“Le onde del destino” di Lars von Trier (1996) “La scandalosa forza della bontà”

di Maria Antonietta Nardone

I

n un paesino sperduto tra le coste scozzesi, e governato da una chiusissima comunità religiosa retta da anziani tremendi per cecità e dogmatismo, vive, negli anni settanta, una giovane donna di nome Bess Mac Neal. Attraverso un impianto narrativo solidissimo, diviso in 8 capitoli + l’epilogo, senza lacune, o sbavature od anche solo incertezze, il regista Lars von Trier dispiega la vicenda di questo personaggio femminile, che si sposa, vive con il marito Ian, conosce la malattia dell’amato, immobilizzato in un letto in seguito ad un incidente sulla piattaforma petrolifera presso cui lavora, lo assiste, tenta di guarirlo con tutti i suoi mezzi e poteri, sconfiggendo ogni proprio più residuo pudore o disponibilità sessuale ad avere coiti con estranei, su incitamento del disperato marito, fino alla conclusione di una storia che stupisce ed inquieta.

 

Mi sono chiesta quale regista, oggi, in questa disincantatissima Europa di fine secolo, incentrerebbe un film di oltre due ore e mezza sulla bontà. Sì, proprio sulla Bontà – perché parlare di amore o passione mi suona riduttivo, se penso che a tutti gli attacchi che la donna subisce, ella mai reagisce con aggressività, sia pure per difesa reattiva, ma sembra essere sempre come stupita del male o dell’ostilità o di una pervicacissima incomprensione che le viene sistematicamente rovesciata addosso; di una Bontà che non conosce confini, in questi aridi tempi e con queste ciniche lune! Ebbene, il danese von Trier l’ha fatto. E con quale grazia e con quale purezza ha creato il personaggio di Bess – interpretato da una tanto sconosciuta quanto incantevole Emily Watson – una donna schizofrenica, il cui suo maggior talento, per sua stessa ammissione, è quello di aver fede; una donna che intrattiene frequenti dialoghi con il “Dio Padre”, a cui dà ella stessa e voce e tono e parole; una donna verso la quale il regista, per l’intera pellicola, non ha mai un moto di derisione, o di facilissima ironia, mai, suggerendo al contrario, moti di pietà, di umana, umanissima pietà o di schietta ammirazione.

 

Lo scontro tra la spontanea Bess e la sessuofobica comunità in cui ella ha avuto l’infausta sorte di nascere e vivere, è inevitabile. E qui, ancora una volta, si sperimenta il bene concreto di un singolo che sbatte continuamente contro la rigida autorità di un manipolo di vecchietti, che il bene, nonostante la loro più ferrea convinzione di conoscerlo e di averne l’investitura ad esercitare il suo ministero in terra, non sanno proprio che cosa sia, o dove sia di casa, come si suol dire. Ma non si trova a sbattere solo contro radicatissime regole religiose, la dolce Bess, bensì anche contro l’istituzione medico-psichiatrica, rappresentata da un dottore apparentemente progressista – quei suoi ripetuti ed irritanti “parliamone, Bess, parliamone” – il quale, quando lo ritiene necessario, e secondo il suo fermissimo ed illuminato giudizio, non esita a spingere perché si ponga la giusta firma del marito per il suo internamento forzoso in un reparto di cura per malattie mentali. E sbatte anche contro la perbenistica glacialità della propria madre – ma come si fa a non far entrare la propria figlia in casa, rimanendo indifferente alle sue suppliche ed ai suoi pianti? Come?    

 

E sbatte anche contro il latente moralismo, sia pure smussato da un affetto sincero, della sua migliore amica, la cognata, e vedova, Dotty. Eppure, in mezzo a sì tanta ostilità, che avrebbe scoraggiato il più impavido tra gli impavidi, o quanto meno lo avrebbe indotto a scappare per siti più liberi ed ariosi, lei, Bess, che taluni ritengono “stupida” e “infantile”, bè, lei non demorde, dimostrando una forza, un coraggio ed una “fede”, davvero eccezionali.

  Mi è sembrato, inoltre, che nella vicenda narrata fossero presenti molti, moltissimi richiami biblici, reimpiantati, però, in questo borgo scozzese della seconda metà del Novecento. Non posso citarli tutti. Ne riporto uno, a mo’ di esempio: quando Bess s’incammina per un’altura, trascinando a fatica il proprio motorino, mentre è inseguita da un gruppetto di ragazzini – quegli stessi ragazzini che fino a poco prima si fermavano a parlare con lei, scherzosi e sorridenti – che le tirano pietre alla schiena, insultandola, impietosi e crudeli, mi è sembrato di vedere, più che una lapidazione della Maddalena del tempo, un’autentica salita del Golgota, con un motociclo, strumento di libertà e peccato, al posto della croce. E chissà quanti poveri cristi, e quante povere criste, saranno costretti a trascinare ogni giorno la propria ‘croce’, senza poter godere, però, della dignità e dell’innocenza di questa giovane donna!

 

Il tocco del regista, nell’inquadrare e condurre una scena, con quella macchina da presa quasi sempre in vibratile movimento, mi è sembrato originale e singolarissimo. Originalità e singolarità che io avevo già potuto gustare in uno dei suoi film precedenti, “Europa”, claustrofobica pellicola impressa in bianco e nero, e riportante , tra le tante altre turbanti immagini, quella di un sogno in cui un uomo muore annegato in uno scompartimento di treno, e che mi è risultata memorabile per il duraturo malessere lasciato nello spettatore: proprio un groppo allo stomaco, duro a sciogliersi nel giro di poche ore.

*

 

Il mattino successivo alla visione del film, appena sveglia, immagini ed immagini del suddetto film galleggiano ancora nella memoria, e il volto di Bess, il volto di Bess soprattutto quando prega, sdoppiandosi in due voci e personalità distinte, e, spesso, non prive di humor ed auto-ironia, il volto luminoso di Bess, dicevo,  non vuole abbandonare la mia mente – si è poi davanti ad un miracolo autentico, perché l’uomo amato guarisce e cammina, altro, altro che le lacrime di sale o di sangue di una madonna di marmo o di gesso! Eppure, sì, la figura di Bess non è tra quelle che si dimenticano agevolmente. Provare, o meglio, vedere per “credere”.

 

(dicembre 1996)

 

Maria Antonietta Nardone

[tratto da “Le allegre vacanze”, Andrea Oppure Editore 2002]

3 risposte a "“Le onde del destino” di Lars von Trier (1996) “La scandalosa forza della bontà”"

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: