La Chimera, di Alice Rohrwacher (2023)

di Roberta Lamonica

Locandina

«Signore, stava sognando? Mi spiace, ma non saprà mai come andrà a finire».


Su un treno di quelli che ormai fanno (quasi) parte di un’archeologia ferroviaria, con il protagonista svegliato dal suo sogno più bello da un controllore accaldato e sbrigativo, si apre La Chimera, ultimo film di Alice Rohrwacher (Corpo Celeste, Le meraviglie, Lazzaro Felice).
E quel viaggio in treno, il ritorno dal luogo dove la luce è una delle privazioni più insopportabili, e con la luce che ‘insegue’ nel sogno il protagonista e gli
occhi chiari della sua amata, inizia la fiaba, (senza lieto fine? O forse, sì), di Arthur, archeologo naive e stralunato nell’Italia sempre in bilico tra un passato dalla storia unica e dalle radici rurali e il presente industriale, disordinato e invadente dei primi anni ‘80.

Josh O’ Connor


E come tutti i cavalieri nella loro quête – topos declinato in tutte le possibili varianti nel corso della storia della letteratura -, la ricerca che porterà Arthur (il ‘caso’ vuole che si chiami come il re del Ciclo Bretone) alla sua destinazione finale, non tanto nella dimensione spaziale, quanto in quella ideale e spirituale, sarà costellata di incontri bislacchi e perigliosi. L’eroe Arthur che a tratti ricorda il Marlowe di Elliott Gould – dovrà affrontare le quattro sorelle avide di Beniamina, un aedo stracciato che mette in musica la storia dell’eroe, una comune di donne e bambini che occupano una piccola stazione ferroviaria abbandonata, luogo sospeso di memorie infantili e ricordi, simbolo di passaggio e impermanenza; e poi fiori, campi, piccoli malavitosi e sagre paesane…
Sospeso tra passato e presente, vita e morte, spiritualità e vitalità, Arthur (Josh O’ Connor), lo straniero, l’ ‘Inglese’ è stropicciato e smarrito quanto basta per inoltrarsi, eroe-rabdomante e cavaliere goffo e stralunato in quelle zone magiche, fiabesche e mitiche tanto care ad Alice Rohrwacher, per dare senso alle cose, al vuoto che ‘respira’ dentro di lui e sotto i suoi piedi. Capace di sentire lo strato sottile che separa la realtà sensibile fatta di saccheggio, violazione e avidità da quella mistica e mitica dello spirito, del ricordo e di un passato glorioso che “non è fatto per gli uomini ma per le anime”, Arthur è l’Appeso e il suo non appartenere completamente a nessuno dei due mondi insieme alla sua condizione di alieno fanno di lui il Prescelto a ribaltare il senso comune delle cose e a percepire il mistero che avvolge la nostra esistenza.


La Chimera è dunque, un quête in senso spirituale ma è anche la storia dell’amore perduto di Arthur per Beniamina, viva fintanto che la madre Flora (splendida Isabella Rossellini) ne aspetta il ritorno e viva fino a quando Arthur ha tra le dita il filo rosso che li unisce.
Teseo e Arianna, Orfeo e Euridice, sono solo i più macroscopici tra le suggestioni e le ispirazioni del film.
Alice Rohrwacher costruisce una storia magica e poetica su una banda di tombaroli alla ‘I soliti ignoti’ che decapita una statua etrusca senza il minimo sentimento del sacrilegio, su una spietata mercante che, avvolta da un’aurea di superiore comprensione dell’arte e del passato glorioso del nostro paese, nasconde la Bellezza tra palloni da calcio tricolori e alla fine mostra i denti come iena famelica su carcassa ancora calda di vita, non diversamente dai rozzi tombaroli che tanto disprezza.


E ciò che resta da fare all’eroe è restituire alle anime quella bellezza che gli uomini non possono comprendere, accettare la propria sorte e scendere negli abissi per ricomporre il suo mondo interiore capovolto.

È un film complesso, ambizioso, misterioso, sfuggente, La Chimera, che cerca di leggere tra le pieghe di un tempo dal respiro ininterrotto, nonostante le ciminiere e la bruttura del paesaggio industriale contemporaneo; un film che cerca il legame tra ciò che appare e ciò che scompare, tra l’inizio e la fine, tra passi leciti e illeciti nel mistero della Storia.


Il grande miracolo, la sospensione delle pene causate dalla percezione del fluire ineluttabile del tempo, può essere compiuto solo attraverso il sacrificio di sé, atto di fede e sospensione del giudizio in grado di unire l’attimo e l’eterno: solo così Arthur/Orfeo potrà salvare Euridice ed incontrarla nella luce in quel centro densissimo da cui essa si sprigiona: l’Amore.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑