di Roberta Lamonica

Dopo il bellissimo esordio di Laura Samani con il suo Piccolo corpo nel 2022, un’altra regista torna a incantare il pubblico in sala con il racconto attento e partecipato di comunità antiche e tradizioni millenarie.
Vincitrice del Leone d’argento all’ultima mostra internazionale del cinema di Venezia e fresca candidata agli Oscar per l’Italia, Maura Delpero è al suo secondo lungometraggio con questo incantevole Vermiglio, lessico familiare e affresco collettivo sulla dimensione privata di una guerra che pur ‘fisicamente’ fuori dal racconto lo abita completamente. La eco deflagrante del secondo conflitto mondiale sconvolge gli equilibri all’interno di una piccola comunità montana modificando profondamente tutti i protagonisti della storia.
In una recente intervista al Corriere della Sera la regista bolzanina ha dichiarato di avere tra le sue fonti di ispirazione cinefile De Sica, Olmi, Bergman e Tarkovskij. E verrebbe da dire che si vedono tutte in un certo modo di dirigere i suoi attori e di riportare alla luce momenti e ricordi d’infanzia, carichi di simboli e immagini poetiche. Allo stesso modo si vedono i suoi esordi da documentarista nel piglio da antropologa con cui ‘racconta’ storie, leggende, tradizioni e lingua del suo Trentino Alto Adige.

ATTENZIONE: l’articolo contiene anticipazioni.
Vermiglio: poche case, qualche famiglia e un paese piccolo piccolo
Nell’interpretazione magistrale di Tommaso Ragno (Cesare Graziadei), severo e temuto maestro del minuscolo paese montano di Vermiglio, sono celati i mille sottili modi di esercitare autorità e ‘potere’ da parte del patriarca di una numerosa famiglia trentina, con l’ultimo anno di guerra sullo sfondo ad appesantire cuori e umori.
Una regia delicata come la piuma con cui giocano due delle protagoniste, quella di Maura Delpero, che promuove la sua terra e percorre il viale dei ricordi in certe immagini sfocate e nelle cose riflesse in vetri e specchi, nei colori che ora contrastano, ora si armonizzano con il soverchiante e maestoso paesaggio montano circostante.
Un film dalla grazia infinita che si fa poesia negli oggetti di uso comune, vecchi mestoli, biancheria ricamata e immacolata, carretti pieni di fieno sistemati a bella posta, grammofoni preziosi e chiavi e cassetti che racchiudono segreti. Antiche tradizioni religiose e mani sempre giunte a chiedere perdono per piccoli inconfessabili peccati, piccoli inconfessabili desideri.

Un mondo raccontato in ‘quattro tempi’, scanditi dal passaggio delle stagioni e dell’amore, dal passaggio dall’infanzia alla vita adulta, dalla vita alla morte e poi ancora alla vita.
Un mondo che oppone la ragione e i fatti (“È la verità?”, dirà Cesare alla figlia preferita in un momento importante del film), alle credenze popolari che promettono di salvare un neonato malato con foglie di cavolo legate intorno alla testa.
Un tempo sospeso tra la neve che copre gli alberi, le case, le cose e la natura autentica di persone che seppelliscono sotto la coltre bianca le inconfessabili realtà della loro vita passata (se dopo l’esperienza della guerra si può ancora ricordare di averne una).

Ma un giovane amore e la fine della guerra rompono tutti gli schemi: la fine dell’inverno porta saluti che hanno il sapore di addii in quel mondo incantato e autosufficiente, dove il calore e la forza della comunità sono coro e cuore rosso pulsante nella neve che tutto copre come un grande bianco lenzuolo.
Parte Virginia, parte Pietro, elementi ‘estranei’ alla comunità, presenze destabilizzanti e mal digerite, perché non assimilabili e tantomeno comprensibili.
E all’improvviso tutto precipita, quasi che ‘l’estraneo’ avesse infettato come un morbo la vita della famiglia Graziadei, precedentemente scandita solo dalla scuola, dal lavoro e dai continui divieti di Cesare.
Cesare, forse patriarca suo malgrado, che decide quale figlia meriti di studiare (e la scelta cade, guarda caso, su quella più simile a lui), quale abbia bisogno “del suo cielo”, quale debba lavare i panni alla fontana per tutta la vita; di base incapace di amare i figli in modo diverso da come forse è stato amato lui, non avvezzo a tenerezze o comprensione ma solido figlio di un mondo scollato dal cambiamento che incombe, incline a perdonare diserzione e tradimento ma non un figlio che non è come lui.

Ma il mondo cambia e mentre Cesare resta solo tra le volute di fumo della sua sigaretta, l’esperienza del dolore consente agli occhi azzurri di Lucia (splendida Martina Scrinzi) e di sua figlia Antonia di immaginare un futuro che non sia inesorabilmente segnato da umiliazione e vergogna. E Lucia attraversa il mare per trovare negli occhi neri di un’altra donna lo stesso suo dolore e il coraggio di continuare a vivere. Nessuna parola, nessuna spiegazione; uno sguardo che unisce gli estremi opposti di un paese in un nuovo possibile inizio.

E poco importa se solo i ‘voti’ permetteranno ad Ada di liberarsi dal senso di colpa, dal peccato e dalla mortificazione della penitenza, finalmente libera di trasgredire, pur se imprigionata tra le mura di un convento.
E poco importa se solo lasciando quel puntino sperduto tra i monti, Flavia potrà studiare per sostituire il rigido maschile che ‘padroneggia’ la lingua italiana (sconosciuta a tutti, indistintamente) e la musica, con un femminile nuovo, legato alle radici ma pronto a spiccare il volo, giovane e flessibile, onesto e generoso.
Un volo in cui il maschile ha il volto paziente e silenzioso di Dino, che è sempre dove serve, capace di salvare la vita a sua sorella e di portare fiori alla madre, mater cristiana che tutto sopporta, portatrice di una saggezza antica, donna semplice che tutto capisce. Pronto a sfidare l’autorità e a opporre la sua generosità e l’amore per la sua famiglia al freddo distacco paterno, si proporrà come nuovo modello di ‘pater’ che sostituisce ai ‘fatti’ di Cesare, l’immaginazione e la creatività di racconti su orsi che graziano e piccoli aerei di legno con le eliche che girano da regalare ai fratellini per Santa Lucia.

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