‘Parasite’ (2019), di Bong Joon-ho.

di Roberta Lamonica

“Questo film è:

una commedia senza clown,

una tragedia senza cattivi,

…un tuffo a capofitto giù dalle scale.

Siete tutti invitati in questa tragicommedia innarrestabilmente feroce”

(Bong Joon Ho)

Scale che scendono sempre più in basso incontrano cavi aerei e arrivano lì, dove il mondo si vede dalle finestre di un seminterrato e tutto ciò che si vede del mondo serve a eliminare parassiti molesti o ad annegarli nell’urina di un ubriaco qualunque.

Chi può vivere in un luogo del genere? I parassiti che si vogliono fumigare e un’umanità invisibile, quella rappresentata dalla famiglia Ki-Taek.

Bong Joon-ho porta all’estremo il contrasto sotto/sopra, ombra/luce, stretto/ ampio, povero/ricco e lo applica a un tema a lui caro: la lotta di classe e le sue conseguenze disperate.

E per fare ciò crea una connessione immediata tra lo spettatore e i protagonisti del film, fin dalle primissime scene.

I Ki-Taek cercano il Wi-Fi gratis, cercano di connettersi, di essere parte, di ‘fit in’, esattamente come chiunque altro nel mondo contemporaneo.

Un caso fortunato fa sì che il ‘mondo di sotto’, quello dei parassiti Ki-Taek, incontri il ‘mondo di sopra’, quello dei ricchi e borghesi Park i quali però, in definitiva, sono anch’essi dei parassiti, esseri che vivono sul mondo borghese di cui fanno parte e di cui riproducono stilemi e cialtronerie. Inevitabile che tra le due famiglie si crei un legame parassitario che sembra essere basato su sottomultipli di 4, e cioè 2, considerato nella sua natura di numero primo non ulteriormente divisibile. Si creano così ‘coppie’ anomale in cui i diversi protagonisti trovano forzatamente una connessione in un angolo della vita di un membro dell’altra famiglia. Quando la coppia si separa e il 2 indivisibile diventa 1 e 1, ecco che l’equilibrio si rompe e la follia esplode incontrollabile.

Tornando all’immagine della scala, sempre presente in Parasite, può quella scala così simbolica, così ‘metaforica’, scendere ancora più giù? Può il seminterrato non essere il punto più basso della parabola della vita di un uomo?

Il cineasta sudcoreano dirige un film stilisticamente perfetto, con movimenti di macchina sontuosi, scene costruite in modo geometrico e un montaggio impeccabile. Gli spazi di Villa Park senza apparenti segreti, le vetrine che restano lì, mute testimoni di una ricchezza che cambia gusti e protagonisti ma che racconta sempre la stessa storia; la musica lirica, la cultura superficiale e pressappochista; un omaggio al nostro pop che arriva inaspettato come un fulmine a ciel sereno.

Ma al di là di tutto ciò (se non bastasse) ciò che colpisce è l’originalità nel riproporre un tema ormai classico nella settima arte: la lotta di classe e le sue implicazioni sul piano sociale. Le dinamiche interne alla famiglia Ki-taek ricordano quelle della famiglia di ‘Un affare di famiglia’ di Kore’Eda o i doppi di ‘Us’, di J. Peele.

In ‘Parasite’ si avverte l’urgenza di ‘essere adatti’, di risultare ‘adeguati al contesto’, di essere altro rispetto a ciò che si è e a un livello più profondo di quello meramente economico. Ma i ricchi riconoscono fin da piccoli l’odore dei poveri, l’odore di muffa e umidità, di cibo scadente, di ‘metropolitana’, di detersivi dozzinali, di disperazione.

E di fronte a questo si può solo pensare a un ‘piano’, termine che ricorre nel film e che rimanda a un sistema organizzato, spesso per la sopravvivenza, tipico delle forme di vita più evolute. L’unico modo per uscire dalla condizione di ‘parassiti’ ed essere riconosciuti come esseri umani.

Bong Joon-ho ci regala una commedia nera (molto nera) che si mescola alla satira sociale, al dramma e al thriller in una struttura circolare che ci spiazza e ci addolora, anche perché, intanto, noi ci siamo ‘connessi’ e vorremmo tanto che il film finisse una scena prima. Per poterci alzare senza che la commozione ci tenga lì, inchiodati alla poltrona mentre lentamente ci rendiamo conto che il segnale è ancora forte e la ‘connessione’ non si è interrotta.

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