“Themroc” (1973), di Claude Faraldo

di Greta Boschetto

“Themroc” (in Italia “Il mangiaguardie”) è un film francese del 1973 diretto da Claude Faraldo con Michel Piccoli, Béatrice Romand, Francesca Romana Coluzzi, Patrick Dewaere, Miou-Miou e Marilù Tolo.

“Argh! Arf! Grrr! Urgh! Ahhhh! Cof cof! Bleaurgh! Gnam! ”

Muti, incapaci di comunicare, grotteschi animali che cercano di esprimersi senza riuscirci in una realtà rumorosa fatta solo di macchine, clacson, metropolitane, porte che si aprono e si chiudono, motori ruggenti, colpi di tosse, passi di una folla impegnata a spostarsi dalla propria casa al proprio lavoro, cartellini che vengono timbrati all’ingresso delle fabbriche: questa è la società che ci mostra Faraldo nelle sequenze iniziali del film.

Tornato a casa, si mura in una stanza, distrugge la parete che si affaccia sul cortile comune tra i vari palazzi, così da rendersi visibile al mondo esterno (un vicinato povero e disgraziato quanto lui), ricrea l’ambiente di una caverna e dà il via a una rivolta privata ma contagiosa che coinvolge sempre più persone, tra cannibalismo (se manca il cibo perché non arrostire due guardie mandate a reprimere la rivolta?) e sesso incestuoso e orgiastico.
Themroc è un film anarchico, sperimentale e surreale, mischia il cinema militante al teatro dell’assurdo, ricorda gli scenari apocalittici di Ferreri e Weekend di Godard, dove la pazzia del singolo diventa pazzia collettiva, dove in realtà la follia apparente non è altro che un modo di reagire alla reale pazzia che incastra e svilisce le nostre esistenze quotidiane.
Tutto ciò che viene visto come un indottrinamento viene preso di mira, le istituzioni, il lavoro, la famiglia, la società occidentale in generale, addirittura il linguaggio, parte fondamentale di questo film, o meglio, l’assenza di esso: per tutta la durata il film è “parlato” solo tramite suoni, versi da trogloditi, grugniti, parole inventate.

Con una visione totalmente nichilista, in un delirio provocatorio e sporco come solo gli anni ’70 lo potevano essere, Faraldo ci dice che non c’è dialogo nella comunità moderna, tra le varie parti in gioco, l’unica speranza per uscire dall’alienazione che la nuova società dei consumi ci impone è negare ogni struttura politica, economica e sociale, liberarsi completamente da un potere caotico e castrante che non fa altro che rinchiuderci, soli, nelle nostre caverne personali, quelle socialmente accettabili, pulite, manovrabili.
Regredire per progredire: questo è forse l’unico modo che abbiamo per liberarci da un futuro che sarà sempre e comunque una gabbia imposta dalle regole della nostra cosiddetta civiltà.  

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