Il Signore degli Anelli (2001/2003) di Peter Jackson

di Fabrizio Spurio

Un viaggio fantastico nella Terra di Mezzo, dalle pagine di un grande romanzo allo schermo del cinema.

Un film monumentale, un’opera degna del titolo di kolossal come non se ne vedevano da tempo sugli schermi. Peter Jackson ha creato una pellicola che è un inno all’arte del cinema. Una storia che coinvolge e trascina lo spettatore in un mondo meraviglioso, splendore per gli occhi, ricco di magia e incanto. Non si può parlare di questa trilogia prendendo in esame un film alla volta, perché la trama è un tutt’uno. L’analisi si può effettuare unicamente prendendo i tre capitoli insieme. Il film, tratto dall’opera letteraria di Tolkien, è stato realizzato in un unica sessione di riprese. Totalmente girato in Nuova Zelanda, un territorio che si è dimostrato perfetto per la varietà di luoghi naturali che hanno disegnato i profili della Terra di Mezzo. Una storia potente ricca di simbolismi, incarnati in personaggi memorabili delineati con cura e profondità. Il tema principale dell’opera è sicuramente la dimostrazione della potenza del Bene che prevalica ogni possibile ostacolo, anche quello più grande. La forza e la tenacia del Bene, anche se proviene da una creatura tanto piccola e indifesa, come potrebbe essere un hobbit, è capace di portare enormi mutamenti nella vita di molte persone, e può arrivare a fare la differenza tra lo scontro epocale tra Bene e Male.

L’amicizia, ma ancor più la lealtà, l’amore, il sacrificio di sé, la ricerca del bene come scopo comune, anche a scapito della propria vita, sono questi i valori che il film esalta. E tutto questo viene messo in moto da un semplice anello, l’Anello. Un oggetto dall’aspetto formale, senza segni particolari all’apparenza, un semplice cerchio di puro oro come potrebbe essere una fede nuziale. E proprio come la fede l’Anello suggella un’unione, quella tra chi lo possiede e il Male assoluto. L’Anello forgiato da Sauron (Sala Baker), come simbolo e tabernacolo del suo malefico potere, un oggetto indistruttibile che dona al suo padrone la forza di governare il creato. Sauron è l’Occhio fiammeggiante che dall’alto della sua torre Barad-Dur osserva: un occhio senza palpebre che brama l’Anello. Incompleto senza di esso, senza corpo fisico, ma relegato, costretto sulla cima della torre dalla quale comanda il suo orrido esercito. Sovrano, ma di fatto prigioniero, incatenato al suo stesso regno.

Da Barad-Dur emana la sua volontà su tutte le creature oscure della Terra di Mezzo. L’Anello non può agire per il bene, non può essere usato per scopi pacifici, la sua forza corrompe e distrugge anche i cuori più puri. Anche Lady Galadriel (Cate Blanchett) Signora del popolo degli elfi, l’essere più puro della Terra di Mezzo, non saprebbe resistere alla tentazione di dominare facendo uso del suo fascino assoluto, così da portare alla disperazione chiunque la circonda. L’Anello ha una sua volontà che lo spinge a voler tornare a Sauron. Si forma un controsenso assurdo: l’Anello deve tornare a Sauron, nella terra di Mordor, ma i protagonisti devono impedire che questo avvenga, bisogna perciò distruggere l’Anello, ma l’unico modo per distruggerlo è fonderlo nel fuoco di Monte Fato che si trova a Mordor! In un modo o nell’altro l’Anello deve tornare nel luogo in cui è nato, un cerchio che si chiude, un anello appunto, che simboleggia la circolarità del tutto. Ma a fare la differenza c’è la scelta individuale, tra ciò che è giusto fare e ciò che non lo è. Frodo Baggins (Elijah Wood) capisce che è suo il compito che dovrà cambiare le sorti della Terra di Mezzo. I dubbi, le paure, l’ansia di non riuscire sono tutti ostacoli che vengono metodicamente abbattuti dal coraggio di fare quello che è giusto per tutti, ma anche, e sopratutto dalla lealtà e dall’amicizia più che fraterna di Samwise Gamgee (Sean Astin), fedele fino al sacrificio nei confronti di Frodo. La lealtà dunque come arma contro il maligno.

La lealtà di Aragon (Viggo Mortensen) nei confronti del suo popolo ma anche la purezza del suo amore per Arwen (Liv Tyler) la principessa elfo che decide volontariamente di sacrificare la sua natura fatata di elfo per essere accanto al suo amore mortale. Le donne, all’interno della trilogia, sono disegnate come personaggi forti: non le tipiche damigelle delle legende, passive principesse in pericolo in attesa del cavaliere che dovrà salvarle. Arwen si impone contro il volere di suo padre, re Elrond (Hugo Weaving), rinuncia anche al suo ruolo di principessa, una decisione forte pur di vivere il suo amore con Aragon. Eowyn (Miranda Otto), la figlia di Thèoden (Bernard Hill) re di Rohan, non vuole rimanere rinchiusa nel ruolo di osservatrice. In una scena, quando le viene chiesto cos’è che la spaventa, la sua risposta sicura e decisa è “la gabbia”. Non è una donna destinata ad essere un semplice soprammobile, bello da vedere, una decorazione di corte. Svolgerà, anzi, un ruolo determinante nella grande battaglia contro il male, sarà proprio lei a sconfiggere uno dei servi più potenti di Sauron. Unica, proprio perché donna, a poterlo fare, in quanto nessun uomo ha il potere di farlo, darà il colpo mortale al Re Stregone di Angmar (Brent McIntyre) signore dei Nazgul, i nove spettri servi dell’Anello. I Nazgul sono il simbolo della corruzione, del potere oscuro dell’Anello. Erano nove re degli uomini, a cui Sauron ha donato nove anelli del potere. Gli anelli hanno voltato le menti di questi re verso la cupidigia, la bramosia del potere, fino ad annullare la loro volontà, facendoli di fatto servi di quello stesso potere tanto agognato. La corruzione sembra essere il vero potere del Male, chiunque viene toccato da questo sentimento non può evitare di oltrepassare il confine che divide l’uomo dalla morte dello spirito.

Saruman il Bianco (Christopher Lee), uno degli Istari (stregoni potenti, esistenti già dalla prima venuta dell’uomo nell’universo di Tolkien), il capo del Bianco Consiglio, proprio colui che per potenza era destinato a contrastare il male, sarà irretito da Sauron e da lui soggiogato, tanto da spingerlo a creare un esercito di orchi nati dall’incrocio blasfemo di varie razze. Saruman simboleggia anche la perdita dell’innocenza, della purezza (il Bianco del suo titolo nobiliare), il rivoltarsi alla natura. Distruggerà i boschi intorno alla sua dimora, la Torre di Isengard, per alimentare con il legno delle foreste le grandi fucine di quella che sarà la sua “fabbrica di orchi”. L’industria che distrugge gli equilibri naturali per brama di potere. Sarà la natura stessa a riportare l’equilibrio ad Isengard, per mezzo degli Ent, gli uomini albero che vivono nelle foreste. Saranno questi giganti arborei, aiutati da Merry (Dominic Monaghan) e Pipino (Billy Boid) due hobbit cugini di Frodo, a distruggere le caverne/fornaci di Saruman.

Ma la corruzione più profonda esiste nel corpo e nella mente di Sméagol (Andy Serkis), lo hobbit avvelenato dal potere dell’Anello, per averlo custodito, nel profondo delle sue grotte, per cinquecento lunghi anni. La solitudine e l’Anello hanno diviso la mente dell’hobbit in due parti: Sméagol e Gollum. Sméagol parla spesso con sé stesso, chiamandosi Gollum, discute con la sua controparte quando deve prendere decisioni, arrivando anche a litigare da solo con le due personalità contrapposte (in genere Gollum è la parte più infida e cattiva). La menzogna è l’arma di Gollum, e non esita ad usarla quando, costretto da Frodo a fare da guida per le terre di Mordor, cerca di seminare il dubbio e la sfiducia tra Frodo stesso e Samwise. Gollum, un personaggio che da secondario, lentamente, con il progredire della vicenda, diventa principale, e sotto un certo punto di vista, potrebbe essere addirittura la chiave di volta di tutta la trama. E’ la sua totale dedizione all’Anello, suo unico scopo di vita, a porre fine al potere di Sauron, la sua brama lo porta oltre il semplice desiderio di potere sugli uomini. Lui vuole l’Anello semplicemente perché è suo, il suo “tesoro”! Vive per l’Anello, parla con lui, lo accarezza, lo desidera, ma al tempo stesso lo odia, perché sa che senza l’Anello lui non è nulla, non può farne a meno.

Gandalf il Grigio (Ian McKellen) lo stregone buono che aiuta Frodo, sa che Gollum è importante, sa anche che non spetta all’uomo giudicare chi è giusto e chi va punito. Tutto appartiene ad un disegno superiore che può mutare in modo improvviso e non calcolato dagli uomini. Le tecniche di ripresa di questo film sono eccezionali. La cura nelle ricostruzioni scenografiche, eccellente misto tra modellini e ricostruzioni dal vero, ci raccontano spesso di ricordi di popoli, di ere trascorse. Gli effetti speciali straordinari curati dalla neozelandese Weat Digital, danno vita a creature credibili, sia tramite il trucco prostetico di maschere e lattice, sia tramite la motion capture e la modellazione digitale: perfetto apice di questa tecnica è Sméagol, animato totalmente al computer con un realismo che ci fa dimenticare di trovarci davanti un personaggio sintetico. La coreografia studiata al dettaglio delle scene di massa ha creato potenti sequenze di battaglia dove l’occhio dello spettatore capisce sempre la dinamica degli scontri tra eserciti. Non c’è il caos della visione, ma una geometria precisa dell’azione. I costumi sono creati per esprimere il lato psicologico dei personaggi, la loro provenienza, le origini delle loro razze.

I dialoghi nelle lingue dei popoli, come l’elfico parlato da Legolas (Orlando Bloom) o da Arwen, in nanico pronunciato da Gimli (Jhon Rhys-Davies) o il linguaggio antico di Gandalf offrono un retroscena alla vicenda che riporta a leggende ancor più antiche rispetto a quella narrata nei film. Uno sforzo produttivo che ha permesso, caso unico nella storia del cinema, di girare tre film contemporaneamente, senza attendere il termine della produzione di uno prima di iniziare le riprese dell’altro (stesso metodo utilizzato dallo stesso regista per girare, anni dopo “Lo Hobbit”, la trilogia prequel della vicenda dell’Anello). Questo ha permesso al regista di mantenere una visione d’insieme omogenea, indispensabile per poter gestire un’opera tanto vasta. Ma non è Frodo, non è Sméagol, non è Aragon il protagonista del film. L’unico vero protagonista è proprio l’Anello. L’oggetto. Ha una sua volontà, una sua voce (nel film quando l’Anello manifesta il suo potere si può ascoltare il sussurro della sua diabolica voce nella lingua di Mordor). Inquina le menti di coloro che entrano in suo possesso, dona al contempo un’innaturale lunga vita, crea dipendenza come la peggiore delle droghe. Muove gli eventi. E’ un diretto discendente, ma forse più potente, dell’Anello dei Nibelunghi, ma al pari di quello esalta tutte le drammatiche conseguenze dall’avidità.

Tutti coloro che entrano in possesso dell’Anello in qualche modo ne sono segnati, come se diventassero esseri “altri”, per questo alla fine della vicenda tutti coloro che hanno portato l’anello, Frodo, ma anche suo nonno Bilbo (Ian Holm) prima di lui, sono destinati a lasciare la Terra di Mezzo insieme agli elfi e gli stregoni, per raggiungere la terra di Valinor, oltre i Porti Grigi, dove vivono gli esseri fatati della Terra di Mezzo. Ed è triste assistere alla loro partenza. Il sogno si allontana, termina. La magia lascia questa terra in mano agli uomini, che saranno d’ora in poi i soli artefici della loro storia.

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