Freaks out, di Gabriele Mainetti

di Marzia Procopio

Deve essersi molto divertito, Gabriele Mainetti, a scrivere e a girare il suo secondo e molto atteso lungometraggio, Freaks out. Presentato a Venezia e ambientato nella Roma della seconda guerra mondiale, che irrompe nella seconda sequenza, subito dopo la presentazione diretta degli eroi, con un bombardamento immortalato dalla camera a mano, il film racconta la storia di quattro “strani”, quattro fenomeni da baraccone, dei freaks, appunto, che per guadagnarsi da vivere e assicurarsi il calore di una famiglia (ciascuno di loro ha un’infanzia tragica alle spalle) lavorano nel piccolo circo Mezza Piotta.

Il capo, Israel (Giorgio Tirabassi), stanco di quella vita precaria e faticosa, convince i suoi amici – Fulvio, l’uomo-lupo dotato di forza straordinaria (Claudio Santamaria); Cencio, il giovane albino che sussurra agli insetti, un bravissimo Pietro Castellitto che ricorda e cita Luca Marinelli; Mario, il nano magnetico e superdotato (Giancarlo Martini) e infine Matilde, la ragazza elettrica, la commovente Aurora Giovinazzo – a seguirlo in America.

Ma Israel è ebreo, Badoglio ha firmato l’armistizio, “Sciaboletta” ha lasciato Roma, che è diventata città aperta. Israel scompare – verosimilmente catturato e messo su un treno – e vediamo il rastrellamento del ghetto, il 16 ottobre 1943, con gli occhi di quattro circensi cenciosi che si trovano lì per caso, e vediamo i vagoni piombati di tanto cinema, e sembra di essere precipitati in un film di guerra; ma sembra soltanto, perché i quattro si mettono in cerca di Israel: a cercarlo per prima è Matilde, che ha 15 anni e un segreto doloroso nel cuore, oltre che l’enorme potere di uccidere fulminando. Matilde non vuole farlo, così indossa sempre i guanti e non si fa toccare, mai, nemmeno dai suoi amici, che pure ama, anzi a maggior ragione da loro.

La scomparsa di Israel trasforma Freaks out in un film d’avventura, un road movie nel segno del picaresco: la ricerca dell’uomo mette Matilde sulla strada dei partigiani, anche loro sgangherati e freaks – uno orbo, uno gobbo, un altro senza mani – ma generosi e impavidi, pronti a sacrificarsi tutti contro il nemico nazista.

Il nemico ha il volto di Franz, anche lui un “mostro” dalle sei dita, pianista eccellente che dirige un grande circo e ha il dono, che come quello dei quattro è anche una condanna, di leggere il futuro. Drogato di etere, innamorato dell’idea di onorare il Fuhrer anche se non ha potuto combattere, Franz vede nei suoi sogni quattro individui dotati di poteri magici che, insieme a lui, potranno salvare il nazismo dalla sconfitta, ed è risoluto a trovarli anche se questo significa torturare e uccidere. Così il film continua a muoversi sotto il segno della ibridazione, un po’ cronaca di guerra un po’ romanzo di super-eroi, che somigliano un po’ all’Armata Brancaleone e comunicano fra loro con un’ironia romana e contemporanea ma sempre mossi dal loro cuore puro.

Matilde crescerà e farà pace col passato, comprendendo di non avere colpa e così finalmente assumendosi la responsabilità del suo potere, come si addice ai super eroi, e infine troverà la pace. Dopo mille traversie, i quattro – che hanno sconfitto i cattivi, salutato il loro padre simbolico, Israel, e salvato dalla morte molti innocenti – si incamminano nel tramonto – finalmente pacificati e di nuovo insieme.

Con qualche lentezza di troppo e molti bellissimi effetti speciali che confermano, se ce ne fosse bisogno, Mainetti come una sorta di mago visionario, Freaks out è un film imperfetto ma da vedere, una sorta di matrioska in cui sono mescolati insieme generi e stili cinematografici e narrativi, che uno dietro l’altro costruiscono il racconto di un’umanità diversa e sfortunata che della sua marginalità fa un punto di forza e così guadagna un po’ di riconoscimento per sé e per gli altri “diversi” (significative le inquadrature di un paio di ebrei deportati con la sindrome di Down).

Le scene del circo guardano al Fellini de La strada, innamorati che scappano volano sulla città come gli amanti di Chagall, i nazisti malvagi perseguono il male fino alla fine ma vengono sconfitti dal Bene con un’ironia che ricorda quella dei “Bastardi senza gloria”, di Tarantino; vengono sconfitti, sì, ma il Bene trionferà proprio nella scelta di lasciare in vita l’ultimo nazista e di non cedere all’impulso di vendetta.

Mainetti, che scrive del film anche le musiche, non sa dove tagliare e non sempre governa tutta la vasta materia che profonde nella costruzione del racconto; ma la struttura sgangherata è tenuta insieme dal grande divertimento del regista e degli attori – su tutti Giovinazzo, una piccola Dorothy Gale, ma anche Giorgio Tirabassi e il bravissimo Franz Ragowski, che interpreta il folle nazista e ricorda Joaquin Phoenix – che celebrano la fantasia e l’amicizia come forze capaci di sconfiggere il Male. Una divertente e divertita dichiarazione d’amore al cinema, appassionata e appassionante, che sta giustamente scalando le classifiche al botteghino perché osa avventurarsi dove il cinema italiano ed europeo muovono ancora passi malcerti, fra quei supereroi di cui il mondo, oggi soprattutto, ha così tanto bisogno.

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