Toy Story 4 – Woody è stanco.

di Mauro ValentiniAtteso da molti, soprattutto da chi lo ha seguito con affetto e continuità in questi oltre venti anni passati dal primo episodio, è uscito in questi giorni nelle sale ‘Toy Story 4’.

Una uscita molto controversa, combattuta, dato che proprio il regista del terzo, fortunatissimo episodio Lee Unkrich aveva annunciato al mondo che la saga poteva dirsi conclusa con la trilogia.

E forse non aveva tutti i torti…

Il quarto episodio infatti, diretto da Josh Cooley, apprezzato animatore Pixar ma alla prima grande prova da regista, non appassiona, incede malamente nel melenso senso di appartenenza ormai datato dei giocattoli verso il “loro” bambino e non riesce a fare uno scatto in avanti rispetto alla prima vicenda, anzi, rimane impantanato definitivamente nel tema originario.

Woody, il meraviglioso dinoccolato cowboy protagonista da sempre di questa storia, stavolta si spinge in una missione eroica: salvare dalla spazzatura Forky, un giocattolino autocostruito con materiale di scarto da Bonnie, la bimba che, dopo il passaggio all’età adulta di Andy, è la proprietaria piagnucolosa dei giocattoli nostri eroi.

Questo percorso di salvezza porterà la strampalata banda giocattolesca verso un negozio di antiquariato che diventerà teatro di lotte e di avventure così poco avvincenti da render tutto paludoso e senza senso.

Come nella tradizione Pixar, anche in questo film moltissimi sono i richiami al grande cinema che si possono riconoscere in alcune scene ma quello che appare stridente e obiettivamente inquietante è l’incontro con tre marionette di porcellana mostruosamente simili a Slappy, l’orrorifico pupazzo parlante di Piccoli Brividi ma che a chi vi scrive ha rammentato senza ombra di dubbio quello creato da Carlo Rambaldi usato per Profondo Rosso.

Inutile uso della paura che prova senza riuscirci ad accendere una trama ‘spenta’ dopo dieci minuti.

Woody è stanco dunque, lo è la voce di Tom Hanks che gli regala ancora una volta la voce (mentre noi siamo nella versione italiana orfani del meraviglioso Fabrizio Frizzi, che gli regalava quel tocco magico da eterno bambino), Woody è stanco e sopraffatto da una missione, quella di esser il giocattolo preferito, che non lo coinvolge più.

Ma stanca appare attraverso gli occhi del cowboy proprio l’idea di base, l’idea di giocattolo del cuore in un’epoca digitale. Una operazione commerciale più che cinematografica che non lascerà traccia, perché aveva ragione Ulkrich: Toy Story doveva rimanere una trilogia.

 

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