Da Morire (To Die For), 1995 – Gus Van Sant

di Laura Pozzi

Dopo il tormentato e fallimentare Cowgirl – il nuovo sesso (1993), Gus Van Sant torna alla regia e nel 1995 gira To Die For (Da Morire in italiano). Un film su commissione che per il suo animo outsider rappresenta un autentico salto nel vuoto, nonché una sfida verso se stesso e verso la sua visione di cinema non allineato.

Dopo un passato da cineasta indipendente e sottilmente pop, il regista americano cede alle lusinghe di una major, entra nel dorato mondo hollywoodiano e con singolare destrezza realizza uno dei film più irriverenti degli anni ’90. La pellicola tra i vari meriti conta quello di aver impresso una svolta significativa nella carriera di Nicole Kidman (all’epoca nota soprattutto come signora Cruise), regalandole uno dei ruoli più feroci e riusciti della sua filmografia, quello di aver riportato sullo schermo dopo sei lunghissimi anni l’inquieto Joaquin Phoenix e quello di aver segnato l’esordio di un giovanissimo Casey Affleck. Tre validi motivi (senza dimenticare i sempre incisivi Matt Dillon e Illeana Douglas) che da soli bastano a far brillare di luce propria una black comedy cinica e graffiante.

Susanne Stone, ambiziosa e sfrontata ragazza di provincia culla da sempre un sogno nel cassetto: sfondare in Tv. Dopo aver sposato Larry Maretto (Matt Dillon) ingenuo rampollo di un ristoratore italoamericano, intraprende un impressionante scalata verso la tanto agognata popolarità. Dapprima conduttrice meteo per una tv locale, la spietata Susanne ormai posseduta dal suo arrivismo e in preda ad un’incontenibile ossessione riuscirà grazie alla complicità di tre studenti squinternati (Joaquin Phoenix, Casey Affleck, Alison Folland) a portare a compimento il suo folle progetto, dove ogni ostacolo (matrimonio compreso) dovrà essere tempestivamente rimosso.

In un epoca dove internet e globalizzazione appaiono ancora lontani miraggi, Van Sant prendendo spunto dal romanzo di Joyce Maynard e affidandosi alla pungente scrittura di Buck Henry, mette alla berlina le fondamenta di quella rivoluzione culturale che da lì a poco sfocierà in un progresso tecnologico irreale e fuori controllo. La finta svampita Susanne è in realtà una diabolica dark lady travestita da Barbie, che cerca di autoassolversi dietro pillole di malsana saggezza: “In America non sei nessuno, se non appari in Tv”, “E’ in TV che capiamo chi realmente siamo, perché a che serve fare qualcosa che vale, se nessuno ti guarda?” “E se il pubblico ti guarda diventi una persona migliore”. Questa la sua delirante filosofia che Van Sant lascia fluire attraverso una narrazione innovativa e accattivante, capace di passare da un genere all’altro con estrema naturalezza. Un po’ noir, un po’ thriller, un po’ commedia e un po’ dramma, c’è praticamente di tutto nella mostruosa parabola di Suzanne, una donna alla quale è impossibile opporre resistenza e alla quale sembra riuscire quasi tutto. Anche a farla franca.“Ho sempre saputo chi ero e chi volevo diventare”, la sua tenacia sembra darle ragione e garantirle un grottesco e discutibile lieto fine. Proprio come in una favola, ma attenzione siamo in presenza di una favola dalle tinte dichiaratamente dark come sottolinea magistralmente la partitura musicale di Danny Elfman  stretto collaboratore di Tim Burton che anche stavolta sa cogliere come pochi i contorni fiabeschi di una storia bizzarra e surreale.

A fare il resto è lo sguardo anticonvenzionale di Van Sant, capace di personalizzare una storia (almeno fin a quel momento) lontana dalle sue corde, parlando il suo stesso linguaggio. Fin dall’inizio le immagini non fanno che mostrare titoli di giornali, notizie di cronaca, confessioni più o meno attendibili, partecipazioni a talk show e tutto in nome dell’apparire. In questo macabro carnevale dove ognuno cerca morbosamente il suo quarto d’ora di celebrità, solo Larry Maretto osa farsi da parte. Nessun giudizio, nessuna apparizione, nessuna confessione simil Grande Fratello. Solo il suo pazzo e sconfinato amore per  la glaciale e algida  Susanne.

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