‘The Farewell – Una bugia buona’, di Lulu Wang (USA/Cina, 2019)

  • di Andrea Lilli

Dicembre, andiamo. E’ tempo di migrare. Ora nelle sale dei cinema i critici schizzinosi lasciano le poltrone, fuggono dai film per famiglie, dai cinepanettoni: vanno a sciare, all’equatore, o restano a casa loro a zapp(ing)are. Gli spettatori più esigenti sono anche i più fragili, non lo reggono il Natale col suo pesante carico di calore e calorie, di parenti vicini e lontani, di buoni sentimenti, di tombole e scatole, di risate e di noia, di bianca neve che pace e gioia infonde, e se non nevica fa niente perché c’è sempre il candido manto del grande schermo che ci copre, il bianco luminoso fantasmagorico rifugio di due ore al caldo aperto a tutti, quindi quello da cui scappa il cinefilo snob.

A coloro che invece a dicembre andranno al cinema, senza rinunciare al piacere (evitare il dovere) del film di Natale, è consigliabile questo The Farewell (l’addio) malgrado sia decisamente buonista (già nel titolo parallelo italiano: Una bugia buona), assolutamente natalizio (uscirà proprio il 24 dicembre), e sospettosamente “per tutti”, “adatto alle famiglie”. Sì, tutto ciò nonostante, è un buon film; un prodotto cinoamericano di fine anno ben confezionato, commovente ma spolverato di sano sarcasmo, frutto dell’ironia intelligente con cui la regista Lulu Wang al secondo lungometraggio ripercorre il suo vissuto: nata a Pechino nel 1983, a sei anni migrante a Miami. 

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Una biografia simile a quella di altre registe che di recente hanno conquistato le sale con prodotti di prim’ordine: per esempio Chloé Zhao (The Rider – Il sogno di un cowboy, 2017), e Domee Shi, della Pixar (Bao, 2018).

Presentato quest’anno al Sundance Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, The Farewell è la storia di una famiglia cinese, divisa dall’emigrazione, che dopo 25 anni si riunisce intorno alla vecchia ma energica nonna (Nai Nai), rimasta con la sorella nella sua città, Changchun. A Nai Nai viene diagnosticato un cancro in fase avanzata. Prognosi: ancora pochi mesi di vita. I familiari le vogliono molto bene e riescono a nasconderle la verità, per evitare che si abbatta, ma devono giustificare le loro partenze da New York e dal Giappone per venire ad assisterla a Changchun nell’ultimo periodo di vita: inventano dunque un pretesto, una bugia credibile: il festeggiamento del matrimonio di Hao Hao, il nipote ‘giapponese’.

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L’altra nipote, quella ‘americana’, la trentunenne Billi (interpretata dalla cantante rapper Awkwafina), cresciuta nella griglia dei diritti/doveri della cultura occidentale, trova assurdo, oltre che illegale, tacere alla nonna le sue gravi condizioni di salute. Inoltre Billi sta passando un periodo particolarmente infelice, perciò viene spinta dai genitori a restare a New York; ma parte ugualmente, da sola, e pure lei si ricongiunge ai familiari. Del resto non poteva proprio mancare: è la nipote favorita di Nai Nai. C’è un rapporto speciale e profondo fra loro, tanto che per Billi la vicinanza affettuosa della nonna sarà una terapia forte, efficace, necessaria in quel momento di crisi.

“Non importa quello che fai nella vita, importa come lo fai”. Saggezza di nonna cinese.

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Dunque ora il gruppo familiare è al completo. Nai Nai, ignara del suo male, è felice della ricongiunzione coi due figli maschi e relativi dopo tanto tempo, ancor più di rivedere Billi e riabbracciarla, e senza risparmiarsi organizza ogni evento collettivo nei giorni della loro trasferta, fino all’interminabile pranzo di matrimonio, sontuoso come in Italia, durante il quale tra una bevuta e l’altra ognuno fatica a trattenere i propri sentimenti, compressi nelle contraddizioni create dalla decisione di non svelare la verità alla nonna. Miracolosamente, tuttavia, la ‘bugia buona’ resta in piedi, condivisa e sostenuta da tutti. E’ lo zio dal Giappone ad esporre a Billi il principio granitico, tutto orientale, a sostegno della scelta di mentire: “Ognuno di noi è parte della famiglia. Se diciamo a Nai Nai la verità la carichiamo di un peso terribile, che le farebbe ancor più male del non esserne a conoscenza. Se non gliela diciamo, tocca a noi portare questo peso, al posto suo”.

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Changchun è una città che in 25 anni è molto cambiata. Billi non ritrova più la casa in cui è nata e il quartiere in cui ha vissuto sei anni che ricorda felici, nonostante le ristrettezze economiche, prima di trasferirsi coi genitori in America. Al loro posto sono stati innalzati tanti enormi palazzi di cemento, tutti uguali, brutali, e altrettanti intorno sono in costruzione. 

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Con lo stesso arido criterio estetico, anche il cimitero è affollato di tombe identiche tra loro, senza nemmeno intervalli di verde. In Billi, sensibile osservatrice, vive acuto l’attrito fra l’insuccesso personale a New York e una società cinese invidiosa dell’american way of life, ormai sfrenata nell’adorare il dio Denaro (“Quanto ci vuole in America per fare un milione di dollari?”, le chiedono, “Non esistono solo i soldi”, Billi risponde). 

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Eppure, in questo panorama umano ed urbanistico desolante, riescono a sopravvivere – e la regista rileva – alcune tracce di antiche tradizioni nella cura di sé e nel rispetto per gli altri: i riti funebri, la ginnastica all’aperto, l’arte del massaggio.

Saranno proprio questi residui di civiltà a determinare il finale della storia, che non riveliamo per nostra tradizione. L’addio tra Billi e Nai Nai, invece va detto, è struggente. Roba da Buon Natale e felice anno nuovo a tutti, da una sponda all’altra del Pacifico, dazi e guerre commerciali a parte.

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In sala dal 24 dicembre

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