‘Gli anni in tasca’ (Francia/ 1976), di F. Truffaut

di Girolamo Di Noto

La prima cosa da cui si resta colpiti vedendo ‘L’argent de poche’ (Gli anni in tasca) di François Truffaut è lo stile con cui il regista francese racconta la giovane età: maestro della narrazione intimista, regista raffinato, Truffaut ha saputo ritrarre con delicatezza e nostalgia il mondo dell’infanzia, ha messo in scena momenti puri di vita, dedicando uno sguardo commosso e tenero verso i bambini.

L’infanzia “stagione dell’invenzione, ma anche brutto momento da passare” sarà uno dei temi del cinema di Truffaut. “Non si finisce mai con l’infanzia come non si finisce mai con le storie d’amore”, dichiarerà il regista in un’intervista, aggiungendo che “si rimedia ad una certa ingiustizia perché non vi è proporzione tra l’importanza dell’infanzia nella vita e il poco spazio che il cinema le concede”. Sul grande schermo, per Truffaut, solo Jean Vigo e Roberto Rossellini avevano rappresentato i bambini come personaggi specifici, dotati di dignità.

Prima di cimentarsi nella realizzazione de ‘Gli anni in tasca’, il regista aveva già trattato il tema dell’infanzia e dell’adolescenza in altri due film: nel poetico corto Les Mistons (1958) e soprattutto ne ‘I Quattrocento colpi’ (1959), uno degli esordi più folgoranti e originali della storia del cinema. Nei Mistons, una banda di monelli gelosi, curiosi e impertinenti, perseguitano una coppia di innamorati. Sono dei guastafeste, ma giustificati dalla loro sete d’amore. Indimenticabile la scena che vede uno di loro, solo davanti alla bicicletta che la ragazza ha abbandonato per andare verso il fiume, baciare dolcemente il cuoio ancora caldo del sellino. Ne I Quattrocento colpi, invece, l’attenzione si focalizzerà su un adolescente in particolare: Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud. Antoine non è ribelle come gli alunni di ‘Zero in condotta’ di Vigo, né un suicida come il piccolo Edmund di ‘Germania anno zero’ di Rossellini. Ha tredici anni, è sospeso tra un’ impossibile nostalgia per l’infanzia e un mondo adulto orribile, punitivo per principio, asettico, insensibile.

Truffaut, ne ‘Gli anni in tasca’, quasi vent’anni dopo, riprende questi temi smorzando un po’ i toni: mettendo in scena le storie incrociate di diversi personaggi, dimostrando in ogni inquadratura il suo amore, la sua fiducia incondizionata verso i più piccoli, Truffaut racconta sì storie dure, dolorose, ma non senza speranza o via d’uscita, restando in delicato equilibrio tra gravità e leggerezza. L’infanzia è in pericolo, ma ha la pelle dura, sembra voler dire il regista francese. Tutti i bambini di Truffaut si scontrano con il mondo degli adulti, ma se ne ‘I Quattrocento colpi’ nessun adulto si mostra veramente disponibile nei confronti di Antoine, a tal punto che neanche i genitori lo chiamano per nome, ne Gli anni in tasca i bambini possono contare sul maestro Richet, che sta per diventare padre, e insegna con passione nella classe dei più piccoli. La figura del maestro, certo, è una delle poche nel film ad essere comprensiva verso i bambini e tutto questo lo si comprende sin dall’inizio. A Thiers, nella Francia centrale, in classe, mentre l’insegnante sta facendo lezione, un alunno è distratto da una cartolina scritta dalla cugina Martine. Il piccolo, invece di essere punito come Antoine Doinel dietro la lavagna, viene chiamato dal maestro a improvvisare una lezione alternativa.

Il maestro, impersonato dall’ attore Jean François Stevenin, nel film assistente alla regia e in un certo qual modo alter-ego di Truffaut, sta dalla parte dei bambini, forse perché è stato- come è stato detto da Paola Malanga nel suo saggio su Truffaut- ” bambino infelice diventato un adulto dalla memoria lunga”. Gli adulti, al di là del maestro, sono invece poco comprensivi, in certi casi imbranati o crudeli come la mamma e la nonna di Julien, alunno classificato come caso sociale, taciturno, scontroso, solitario. Ha una vecchia cartella logora, vive di piccoli furti, spesso si addormenta in classe, raccatta oggetti perduti in un luna park. Rappresenta la sottomissione rispetto al mondo adulto. Durante la visita medica scolastica, si scopre che Julien ha il corpo coperto di lividi, cicatrici, bruciature. L’unico a diventargli amico è Patrick e attraverso questo personaggio Truffaut mette a fuoco un altro aspetto della condizione infantile: il bisogno d’amore accompagnato ai primi turbamenti sessuali. Orfano di madre, s’innamora della madre di un compagno sperando che la donna riversi su di lui la concreta ricerca d’affetto che dà al figlio. Ha un padre buono, ma non può occuparsi di lui perché paralitico, ma lo guida nelle letture e nelle visioni dei film. Cinema e letteratura, Balzac e il manifesto strappato del film Monica e il desiderio di Bergman saranno l’ancora di salvezza di Truffaut, Doinel e Patrick.

Altri episodi scolastici e di vita si mescolano e si intrecciano con quelli di Julien e Patrick. Come non ricordare, ad esempio, la piccola Sylvie, la figlia del commissario di polizia, che si rifiuta di andare al ristorante con i genitori perché le impediscono di portare con sé la sua borsetta di peluche: lasciata a casa in castigo, va alla finestra e grida con il megafono al condominio: ” Ho fame… ho fame” e si fa calare con una cordicella un cestino pieno di cibo.

O il piccolo Gregory, lasciato incautamente solo dalla mamma, che cade dalla finestra nel tentativo di inseguire il gatto, ma atterra senza un graffio. I bambini, come dice la moglie del maestro, “sono resistenti, sbattono dappertutto, contro la vita, ma hanno un angelo custode, e poi hanno la pelle dura”. Sballottati tra il bisogno di protezione e quello d’autonomia, i bambini sono costretti a volte a subire i capricci degli adulti; devono quindi difendersi e temprarsi e usare, se vogliono sopravvivere, delle scappatoie vincenti. Il cinema e la letteratura, come si è detto per Patrick, la dolce vendetta per Sylvie, il sorriso, mentre la madre cade svenuta, per Gregory e il fischio per Oscar, il protagonista del cinegiornale che viene mostrato al cinema. La madre di Oscar è francese, il padre è un soldato americano e per ovviare all’incomunicabilità dei genitori si esprime solo a fischi. Se la cava da sé, diventerà un fischiatore di professione e trasformerà i punti deboli in punti forti. Indimenticabili e intrisi di poesia i baci scambiati durante i primi approcci amorosi sulla balconata del cinema, quello intravisto dalla porta di vetro tra il maestro e la moglie incinta, seguito con risa e curiosità da tutta la classe o quello finale tra Patrick e la dolce Martine che suggella l’amore di Truffaut tra il cinema amato dal bambino e le lettere, le cartoline che ama tanto scrivere la bambina.

Commovente, infine, il discorso pronunciato al termine dell’anno scolastico dal maestro Richet, che contiene l’idea del rispetto che il bambino merita da parte degli adulti. Riflette con i suoi piccoli alunni a proposito della situazione di Julien, “Io ho avuto un’infanzia infelice, ma infinitamente meno tragica di quella di Julien”, invita a non arrendersi ,”Il mondo non è giusto, non lo sarà mai, ma non bisogna rassegnarsi a questo”. Ciò che scopre il maestro nella propria esperienza adulta è che la conquista dell’affermazione della propria identità è un percorso spinoso e pieno di ostacoli ed è per questo che bisogna diventare “forti, non duri”.

“Il tempo passa presto, anche voi un giorno avrete dei bambini. Be’, spero che li amerete e che essi vi ricambino…perché la vita è fatta così, non si può fare a meno di amare e essere amati”.

Il maestro così congeda i suoi piccoli alunni prima del primo affaccio alla vita, che sarà colma di amori e dolori, gioie e delusioni, scoperte e sospiri.

Una risposta a "‘Gli anni in tasca’ (Francia/ 1976), di F. Truffaut"

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  1. questo film lo rammento con grande emozione e fortunati quelli che hanno avuto insegnanti come il maestro Richet. Non posso ritenermi fortunato, il mio indimenticabile maestro A,V, , il cacciatore. Veniva spesso a scuola con il fucile e con un sidecar che parcheggiava in cortile. Era accompagnato da un setter irlandese che lo aspettava al guinzaglio nel carrozzino laterale. Il fucile lo poggiava ad un gancio a fianco al ritratto del Presidente della Repubblica. Usava come supporto educativo un lunga canna, ad ogni errore durante l’interrogazione un colpo di canna sul fondo schiena.

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