‘Gli spostati’ (Usa/1961), di John Huston

di Girolamo Di Noto

Se c’è un film che racchiude in sé tutta la malinconia di questo mondo ed è pervaso da una struggente consapevolezza del tempo che passa, questo è senza dubbio ‘Gli spostati’ di John Huston. ‘The Misfits’, il titolo originale, rimanda ad un’inquietudine, ad uno sradicamento che vivono tutti i personaggi di questo bellissimo film, dove aleggia un senso di fine, di sbandamento, specchio delle angosce e dell’instabilità personale dei protagonisti. Due generazioni di star partecipano a questo western crepuscolare dai toni autunnali e malinconici: Clark Gable, Montgomery Clift e poi c’è lei, Marilyn Monroe, la Roslyn del film, assai lontana dal personaggio della ragazza attraente e svampita, resa celebre dai film di Wilder.

Sceneggiato da Arthur Miller (a quel tempo marito della Monroe, dalla quale però si stava separando), il film è percorso da un senso di morte e di spaesamento non solo perché è un dolente affresco su un’America profondamente trasformata dopo la Seconda guerra mondiale, una trenodìa sulla fine dei cavalli nell’America che cambia, un’amara riflessione sulla decadenza della figura del cow boy schiacciato dal progresso, ma anche perché rappresenta il canto del cigno per quasi tutti i suoi interpreti principali: Clark Gable, stroncato, appena dopo la fine delle riprese, da un infarto a soli 60 anni e la tanto bella quanto fragile Marilyn Monroe, di lì a poco suicida in quella notte del 5 agosto 1962. Ai tragici destini di Gable e Marilyn si aggiunga quello cupo di Montgomery Clift, attore magnetico e tormentato, che girò ancora una manciata di film, per poi morire a soli 46 anni, stroncato da una vita colma di eccessi.

A Reno, nel Nevada, in attesa di divorzio, la giovane Roslyn (Monroe) conosce in un bar il cow boy Gay (Gable) e il meccanico-pilota Guido (Wallach). Respinta la corte di Guido, la donna è attratta da Gay, uno spirito irrequieto, che stenta a conformarsi ai dettami della società moderna. “Sempre meglio che lavorare sotto il padrone” è il suo motto, e la sua vita è vissuta all’ insegna di questa massima. Con Roslyn nasce un affetto corrisposto e pare voler finalmente mettere radici con lei. Ma c’è un’ultima avventura da vivere: dare la caccia ai mustang, i cavalli selvaggi. Al gruppo si aggrega Perce (Clift), giovane cow boy che si esibisce nei rodei. Nel corso dell’avventura emergeranno tensioni e ostilità tra di loro: Roslyn è impressionata dalla brutalità con cui viene eseguita la caccia e quando scopre che i mustang sono destinati a diventare scatolette di cibo per cani si ribella.

John Huston, regista di celebri film come ‘Il mistero del falco’, ‘Giungla d’asfalto’, ‘Città amara’, da sempre affascinato -come il suo amico Hemingway- da personaggi alla ricerca di se stessi nell’avventura e nella sfida, quasi sempre destinati alla

sconfitta, disse in un’intervista di aver letto il copione di Miller “come un pugile che tiene la guardia alzata per proteggersi il viso, ma improvvisamente ho preso un colpo alla bocca dello stomaco”. In effetti, a spiazzare il regista e lo spettatore, è questa disillusione imperante, questa amara consapevolezza del tempo che scorre senza concludere nulla e ciò che rende attendibile questo sentimento è la perfetta sintonia tra i personaggi e i loro rispettivi interpreti. Roslyn è Marilyn: è una donna fragile, alla ricerca di un amore vero, che fa impazzire gli uomini che la circondano, che si illude e teme più di ogni altra cosa la solitudine; Perce è Clift: i suoi occhi febbrili, strazianti rivelano un’infelicità inconsolabile, un disincanto senza precedenti; Gable è Gay Lalgland: è un uomo stanco e disilluso, non ha più quella verve frizzante dell’avventuriero Rhett Butler, è innamorato della libertà, ma stanco di tanta futilità. La società ha adulterato tutto e lui, come gli altri, si sente uno ‘sbandato’ , non si raccapezza più nella realtà in cui vive, odia i ticket restaurant nei supermercati, le lavanderie automatiche, è un vecchio cow boy che non ha più posto in questo mondo se non nel triste spettacolo del rodeo. Isabelle (Thelma Ritter), l’amica di Roslyn, nel sottolineare questo senso di spaesamento e provvisorietà che aleggia nel film, dà una sintetica ma efficace descrizione del posto in cui vivono: “Reno è la capitale dei divorzi, delle case da gioco e degli esperimenti con l’atomica. È la capitale del ‘lascia’ “. Quel che domina è il sentimento di una mancanza, di una privazione in seguito alla quale il mondo appare sfornito di significato, straniero, dove, come dice Roslyn, “si ritorna sempre al punto di partenza, senza concludere niente, senza che niente ci resti addosso a parte le delusioni e i lividi”. I personaggi di questo film hanno, come direbbe il poeta Govoni, “nell’anima una tristezza oscura/ come chi arriva in fine d’una festa/ come chi curvo alla ringhiera/ accompagna il cadere della sera/ di domenica”. Aspirano a trovare un equilibrio, sono preda delle loro passioni sopite (il vecchio cow boy che cerca di ricreare nella caccia ai mustang un mondo che è andato perduto, Guido -reduce dalla guerra- che pilota il suo aereo per sfuggire ad un ricordo triste, Clift e i suoi rodei per dimenticare il tradimento della madre risposata e Marilyn alla continua ricerca -nella vita e nel film- di tenerezza e amore). L’ambiente è quello del west, la natura è un paesaggio scabro, arido, quasi lunare, ma questi grandi spazi sono marginali rispetto ai personaggi. È stato giustamente detto che in questo western crepuscolare a prevalere è “il paesaggio emotivo” e il culmine è rappresentato -nella scena della caccia ai mustang- dalla disperata ribellione di Roslyn e dal suo desiderio di lasciare liberi i cavalli. È qui che si rivela in tutto il suo tragico splendore l’attrice: nella sua ultima dolente interpretazione si stupisce di fronte alla bellezza della natura, urla tutta la sua rabbia nei confronti di un evento che non comprende e detesta, piange e si dispera. Ai suoi occhi pieni di tristezza, la vera America si riflette in questi animali ancora liberi e selvaggi e nel loro spirito indomito l’attrice ha cercato -nella sua vita breve e fragile- di identificarsi e come essi ha conosciuto il crepuscolo. Se i mustang, però, un tempo linfa vitale dei ranch, saranno destinati a diventare scatolette di cibo per cani, Marilyn resterà per sempre -nonostante la sua discesa tragica- un’icona, un mito, “qualcosa che Michelangelo avrebbe potuto scolpire nello zucchero candito”.

Resta di lei quel sorriso disarmante, quella sua luminosa avvenenza, quella sua apparente forza positiva di cui tutti i personaggi subiscono l’influenza al punto da far dire a Guido una frase che paradossalmente costituirà il suo epitaffio: “Tu ami la vita, mentre noi cerchiamo un posto dove nasconderci e vederla passare”.

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