Ghost Dog – Il codice del Samurai (1999), di Jim Jarmusch

di Laura Pozzi

“Il codice del Samurai si basa sulla morte. Si dovrebbe meditare ogni giorno sulla fine inevitabile. Quando corpo e mente sono sereni, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance o spade. Travolti da onde impetuose o da violenti fiamme, colpiti da un fulmine, scossi da un forte terremoto, o in volo, giù per un baratro, consumati da una malattia. Oppure compiere il ‘seppuku’ per la morte del maestro. Ogni singolo giorno bisognerebbe considerarsi morti. Questa è l’essenza del codice del Samurai.”

Dopo il catartico Dead Man (1995), Jim Jarmush lo spilungone dalla folta chioma bianca continua a volare alto, impreziosendo la sua composita filmografia con un nuovo gioiello cinematografico: Ghost Dog. Il monumentale e ispiratissimo Forest Whitaker, protagonista della pellicola, asseconda e illumina le geniali intuizioni di un regista esemplare nell’ideare una visione cinematografica alternativa alle stolte pretese di un Paese perennemente ancorato alle falsità e ipocrisie di un sogno (americano) obsoleto, sedotto dalle apparenze e schiavo dello star system. Allievo assistente di Nicholas Ray e appassionato cultore del cinema europeo studiato per un anno nelle aule della Cinémateque di Parigi, Jarmush prende alla lettera il suggerimento impartitogli dal suo mentore, ovvero preservare la propria indipendenza attraverso il nonsense e la poesia di un cinema eclettico, visionario, surreale capace di relegarsi coraggiosamente ai margini di un mondo svuotato e di respingere i seducenti richiami del dorato universo hollywoodiano.

In Nick’s Movie – Lampi sull’acqua (1980), documentario girato da Ray insieme a Wim Wenders sugli ultimi giorni della sua vita, l’allora ventisettenne Jim fa la sua comparsa nel finale in veste di un giovane aspirante regista che naviga sulle acque dell’Hudson a bordo di una “nave fantasma” in attesa di spargere le ceneri del maestro. Un’apparizione che suggella un vero e proprio passaggio di consegne, siamo infatti all’alba di un nuovo decennio e Jarmush nello stesso anno presenta come saggio di laurea Permanent Vacation, suo futuro film d’esordio.

Una suggestiva reminiscenza rievocata con dinamiche più vivide e cruenti (qui siamo agli albori di un nuovo millennio) nel finale di Ghost Dog tra il corpulento protagonista e la piccola, ma già indomita Pearline. Ma procediamo con ordine. “Samurai è colui che è devoto anima e corpo al suo padrone. Non dimenticare il proprio padrone è una cosa fondamentale.” Ghost Dog è un sicario al servizio di Louie, un mafioso italoamericano che otto anni prima gli ha salvato la vita. La sua visione del mondo si esprime attraverso la lettura e messa in pratica dei principi contenuti nell’Hagakure, opera letteraria giapponese fra le più rappresentative, dove l’antica saggezza dei samurai viene tramandata sotto forma di brevi aforismi. Fedeltà, unità, immediatezza: questi sono i principi che animano e muovono il silenzioso, ieratico e marginale intercedere terreno di un personaggio “a fuoco”, ma volutamente fuori dagli schemi, che comunica attraverso un piccione viaggiatore, vive appartato sul tetto di una sudicia terrazza e ha come miglior amico un gelataio che parla francese. I due non si capiscono, ma si intendono a meraviglia dando vita ad irresistibili duetti dove i tratti della poetica jarmuschiana risplendono in tutta la loro fulgida essenza.

 I rapporti umani, il senso della comunità, le regole sono elementi cardine di un cinema dove le immagini, l’intreccio, le eccezioni passano in secondo piano. Erroneamente informato dal suo capo, Ghost Dog “sbaglia” incolpevolmente una missione, ma tanto basta per i suoi mandanti a condannarlo a morte e farlo trapassare a miglior vita. Tuttavia in lui vige fin dall’inizio la lucida consapevolezza di essere un morto vivente (ma attenzione: i morti non muoiono) o più oniricamente un fantasma già in viaggio verso un oscuro mondo probabilmente più strano di quel paradiso tanto caro al suo autore. Un po’come accade al romantico Johnny Depp/William Blake in Dead Man, suo gemello western in bianco e nero. Jarmusch ricalca il medesimo schema narrativo del film precedente, ma stavolta immerge la storia nelle torbide acque del noir o più precisamente del polar visti i continui richiami a Le Samourai (in italiano Frank Costello, faccia d’angelo) di Jean-Pierre Melville: dalla felice convivenza con gli uccelli (piccioni in Jarmusch, canarini in Melville) al loro insostituibile ruolo di avvistatori, dal legame con un ambiente mafioso prima complice e poi carnefice fino al chiaro rimando iniziale sul titolo dell’opera letta da Whitaker. Tutti ossequi ad un preciso cinema di genere molto più vicino all’Europa di Melville che all’America di Scorsese.

Ma ovviamente l’incontenibile e versatile natura di Jarmusch non si limita alla pura destrutturazione di un genere. Il suo triste e bellissimo mondo (parafrasando Roberto Benigni in Daunbailò) ci sta ad essere messo all’angolo, ma senza rinunciare alla poesia. Il mondo intorno a Ghost Dog gira spesso a vuoto, attua audaci deragliamenti verso il nulla, entra in competizione con i cartoon, ma nel caos urbano delle sue indelebili contraddizioni sente il bisogno costante di staccarsi da terra, di spiccare il volo, aprire le ali, tracciare traiettorie. O semplicemente volteggiare in aria sorvolando tetti e strade di un’anonima città americana sulle ammalianti cadenze hip hop di RZA. Per farlo si affida alla letteratura, alla musica, alla filosofia. Le palesi e continue citazioni consentono alle sue anime perse una possibile comunione con l’altro anche dove ciò sembra inattuabile.

E’ interessante notare come la figlia del boss, (molto somigliante alla Matilda di Léon) riesca per ben due volte a sottrarsi ai colpi letali del suo mitra, grazie alla presenza di un libro, Rashomon, testo letterario fondamentale nel consentire il prosièguo della storia fino al sopra citato passaggio di consegne finali. Jarmusch elabora un’inedita poesia della guerra, dove scorrono litri di sangue, dove si uccide senza pietà, dove non c’è redenzione. Ma dove la leggerezza di un piccione viaggiatore, ripreso in volo nella splendida sequenza iniziale (da sola vale la visione del film) restituisce l’incanto, lo stupore e la meraviglia di una struggente poesia.

“Si dice che ciò che siamo soliti definire lo spirito di un’epoca sia una cosa a cui non possiamo tornare. Il fatto che questo spirito tende gradatamente a dissiparsi è dovuto all’approssimarsi della fine del mondo. Pertanto sebbene coltiviamo il desiderio di riportare il mondo contemporaneo allo spirito di cento o più anni fa, ciò non è possibile, dunque è importante che da ogni generazione si tragga il meglio”. Così si congeda dal vecchio e si affaccia sul nuovo millennio l’uomo dagli eterni capelli bianchi.

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