Lucky Luciano (1973) di Francesco Rosi

di Laura Pozzi

6 dicembre 199425 anni senza Gian Maria Volontè

Nel 1973 ad un anno di distanza da Il caso Mattei, Francesco Rosi realizza Lucky Luciano rinnovando per la terza volta il fortunato binomio con Gian Maria Volontè. Massimo esponente e figura di spicco del nostro cinema di denuncia e impegno civile, Rosi ha sempre ricercato durante il suo lungimirante percorso artistico quella verità capace di rivelare e tributare un senso a una realtà usurata e manipolata da oscuri e inattaccabili poteri occulti.  Nell’affrontare una delle figure più discusse e controverse del secolo scorso, il regista partenopeo si distacca nettamente dagli schematismi e dalla retorica tipici del biopic, per dar vita ad una complessa, ma incisiva narrazione a mosaico (già felicemente sperimentata nel film precedente)  che coniuga sapientemente il suo realismo al gangster movie hollywoodiano, un genere più accattivante e meno accusatorio.

Il film si apre su un’aspra e minacciosa didascalia ben sottolineata dalle sferzanti note di Piero Piccioni in cui si rende nota l’estradizione in Italia del re della malavita newyorkese Salvatore Lucania alias Charles Lucky Luciano, condannato nel 1936 dal procuratore Thomas E. Dewey a 50 anni di carcere e rilasciato dallo stesso (divenuto nel frattempo governatore dello stato di New York) nove anni dopo per “speciali servizi resi alle Forze Armate degli Stati Uniti”. Il suo riscatto è da considerarsi un regalo alla mafia. Giunto in Italia, dopo una breve visita a Lercara Friddi suo paese d’origine, Luciano si trasferisce a Napoli dove conduce una vita apparentemente irreprensibile. Nel frattempo alle Nazioni Unite si svolge un incandescente dibattito e un rimbalzare di accuse tra l’inquisitore Harry  J. Anslinger nemico numero uno del boss e un delegato italiano convinto assertore del coinvolgimento statunitense nell’incontrollata espansione di “Cosa nostra”. Contemporaneamente, Charles Siragusa capo dell’ufficio europeo Bureau cercherà in tutti i modi con interrogatori, false piste e pedinamenti di piegare e sconfessare il boss dei boss, ma senza risultati.  I suoi traffici illeciti continuano con successo grazie a una fitta rete di conoscenze e protezioni. Fino al 1962 quando all’aereoporto di Napoli un infarto mette fine ai suoi giorni oscurando per sempre  i terribili misfatti.

Lucky Luciano è un film e una pagina di storia contemporanea particolarmente cara a Francesco Rosi che la definiva amaramente e sarcasticamente la madre di tutte le trattative Stato-Mafia. Il film cerca attraverso un oculata e rigorosa indagine cinematografica di far emergere lucidamente la pericolosa e immorale sinergia venutasi a creare nell’Italia repubblicana tra potere istituzionale e potere criminale. L’innaturale alchimia tra governo italiano, americano e i boss è una realtà ancora viva e fiorente nel nostro paese, ma è fondamentale capire come dietro l’emblematica figura di Lucky Luciano si nasconda l’origine di tale fenomeno. Probabilmente la sua gravosa condanna viene risolta per aver agevolato lo sbarco degli alleati durante la guerra e la viziosa tesi viene avvalorata dall’elezione di don Calogero Vizzini e Genco Rucco due potenti boss mafiosi nominati sindaci siciliani dopo la liberazione. Potere legale e potere criminale, due facce della stessa medaglia pronte a trincerarsi dietro una realtà ambigua, affabulatoria, priva di scrupoli. Il regista analizza gli stilemi di questo perverso legame attraverso una rappresentazione avulsa da qualsiasi spettacolarizzazione e una stilizzazione della violenza che trova il suo apice nella splendida sequenza al ralenti delle sparatorie avvenute l’11 settembre 1931, una rovente “danza della morte” in quella che fu definita la “notte dei vespri siciliani”. In quell’occasione Luciano ordinò l’uccisione di 40 boss mafiosi dislocati in tutti gli Stati Uniti. Un modo, questo sì, decisamente spettacolare per ridefinire il proprio ruolo. Un’efferatezza, mai compiaciuta o inutilmente esibita che trova scarsa corrispondenza nel Luciano delineato da un monumentale Volontè. Il carattere apparentemente mite, la suggestione di certi sguardi, la discreta presenza sulla scena lo trasformano in un uomo impenetrabile, poco affine allo spettatore. Il Luciano ideato da Rosi è filtrato costantemente da un tetro grigiore reso magniloquente dalla plumbea e livida fotografia di Pasqualino De Santis. Nessuna identificazione e nessuna attrattiva per un uomo così lontano, ma così vicino alla mitica figura del padrino d’oltreoceano Marlon Brando. Gian Maria Volontè ancora una volta non interpreta, ma “divora” il personaggio dando vita ad una sorprendente commistione tra finzione e realtà. Durante un’intervista fu lo stesso Rosi a raccontare come un giorno durante le riprese l’ultima amante di Luciano si presentò sul set. Rimase sbalordita nel vedere Volontè con gli abiti di scena e riuscì solo ad esclamare: “E’ Isso“. 25 anni senza Gian Maria Volontè e quasi cinque (10 gennaio 2015) senza Francesco Rosi. Per il cinema italiano la cronaca di una morte annunciata.

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