Cesare deve morire (2012), di Paolo e Vittorio Taviani

di Laura Pozzi

70 primavere portate divinamente. Apre ufficialmente oggi (20 febbraio – 1 marzo) l’edizione 2020 del festival di Berlino, una delle kermesse cinematografiche più significative della stagione per il suo carattere peculiare e innovativo. Quest’anno poi particolare attenzione e perché no motivo d’orgoglio è la presenza di Carlo Chatrian, (ex direttore artistico del festival di Locarno) chiamato a sostituire nell’aprile scorso il direttore uscente Dieter Kosslick. Tra i vari premi  assegnati nel corso degli anni uno da ricordare (senza dimenticare La casa del sorriso, 1991 di Marco Ferreri) è quello che ha visto trionfare a sorpresa nel 2012 Cesare deve morire diciottesimo lungometraggio dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’oro come miglior film. Sono passati otto anni da allora, Vittorio è venuto a mancare nell’aprile del 2018, ma alla Berlinale si tornerà a parlare di loro grazie al programma On trasmission che ospiterà sette tra i migliori registi premiati fra cui il longevo Paolo.

Dopo alcuni anni di appannamento artistico culminati con il dimenticabile e pedante La masseria delle allodole (2007), i due fratelli pisani rivitalizzano l’intorpidita vena artistica grazie ad un allestimento teatrale della Divina Commedia svoltosi all’interno del carcere di Rebibbia dove alcuni pregiudicati sotto la supervisione del regista Fabio Cavalli leggono con dolente partecipazione alcuni canti dell’Inferno. La condivisione di quest’evento fa scoccare la scintilla, portandoli a vezzeggiare e in seguito a concretizzare l’idea di un film sulla messinscena del Giulio Cesare di Shakespeare completamente affidata ai detenuti. Una sfida resa possibile da una sana dose di incoscienza per due signori che all’epoca si aggirano sull’ottantina, ma sfoggiano con assoluta grazia e naturalezza una vitalità ed energia da far invidia a tanti sedicenti e “giovani” registi italiani.  Il sipario si alza sul sanguinoso finale dell’omicidio/suicidio di Bruto, la rappresentazione della tragedia shakespeariana si è appena conclusa e i (non) attori si accingono a rientrare in cella. I Taviani documentano il background avvenuto nei sei mesi precedenti. Ci accomodiamo quindi all’interno del carcere nella sezione di Alta Sicurezza dove Fabio Cavalli illustra ai detenuti l’inizio del nuovo laboratorio teatrale che verterà sulla messinscena del Giulio Cesare. Seguono i provini dove vengono scelti i vari protagonisti e si comincia con le prove che porteranno alla rappresentazione finale.

Le vie del cinema sono infinite e in appena 76 minuti di girato i Taviani dimostrano le illimitate e sconfinate possibilità offerte dal mezzo cinematografico. Sarebbe riduttivo definire l’opera un semplice docufilm a sfondo sociale perché ciò che emerge da quest’esperienza umanamente totalizzante  è il continuo gioco di rimandi che intercorre tra sfera artistica e privata. Un rispecchiarsi che non si limita ai soli interpreti del dramma, ma che coinvolge a più riprese lo spettatore grazie ad una messinscena brechtiana che lo eleva dalla funzione di osservatore passivo, a testimone attivo della tragedia. Il privato irrompe con veemenza nel “gioco” creando un vero e insidioso “dentro e fuori” dal copione, come mostra la scena in cui lo scambio di battute tra Cesare e Decio si tramuta in una “resa dei conti” tra i due interpreti Giovanni Arcuri e Juan Bonetti. O nella scena in cui Antonio preferisce disertare le prove dopo un doloroso colloquio. Cinema, teatro, letteratura e vita vera si legano e convergono in una maestosa sinfonia di contaminazioni e strati culturali. Arte, amicizia, rimorso colpa, congiura, delitto sono temi e sentimenti presenti nell’opera shakespeariana che trovano perfetta fusione con il vissuto dei protagonisti. La scelta del bianco e nero appare illuminante sia nel saturare l’atmosfera privandola della componente naturalistica (presente solo nelle due sequenze della rappresentazione) tipica del colore, sia nell’esaltare la recitazione dei protagonisti, la loro tragicità, la loro capacità mista al dramma. Ma soprattutto estraniandoli da ciò che è pura finzione, regalando e regalandosi una dignità shakespeariana resa più efficace e pungente dall’uso dei dialetti. La disperata e drammatica eloquenza della propria lingua d’origine (siciliano, pugliese, calabrese napoletano e il romano “verace” di Giulio Cesare) si sposa con la bellezza e nobiltà dei loro volti umanizzati da quel sentire comune che li rende un tutt’uno con il personaggio interpretato.

Ma il ruolo principale (così come in Padre Padrone) spetta all’arte intesa come riscatto sociale che qui trova il suo apice nella smisurata voglia di sentirsi finalmente liberi in quella catarsi celata dentro un personaggio divenuto parte di ognuno. Esorcizzare quei folli sentimenti che li hanno condotti dietro le sbarre forse per sempre, rappresentandoli e rivivendoli in prima persona. Questo doloroso percorso interiore non riguarda soltanto la loro condizione di “guardatori di soffitti” come amano definirsi, ma anche la possibile evoluzione dello spettatore che scopre un’ improvvisa empatia con individui difficili e socialmente distanti. Con questo non intendiamo dire che l’arte cancellerà di colpo i loro crimini, ma sarà in grado di dotarli di una nuova dignità,capace di demolire il più ferreo pregiudizio. La lacerante solitudine degli ultimi sottolineata magistralmente dalle struggenti note di Giuliano Taviani e Carmelo Travia trova massimo rigore nell’emblematica frase finale pronunciata da Cosimo Rega (Cassio): “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”

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