‘I Love Radio Rock’, di Richard Curtis (The Boat That Rocked / UK 2009)

di Andrea Lilli


Esilarante e appassionato atto d’amore per il rock, per le radio libere, per gli anni ’60 “dedicato a tutti coloro che hanno lavorato e trasmesso dalle radio pirata, in quegli anni meravigliosi, giorno e notte“, ovvero All Day and All of the Night (hit storica dei Kinks). La storia del rock’n’roll nei suoi anni migliori celebrata, fin nelle ultime parole dei titoli di coda, in centotrenta minuti di libertà non solo musicale che una ciurma di goduriosi DJ rivendica battendosi contro l’ottusa repressione statale.

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Siamo tra il 1966 e il 1967, gli anni d’oro del rock’n’roll e del pop britannico. È il genere musicale più amato e seguito da una società in rapida evoluzione, ma la radio monopolista di Stato, la BBC, non vuole accorgersene: ne programma meno di 45 minuti al giorno. A trasmettere le nuove vibrazioni degli emergenti Rolling Stones, Beatles, Moody Blues, Turtles, Kinks, Cream, Jimi Hendrix e tanti altri ci pensano le radio pirata. Tra cui la prima e più famosa, installata su una nave con bandiera danese e ancorata nel Mare del Nord per sfuggire ai divieti di una legge tanto antipopolare quanto inefficace oltre i confini marittimi inglesi. La storia è vera: la nave si chiamava Radio Caroline e iniziò nel 1964 il suo palinsesto rock 24/24 ore, seguito fedelmente da una buona metà della popolazione inglese.

Nel quadro veritiero della realtà storica prende forma la fiction: sulla Rock/Caroline arriva Carl, figlio di Charlotte. Il ragazzo è stato espulso dalla scuola per il vizio del fumo. La disinvolta madre pensa che la cosa migliore per lui sia un periodo sabbatico immerso nella salutare brezza marina del vascello comandato da Quentin (Bill Nighy), amico di Charlotte (Emma Thompson) e padrino di Carl (Tom Sturridge). “Il mio figlioccio preferito”, dice Quentin al ragazzo accogliendolo, e offrendogli la scelta tra una sigaretta e uno spinello.

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Non meno dotati di humour complice sono gli altri ‘pirati’ che si presentano all’attonito giovane, i conduttori radiofonici che nelle varie fasce orarie si alternano al microfono. Dave (Nick Frost) è il panzone gioviale e cinico dalla battuta sempre pronta. Bob un fantasma “tessitore dell’alba” che trasmette dalle 3 alle 6 del mattino, per il resto del giorno è invisibile a tutti, dorme o si sballa, si nutre di dischi nuovi. Mark è il conduttore più attraente e muto del mondo, il suo silenzio interrotto da rari monosillabi ne fa un rubacuori ogni mezzanotte. Simon è sempre allegro, l’ingenuo cui basta un bacio per innamorarsi ciecamente. Tipi eccentrici e molto diversi tra loro, ma con una cosa fondamentale in comune: la passione sfrenata per il rock’n’roll. La sola donna a bordo, una cuoca lesbica, garantisce il vitto e un’astinenza sessuale che viene interrotta ogni due settimane (salvo eccezioni) dal periodico arrembaggio consentito alle ragazze, fan sempre numerose e generose di Radio Rock.

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Il repertorio musicale che accompagna le scene e compone la pirotecnica colonna sonora è irresistibile. Un florilegio di brani tra i più trascinanti della Rock Revolution che si stava compiendo in quegli anni formidabili. “Se Dio fosse un disc jockey sarebbe su questa stazione. Volete spararvi per l’infelicità? Ascoltate questi dischi e vi passerà”.

Il governo inglese tuttavia non è affatto d’accordo. Il cattivissimo del film è un ministro delle telecomunicazioni ultrabacchettone, Sir Dormandy (Kenneth Branagh). Il suo unico scopo nella vita è quello di ridurre al silenzio perpetuo l’odiata radio libera. Per chiudere con ogni mezzo quella “cloaca di bassezza morale” arruola un braccio destro, Pirlott (Twatt nell’originale, stesso significato: coglione), che con diversi tentativi andati a vuoto delude il sempre più insonne governante.

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A bordo invece i giorni e i vinili si susseguono felicemente tra battute, bevute, goliardie, attese sessuali e/o romantiche con esiti di ogni genere, matrimonio compreso. Il comandante Quentin ne celebra solennemente – si fa per dire – uno che raggiunge il record assoluto di 17 ore prima dell’inevitabile crisi e separazione. Tra i vari DJ si distingue per l’energia dell’eloquio il Conte (Philip Seymour Hoffman, in una delle sue migliori interpretazioni, cinque anni prima della morte), l’unico americano, il più apprezzato dal pubblico, almeno in un primo periodo. Il carisma del Conte vacillerà con l’arrivo di un collega più famoso, il satiro insaziabile Gavin (Rhys Ifans), “il vostro servizio pubico”. I due dapprima si detestano, poi si sfidano a duello cimentandosi in una rovinosa scalata al pennone più alto della nave, quindi si riconciliano cordialmente.

Carl non solo sopravvive a tutto ciò, ma vive sicuramente il migliore anno della sua vita. La sua giovane età non potrà certo essere d’ostacolo alla coesione armonica, o per dir meglio all’estasi di un gruppo così affiatato e ispirato. Tra l’altro viene “costretto” a porre fine ad un’indecorosa e inaccettabile verginità, nonché a conoscere l’identità di suo padre, finalmente. Ovvio che la sorpresa sia assoluta, uno shock. Resisterà bene anche a questo.

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Richard Curtis è bravo a rendere coeso e conseguente un magma scoppiettante, incandescente. Più noto al grande pubblico per Love Actually – L’amore davvero (2003) e Quattro matrimoni e un funerale (1994), oltre che per l’epopea di Mr. Bean, qui si è evidentemente tolto uno sfizio personale, e lo ha fatto con padronanza del mestiere, soprattutto in sede di montaggio. Malgrado la lunghezza, il racconto scorre leggero e brillante grazie ai continui cambi di scena, alle gag e alle battute, mai pesanti, ad una colonna sonora ricca di gioielli che illuminano – talvolta con ironia – incidenti e follie sull’ebbro vascello (ad esempio: So long, Marianne per la prima delusione d’amore di Carl; Father and son di Cat Stevens nella scena in cui Carl salva suo padre; Stay with me baby cantata da Simon tradito; e le note di Morricone, a farci ricordare Per qualche dollaro in più). Una lunghissima serie di brani musicali che già vale la visione del film ad occhi chiusi. La scrittura dei dialoghi è talmente disinibita e libera, che tra Carl e Marianne (Talulah Riley) si arriva perfino ad un

“Vuoi che ti porti una tazza di tè?”

“Sarebbe un pensiero davvero adorabile”

Ma il cielo si copre di nuvole nere, e alla fine dell’anno di grazia 1967, il governo britannico approva in extremis una legge che criminalizza definitivamente l’attività delle radio pirata. “Il vantaggio di stare al Governo è che se qualcosa non ti piace, puoi sempre fare una legge che lo renda illegale”. Radio Rock verrà confiscata, gli irriducibili profeti del feeling e del groove arrestati ad inizio anno. In una delle scene più memorabili Quentin mortificato dà la triste notizia al gruppo, e la reazione è una citazione palese – e parodia garbata – dell’Attimo fuggente, nel momento in cui al capitano sconfitto giunge l’accorata solidarietà di ciascuno, con il saluto riconoscente e devoto di tutti. Ciò varrà un ulteriore slancio di resistenza, con l’ennesima mossa vittoriosa sugli accaniti burocrati, ma la fine (temporanea) della sfida sarà inevitabile: la vecchia carcassa ha ceduto, non ce l’ha fatta più, collassa come una Bluesmobile. E comunque, tra dolci braccia e una canzone adeguata.

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Il Conte, animo nobile, sarà l’ultimo a lasciare la nave, non prima di aver urlato al microfono (è pur sempre un americano) parole lapidarie.

Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica. Quanto a voi, bastardi al potere, non sperate che sia finita… Ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni. Saranno comunque scritte, saranno comunque cantate, e saranno la meraviglia del mondo.

E Radio Caroline? È ancora viva.

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