IL Cristo proibito (1951), di Curzio Malaparte

di Laura Pozzi

Il Cristo proibito film ideato, girato, scritto e musicato da Curzio Malaparte rappresenta un unicum nella produzione artistica dello scrittore giornalista toscano. Aspramente criticato e duramente censurato in Patria la pellicola godette di maggior consenso e fama al di fuori dei confini nazionali (soprattutto in Francia) dove fu presentato al festival di Cannes e vinse a Berlino il gran premio d’onore fuori classe. Bruno (Raf Vallone) reduce di guerra, fatto prigioniero durante la Campagna di Russia torna a piedi nella sua Montepulciano. Determinato a vendicare la morte del fratello Giulio, giustiziato dai tedeschi dopo il vile tradimento di un compagno, l’uomo profondamente segnato e intimamente cambiato dalle barbarie compiute e subite  durante la prigionia trova ad attenderlo una comunità omertosa, logorata, stremata da un conflitto spietato, ma sopratutto contraria ad assistere e assecondare un nuovo spargimento di sangue. Nessuno infatti sembra intenzionato ad appoggiare la sua causa svelandogli il nome del traditore, neppure i genitori chiusi in un muto e abbacinante dolore. Il padre lo invita a dimenticare e a farsene una ragione, ma la furia cieca di cui è vittima inconsapevole lo priva del minimo buonsenso. Una sera dopo aver girovagato senza meta per le viuzze del borgo fantasma raccogliendo le dolorose confessioni dei compaesani, mastro Antonio il falegname del paese lo invita a seguirlo all’interno di una sperduta dimora rivelandogli un atroce e inaspettata verità. Bruno compirà il gesto “fatale”, ma i suoi lancinanti e strazianti perchè nei confronti di un mondo dove a pagare sono sempre gli innocenti saranno destinati a cadere nel vuoto e nel silenzio assordante della valle toscana.

Il film di Malaparte, come già scritto in precedenza fu inevitabilmente costretto fin dalla sua prima uscita nazionale avvenuta il 24 marzo 1951 a confrontarsi con  la sua scomoda discendenza. Unico erede “cinematografico” di un personaggio camaleontico, provocatorio e politicamente instabile l’opera ha attraversato più di mezzo secolo nella totale indifferenza partecipando al triste oblio di un intellettuale fra i più lungimiranti (ricordiamo i suoi romanzi più famosi Kaputt e La pelle) e  meno longevi (scomparirà prematuramente a 59 anni nel 1957). Un autore che probabilmente tra narcisismo, dandysmo e snobismo annoverava tra i suoi desideri più reconditi quello di suscitare un amorevole risentimento grazie all’ innata capacità di mutare pelle con la massima disinvoltura. Restio a qualsiasi etichetta o definizione a parte quella di Arcitaliano, termine da lui stesso coniato per racchiudere pregi e difetti degli italiani, Malaparte (al secolo Kurt Erich Suckert) porta su di sé i segni tangibili di una guerra, la prima, sostenuta e combattuta in prima linea al fianco dei francesi nella legione garibaldina. Durante un attacco chimico da parte dell’esercito tedesco i suoi polmoni verranno gravemente compromessi e danneggiati dall’iprite, riducendo drasticamente la loro funzionalità.

Il Cristo proibito viene inizialmente concepito come romanzo per poi tramutarsi in soggetto e sceneggiatura. Ideato in un contesto politico-culturale particolarmente delicato e cinematograficamente saturo (il Neorealismo sembra aver esaurito la spinta creativa) il film malgrado le apparenze può associarsi a quest’ultimo solo da un punto di vista strettamente tematico. Un Neorealismo fra l’altro più affine a un De Santis dal quale riprende ambientazione e protagonista che a un De Sica o Rossellini. Malaparte opta per una regia dinamica, virtuosa, quasi barocca come dimostra lo splendido e vertiginoso piano sequenza iniziale che sorvola dall’alto la maestosa Val d’Orcia. Così come predilige una recitazione antinaturalistica affidata ad attori teatrali del calibro di Rina Morelli, vera eroina tragica della storia Pur avendo vissuto la guerra in prima persona il regista lascia fuori campo i devastanti aspetti esteriori del conflitto focalizzando l’attenzione sulle macerie interiori sedimentate nell’animo dei protagonisti. Molto interessante notare come nel tratteggiare i personaggi lo scrittore non operi nessuna cesura fra buoni e cattivi, vincitori e vinti. La miseria e disperazione del dopoguerra accomuna tutti gettando le basi per una desertificazione dell’anima nella quale Malaparte può agevolmente introdurre i temi portanti della storia: libertà, giustizia, sacrificio.

Temi ostici, impegnativi, emotivamente dispendiosi scolpiti all’interno di immagini rigorose, solenni, pittoriche. Ciò che tormenta l’animo di Bruno e dei suoi compaesani non è il ricordo della guerra, è l’arrivo e l’imprevedibilità di un mondo nuovo, sconosciuto, fondato in apparenza su libertà, pace e giustizia. Ma si tratta di valori labili, effimeri imperniati sulla sofferenza individuale e non sul suo sacrificio universale. In una delle scene più enigmatiche e significative della storia, l’eremita (interpretato da un grandissimo Gino Cervi) tuonando a un mastro Antonio convinto assertore di una libertà possibile grazie al sacrificio di un innocente afferma di come la gente non è disposta a soffrire per gli altri e di come agli uomini è proibito ripetere il sacrificio del Cristo. Un uomo che soffre per se stesso, per la sua famiglia e la sua miseria è considerato un buon cittadino, mentre uno disposto a soffrire per gli altri è visto come nemico della società. Per essere cristiani non basta emulare il segno della croce e nessuno oggi oserebbe farsi mettere in croce perla salvezza degli altri. Un monito durissimo per un film che riflette nello stile, nel contenuto e nelle immagini la complessa e per troppo a lungo ignorata personalità di un autore ancora oggi profondamente attuale, ma vittima di un desueto pregiudizio politico-ideologico.

Il film è disponibile su YouTube

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