‘La morte corre sul fiume’ (Usa/1955), di Charles Laughton

di Girolamo Di Noto

” Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi travestiti da pecore, ma che dentro sono lupi feroci”. Matteo 7, 15-20

La morte corre sul fiume ( The Night of the Hunter ), considerato, non a torto, dal critico francese Serge Daney ” il più bel film americano del mondo “, è diventato, col passare degli anni, sempre più un classico della storia del cinema e va giustamente annoverato tra i capolavori della settima arte. Conserva il suo fascino inesauribile perché riesce a tenere incollato lo spettatore, lo tiene legato ad ogni piccolo dettaglio. Gioiello di rara bellezza, dai toni fiabeschi e dai contorni espressionisti, il film resta la prima e unica prova diretta da un grandissimo attore, Charles Laughton, interprete di indimenticabili personaggi cinematografici come Quasimodo in Notre-Dame di Dieterle, il capitano Bligh ne La tragedia del Bounty di Lloyd, senza tralasciare l’interpretazione di Enrico VIII nel film di Korda Le sei mogli di Enrico VIII che gli valse l’Oscar.

Tratto dal romanzo di Davis Grubb, pubblicato nel 1953 e riadattato in modo impeccabile da James Agee, il film descrive le peripezie di due bambini, Pearl e John, nella Virginia degli anni Trenta, che sono a conoscenza del nascondiglio di una notevole somma( 10.000 dollari ) procuratosi dal padre Ben Harper attraverso una rapina conclusa con un omicidio. Una volta che il padre viene arrestato, sulle tracce della refurtiva si pone il compagno di cella di Harper, il reverendo Harry Powell, un sedicente pastore che è stato fermato per furto d’auto, ma che in realtà si diletta ad irretire e a sedurre giovani vedove per poi ucciderle e derubarle. Una notte Harper, in preda ad un delirio, svela nel sonno alcuni dettagli su chi custodisce il denaro e il predicatore capisce che i bambini sanno dove è nascosto il bottino. Dopo la morte di Harper in prigione, Powell, scontata la sua pena, troverà la sua famiglia e tenterà in tutti i modi di appropriarsi del denaro.

Il film, trattato come se fosse una fiaba gotica, con il bianco e nero fortemente contrastato grazie anche all’ eccelsa fotografia di Stanley Cortez, ruota intorno alla splendida interpretazione di Robert Mitchum, fantastico nel ritagliarsi uno dei più memorabili personaggi della sua carriera, odioso e affascinante nello stesso tempo, un falso profeta che porta con sé non la Pace ma la Spada, che si aggira fra i villaggi con indosso l’abito da pastore, il cappello da puritano, con la Bibbia in una tasca e il coltello a serramanico nell’altra evidenziando nelle sue prediche la lotta eterna tra il Bene e il Male e lo fa intrecciando le due mani, sulle cui dita sono tatuate le parole HATE e LOVE, odio e amore. Il Bene contro il Male, luci ed ombre: il film si costruisce su forti contrapposizioni, su opposti inconciliabili che le parole Hate e Love sembrano sempre evidenziare. C’è innanzitutto il mondo dell’infanzia ad essere in contrasto con quello degli adulti. L’ingenuità e il candore dei bambini contro la malvagità e l’attaccamento al denaro del loro persecutore.

Il reverendo Powell segue una fede manipolata a proprio piacimento, insegue esclusivamente beni materiali; se per lui il denaro è strumento di possesso a tal punto da uccidere per averlo, per i bambini assume un altro tipo di valore: la sorellina utilizza le banconote per ritagliarci delle sagome, il bambino le userà come strumento di colpa quando le riverserà sulla schiena del suo persecutore al momento del suo arresto. C’è all’inizio del film un cielo stellato nel quale un gruppo di bambini canta una ninna nanna insieme ad una vecchia signora e in contrasto la terra dominata dagli uomini che si agitano nel male e nell’ orrore.

Il mondo isterico degli adulti, va detto, non è solo rappresentato dal personaggio malsano del predicatore pazzo. Il film è anche una critica feroce nei confronti di quelle persone accecate dalla fede che non permette loro di esaminare razionalmente la realtà, è un’invettiva nei confronti di una comunità che, stordita dal carisma del predicatore, non si accorge dei piani diabolici che sta attuando, è un atto d’accusa verso l’ipocrisia della provincia americana costituita da gente capace di osannare e dare completa fiducia ad un sedicente personaggio e poi pretenderne il linciaggio quando vengono fuori tutte le sue magagne. Powell, in nome della sua personale religione, non solo insegue ossessivamente il denaro, ma guida anche una sua crociata contro ” la corruzione, la lascivia, la gente profumata che si inebria nel peccato” e vede nel sesso un’oscura forza del male che corrompe. Significativa, in tal senso, la sequenza nello strip-club e la sua reazione di fronte ai movimenti peccaminosi di una ballerina: mentre il pubblico segue con eccitazione, lui riversa disprezzo e odio portando la mano sinistra( HATE ) nella tasca della giacca e impugnando il coltello. Sono tante le immagini indimenticabili di questo film.

Si imprimono di certo nella memoria dello apettatore in particolare due scene che hanno come punto in comune l’acqua: quella della macchina in fondo al lago in cui giace seduto il cadavere d’una giovane donna con i capelli che si uniscono alle alghe galleggianti e quella della fuga dei bambini attraverso il fiume con i primi piani sugli sguardi degli animali che sembrano sottolineare la differenza tra la crudeltà del mondo umano e la serenità dello sfondo naturale. Il fondo fiabesco fa di Mitchum un Orco e la sua sinistra apparizione, l’ombra della sua sagoma lo rendono ancora più inquietante. A fare da contraltare la figura dell’anziana salvatrice (Lilian Gish, icona del cinema muto ), l’aiurante della fiaba. È la fata che ammonisce i piccoli orfani mettendoli in guardia dai falsi profeti, è l’unica a non lasciarsi abbindolare dalle belle parole del reverendo. Rappresenta il Bene, il Bene che imbraccia il fucile, che impugna l’arma come fine benevolo, personificazione anche questa di un’ America contraddittoria.

Sotto l’aurea protettrice di Miss Cooper si conclude il viaggio di formazione dei due bambini, un nostos, un ” ritorno a casa ” segnato da disavventure e sogni infranti, ma anche dalla speranza- da qui a venire – di un mondo non più dominato dall’ odio, ma dall’amore.

3 risposte a "‘La morte corre sul fiume’ (Usa/1955), di Charles Laughton"

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  1. Bellissima recensione, grazie! Vidi questo film in un piccolo cinema ad Oxford qualche anno fa. A parte alcuni momenti di umorismo involontario dovuto a dialoghi un po’ troppo datati, effettivamente c’è tanto da apprezzare in questa opera che, purtroppo, e come hai giustamente notato, rimane l’unico film da regista di Laughton.

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