Odio l’estate (2020),di Massimo Venier

di Laura Pozzi

C’erano una volta Aldo, Giovanni e Giacomo estroso e prorompente trio nato nella post Milano “da bere” dei primi anni ‘90 ed esploso nel programma televisivo Mai dire gol (1994). Uno dei sodalizi artistici più scintillanti e sorprendenti del periodo, portatori sani di una comicità arguta, fulminante, mai volgare velata da una sottile e struggente malinconia. Dopo lunghe tournée teatrali in cui si registra puntualmente il tutto esaurito, l’irresistibile terzetto con al comando Massimo Venier decide di compiere il grande salto, buttandosi a capofitto nell’intricato e spesso ingrato mondo della settima arte. Il risultato è Tre uomini e una gamba (1997), dirompente esordio cinematografico che si rivelerà un vero e proprio caso vantando fra i vari riconoscimenti la candidatura ai David di Donatello come miglior opera prima. Il segreto di tanto successo si deve essenzialmente ad una comicità pungente e vagamente surreale capitanata e potenziata  da un astuto Venier vero guru nel saper padroneggiare un’esile creatura nata dall’amalgama di un pregevole repertorio teatrale modellato su uno plot dalle gracili fondamenta, ma reso esplosivo dall’ incandescente empatia e peculiarità dei tre stralunati protagonisti.

Tuttavia la vera consacrazione cinematografica (tralasciando il meno incisivo e più ambizioso Così è la vita, 1999) avviene nel 2000 con Chiedimi se sono felice a tutt’oggi la loro opera migliore. A partire dal 2004, dopo il non memorabile Tu la conosci Claudia? la felice intesa con Venier viene meno e la longevità del trio sembra andare in sofferenza, alimentando voci sempre più insistenti su una presunta crisi artistica che troverà il suo apice nel 2016 in Fuga dal Reuma Park, opera funerea, spiazzante, incongruente, ma lucidamente conscia e cristallina nell’ammettere e accettare un declino artistico inesorabile e un divorzio quasi inevitabile. Il film come da pronostico viene snobbato dal pubblico e bollato dalla critica come il canto  del cigno di un terzetto appannato ostinatamente ancorato ad una comicità demodè. Forse non è del tutto errato vederla così, ma il talento non è qualcosa che si compra al mercato, semmai qualcosa che per inspiegabili ragioni qualcuno più di altri possiede nel proprio DNA. E Aldo, Giovanni e Giacomo contravvenendo ad ogni regola stanno lì a dimostrare questo. Così eccoci nuovamente a parlare di loro (non importa se bene o male, l’importante come diceva qualcuno è che se parli) e di un film che tra i vari meriti annovera il prezioso ritorno di Massimo Venier. Per molti potrà maliziosamente apparire come una struggente e perché no calcolata operazione votata “alla ricerca del tempo perduto”

Può darsi, ma Odio l’estate dietro la parvenza di un elegiaco ritorno al passato, nasconde l’insopprimibile voglia di un coraggioso e ardito ritorno al futuro. In questa nuova e rocambolesca avventura a differenza di altre volte i tre agiscono da perfetti sconosciuti, non si conoscono e sono in procinto di partire per le vacanze estive in compagnia delle rispettive famiglie. Le tanto agognate vacanze, (come sottolinea Aldo nell’incipit) quelle che noi tutti aspettavamo in trepidante attesa dopo la fine della scuola arrivati ad una certa età, chissà perchè, assumono le pericolose sembianze di un inquietante psicodrammma e caso vuole che per un errore dell’agenzia, i tre nuclei famigliari si ritrovino a vivere sotto lo stesso tetto dando vita ad una “comune” dai contorni picareschi. La condivisione e l’amicizia alla fine avranno la meglio sull’iniziale diffidenza e in parte comprensibile ostilità, ma non potranno evitare un’inaspettato colpo di scena impossibile da svelare. Il trio torna sui propri passi e stavolta li conta bene, nulla sembra lasciato al caso nemmeno la realizzazione di un film che seppur ambientato in estate esce in pieno inverno. Aldo Giovanni e Giacomo sanno benissimo di giocarsi i tempi supplementari, ma scelgono lo stesso di correre da soli, affidandosi ciecamente al proprio istinto. E poco importa se ciò significa ripercorrere e rivivere anche dolorosamente i tempi andati, quelli in cui tutto veniva facile. Di certo non si tratta di mero egocentrismo, ne tantomeno di un disperato e patetico amarcord, ma di un necessario autotributo volto a constatare vent’anni dopo come può essere salutare e liberatorio ritrovare se stessi anche in tarda età.

Oltre alle evidenti autocitazioni ( su tutte la partita di calcio sulla spiaggia al ritmo di Che coss’è l’amor di Vinicio Capossela), il film recupera quel fil rouge  andato perso dopo i fasti di Chiedimi se sono felice. Ed è proprio su quel film che l’allegra e disincantata combriccola opera un’interessante rivisitazione tenendo ben a mente  gli anni di differenza. Stavolta il terzetto fa sul serio, dividendo la scena con tre personaggi femminili ben strutturati e assolutamente necessari alla funzionalità e credibilità della storia. Barbara, Paola e Carmen (rispettivamente le spumeggianti e tenere Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Maria Di Biase), sono molto più che semplici mogli o peggio ancora “spalle”, così come i rispettivi figli non fungono da semplice tappezzeria, ma rivendicano costantemente il proprio ruolo. Senza contare le briose incursioni di un indolente e dissacrante Michele Placido nei panni del Maresciallo dei Carabinieri o il sardonico cameo di uno sprezzante e cinico Roberto Citran. Un film corale in piena regola, supportato dalle graffianti note di Brunori Sas e arricchito da un “chicca” di Massimo Ranieri. C’erano una volta Aldo, Giovanni e Giacomo. E fortuna nostra ci sono ancora. 

In sala dal 30 gennaio    

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