Il rossetto (1960), di Damiano Damiani

di Laura Pozzi

Dopo un passato come sceneggiatore e documentarista (La banda d’Affori, 1947 Le giostre, 1954) nel 1960 Damiano Damiani passa alla regia firmando il suo primo lungometraggio: Il rossetto. Un esordio audace e sorprendente per un giallo “atipico” velato di sottili e penetranti sfumature horror. Ispirandosi ad un reale fatto di cronaca il regista friulano con la complicità di Cesare Zavattini realizza un’opera  graffiante e corrosiva capace di gettare un velo di luce sinistra sulle celate contraddizioni di un paese colto nel pieno di un irripetibile boom economico. Silvana (Laura Vivaldi) è un’ irrequieta e curiosa tredicenne segretamente innamorata di Gino (Pierre Brice) il suo dirimpettaio rappresentante di commercio e appassionato di musica. La fanciullesca passione per un tipo fascinoso molto più grande di lei si risolve in maldestri tentativi d’approccio e infruttuosi appostamenti andati a vuoto, puntualmente sbeffeggiati dalle sue (presunte) amiche. Un giorno la ragazzina vede uscire l’uomo da un appartamento dove poco dopo viene rinvenuto il corpo senza vita di Grisbi’,una prostituta brutalmente assassinata. Le indagini vengono affidate al commissario Fioresi (Pietro Germi) e portano nell’immediato all’incauto arresto di un ingenuo garzone di bottega. Nel frattempo Gino per evitare la pericolosa testimonianza di Silvana, comincia ad assecondare i suoi capricci fino a quando il semplice, ma (per l’epoca) sconsiderato uso di un rossetto finirà per metterla seriamente nei guai.

Damiani fin dal suo esordio mostra visibile e singolare inclinazione per il giallo, genere nato in Italia agli inizi degli anni trenta e via via affermatosi tra alti e bassi sul finire degli anni ’50, grazie a Pietro Germi che nel 1958 realizza Un maledetto imbroglio dal romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Il film fu un clamoroso successo  dovuto alla felice intuizione del regista (già esperto frequentatore del genere con il notevole Gioventù perduta, 1947 seguito da La città si difende, 1951 vero progenitore dei film d’azione anni‘70) nell’estrapolare un sottofondo giallo quasi del tutto assente nel libro per tramutarlo in vera e propria storia attraverso la costruzione di un valido e incisivo intreccio narrativo dove un commissario di polizia (da lui stesso interpretato) indaga e risolve un delicato caso di omicidio grazie ad uno spiccato senso del dovere mitigato da una malinconica umanità. Damiani va meno per il sottile e dietro le tinte gialle dissimula un’anima profondamente dark, oscura ed enigmatica in perfetta sintonia con i titoloni di cronaca nera che aprono il film.

Più che all’indagine poliziesca (non si fatica ad individuare il colpevole) il regista è interessato alla lucida disamina di un popolo e di un paese che nel momento di maggior benessere e sviluppo socio culturale comincia a mostrare segni di una preoccupante deriva morale.  Silvana è sì una ragazzina precoce e impertinente (se vogliamo azzardare una moderna stalker), ma il suo discutibile “passatempo” più che epigono di un’innata malizia è figlio di un contesto famigliare fallato e assente. Così quando le si offre la possibilità di colmare un vuoto affettivo generato da un padre ignoto e una madre distratta  non ci pensa due volte ad affilare gli artigli per inscenare un”affettuoso” e (nella sua testa) prolifico ricatto nei confronti di Gino. Tuttavia dal suo gesto traspira una profonda ingenuità nei confronti di quell’ uomo preoccupato solo a vendere cara la pelle. Durante i loro incontri fugaci Silvana non avverte mai la sensazione di essere manipolata da un individuo senza scrupoli così come in cuor suo non crede mai alla sua colpevolezza. Al contrario sarà lui a spedirla alla gogna grazie a quel rossetto, che da innocuo accessorio di bellezza si tramuta nel principale capo d’accusa nei confronti di una tredicenne divenuta di colpo pericolosa adescatrice. Sullo sfondo di una Roma sempre più sovraffollata, minacciata da un innarrestabile processo di cementificazione, si consuma la triste parabola di un’adolescente costretta a fare prematuramente i conti con gli insalubri pregiudizi di una società bigotta e perbenista. Ma non è la sola, nel corso della storia “il fascino discreto della borghesia” serpeggia indisturbato, pronto a colpire le fasce più deboli come Grisbì che tutti fingono di non conoscere e la cui morte non indigna nessuno perché lei è una donna che “fa la vita”, come pure l’incolpevole garzone arrestato perché in confidenza con lei. La raffinata e sensibile penna di Zavattini riesce a tratteggiare e a tenere in equilibrio i persistenti chiaroscuri interiori di Silvana anche nei momenti di maggior tragicità, restituendole la grazia e l’incanto di una “bambina che (ci) guarda”. Il resto lo fa Damiani con una regia asciutta e calibrata resa sottilmente macabra da due sequenze da antologia: il movimento all’indietro della macchina da presa che svela il raccapricciante delitto di Grisbì e l’inquietante dettaglio sulla disabilità fisica di una giovane ex vittima di Gino. Senza dimenticare Pietro Germi ancora una volta grande nei panni di un umanissimo antieroe.

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