moderni, dal quale forse si potrà uscire attraverso la collaborazione, l’ammissione delle proprie colpe o magari attraverso un urlo liberatorio, quello che Carla invita di fare ai ragazzi, insieme a lei. Forte ,il più forte  possibile, da liberare rabbia, frustrazione, inesauribile tensione. 

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