Daunbailò – Down by Law, di Jim Jarmusch (USA 1986)

di Andrea Lilli

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Jim Jarmusch conquista a 33 anni le platee internazionali grazie a questo suo terzo film, in bianco e nero come Stranger than Paradise (1984), ma assai più gradito per il tocco maturo con cui miscela azione, ironia, musica e fotografia. Una magia, girata con evidente partecipazione emotiva e numerose improvvisazioni dei tre protagonisti. Accolto con entusiasmo dal pubblico italiano grazie soprattutto alla prova irresistibile di Roberto Benigni.

Siamo in una New Orleans calda, umida e criminale. Le sirene e i cani che ululano nei titoli di testa sono il presagio di ciò che ci aspetta. Primo fotogramma, un carro funebre. Cominciando dal cimitero, lunghe carrellate tracciano un percorso panoramico per strade sporche e costruzioni decadenti. Passiamo su marciapiedi sconnessi, attraversiamo corsi d’acqua scura, incroci deserti, desolazioni periferiche per finire nelle squallide stanze di Jack (John Lurie) e Zack (Tom Waits). Jack è un magnaccia rampante; sogna di fare carriera con le prostitute ma è ingenuo quanto Zack, DJ selvatico e disoccupato piantato dalla donna. Zack, perché non ce la fai a restare nella stessa radio? Ti stai rovinando il futuro. Devi solo imparare a leccare il culo!

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Zack – un Tom Waits perfetto nel ruolo – non arriva a tanto, così si ritrova scaraventato sul marciapiede insieme agli amati dischi. Passa il primo balordo che lo convince ad accettare un facile lavoretto: guidare una macchina da un posto all’altro senza sapere cosa contiene il bagagliaio, e Zack fila dalla strada alla galera. Lenta ripresa sulle celle con pareti imbrattate e screpolate, ad integrazione delle sedi abitative in rassegna all’inizio.

Stessa sorte per Jack, quella notte. L’America è un gran pentolone (melting pot) perché quando bolle i rifiuti vengono a galla. Quindi c’è speranza per te, aveva profetizzato una sua ragazza, sarcastica. Un collega grasso e velenoso propone a Jack una nuova fantastica dipendente. Jack abbocca e al posto della 19enne promessa trova una minorenne: scatta la trappola concordata con la polizia infingarda. Sembra un action movie anni ’50, di quelli con James Cagney: stessi ceffi, stessi cappelli. Jack viene sbattuto in cella con Zack. Innocenti, incastrati, depressi, i due non si sopportano e litigano ruvidi, le poche volte che si parlano. Anche John Lurie non ha difficoltà ad immedesimarsi nel personaggio.

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L’abilità del sarto Jarmusch sta nel prendere bene le misure di questi due suoi amici nella vita, Lurie e Waits, musicisti come lui, e imbastire ruoli perfetti per loro. [Per una bizzarra somiglianza fisica e caratteriale, trovo che la rivalità tra i due carcerati possa ricordare quella tra due noti tennisti degli anni ’80.]

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Ivan Lendl e John McEnroe, 1984

Jack e Zack si detestano cordialmente per tutti gli angoli dei dieci metri quadri della gabbia. Tu non esisti, questo muro non esiste, il pavimento, le sbarre non esistono, la prigione non esiste. Jarmusch riesce a rendere bene il senso di frustrazione e claustrofobia, senza mai rinunciare al consueto distacco ironico. I due arrivano a picchiarsi. A questo punto, i volti pesti e illividiti, vedono arrivare l’uomo, anzi il folletto della provvidenza: Roberto, anzi Bob. E’ un turista italiano loquace quanto sprovveduto in lingua inglese, che Zack aveva già incontrato e mandato al diavolo nella notte dei disastri. Bob raggiunge in cella i due -ack perché ha avuto il torto di perdere una giocata a poker, farsi inseguire dai creditori, e ucciderne uno senza volerlo con una palla da biliardo ben diretta. In realtà è un bravo ragazzo, innamorato della poesia americana (come l’autista in Paterson), tiene sempre con sé il taccuino su cui appunta diligentemente le nuove parole e frasi che impara ogni giorno. La scena in cui Benigni entra in cella, osserva Waits e Lurie che lo osservano a lungo, in una sequenza lenta, senza una parola finché Roberto non estrae il taccuino, e scegliendo le parole giuste esclama: Se gli sguardi uccidessero, io sarei già morto, oltre ad essere esilarante è una di quelle in cui raggiunge la soglia e diventa incontenibile lo spasso genuino degli stessi attori, che in questi frangenti non recitano davvero, ma con noi si divertono da matti. Ne seguiranno molte altre.

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Anche su Benigni Jarmusch ha cucito l’abito giusto, perfetto per lui. Esattamente complementare agli altri due. La vita in prigione diventa almeno più varia col folletto italiano al seguito, che oltre a chiedere sigarette per curare il singhiozzo dimostra eccentriche conoscenze letterarie, citando in italiano poeti come Walt Whitman,

Vision di pietà, di onta e afflizione

Orribil pensiero, un’alma in prigione

che solo Zack, tra i due, vagamente conosce. Tuttavia la tristezza asfissiante della vita da reclusi riesce a soffocare ogni scintilla di speranza. Down by law significa letteralmente ‘oppresso dalla legge’. Ma anche, nel gergo carcerario, ‘tutto sotto controllo’. Si può impazzire, se ci si lascia andare. Roberto fa il possibile per mantenere la propria umanità, unire il terzetto, vincere la negatività dei due con la forza della sua vitalità estroversa: anche disegnando finestre immaginarie.

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A Roma, alle pendici del Gianicolo, nel silenzio di certe vie strette senza uscita ai lati del carcere di Regina Coeli, può capitare di sentire grida maschili che volano alte, ripetendosi più volte, a lungo. Sono prigionieri che si chiamano tra loro dalle finestre sbarrate. Urlano i propri nomi, poi quelli di altri, e se qualcuno risponde partono altre parole: frasi corte, indecifrabili dalla strada. Gridano per salutarsi, passare il tempo, combattere la noia e la disperazione, sostenersi o sfottersi: per sentirsi vivi. Tra tanti, chissà quanti ce ne sono di condannati per errore (proprio o di un giudice) come Jack, Zack e Roberto.

Detenuti che non ce la fanno più, e a un certo punto urlano qualcosa, un suono che possa essere condiviso, non importa cosa dice, anche un gioco di parole inventato all’istante come I scream, you scream, we all scream for an ice cream (io urlo, tu urli, urliamo tutti per un gelato), un mantra, una voce che magari diventa sempre più forte, un coro, un’eco, una potenza acustica che esce dal chiuso e se ne va, almeno quella. Un po’ di adrenalina, un palliativo.

Ma il pennellone post-punk Jim Jarmusch non ama il lamento, la compassione. E neppure la depressione, in fondo. Dunque affida all’agente Bob la mission impossible. Il piccolo e buffo italiano saprà come evadere. Progetta il piano come in un film americano che ho visto in Italia [Papillon?] – e i tre riescono a scappare, inseguiti dai cani, circondati da più o meno immaginari coccodrilli, serpenti e formiche rosse. Da questo momento il film cambia scenario diventando un vagabondaggio avventuroso quanto divertente per le paludi della Louisiana, dove si esprime al meglio l’arte della fotografia in bianco e nero di Robby Müller, collaboratore abituale di Wim Wenders, dal quale Jarmusch ha molto imparato.

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Nel silenzio interrotto dai versi degli animali, la musica sincopata di John Lurie scandisce il percorso incerto e faticoso dei nostri eroi. Non hanno idea di dove si trovino, tornano sui propri passi, scelgono bivi a caso, si disperano. Jack e Zack litigano, Roberto li mantiene uniti, sia con i versi di Robert Frost

Divergono due strade nel bosco, e io presi la meno battuta.

E da qui tutta la differenza è venuta.

che con il profumo di un coniglio catturato e arrostito alla maniera di mamma Isolina. La scena del pasto del coniglio è un’altra in cui Benigni improvvisa e i tre cedono alla più spontanea ilarità. Riescono poi a raggiungere una strada (la civiltà!), e infine un chiosco che sembra un miraggio: l’improbabile punto ristoro gestito da Nicoletta (Nicoletta Braschi), altra italiana in Louisiana.

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Qui tra la pastasciutta, il vino rosso, la musica e l’amore a prima vista (tra Nicoletta e Roberto) la storia finisce correndo il forte rischio di cadere nella più banale caricatura italofila, ma Jarmusch riesce in qualche modo ad evitarlo, ancora una volta miracolosamente. Sarà Tom Waits che sbrodola bevendo il vino, sarà il lungo ballo del tutto realistico della nuova coppia innamorata, nel film come fuori dal film, sarà lo scambio di abiti e amichevoli ostilità tra i due fuggiaschi che all’ultimo bivio prendono strade divergenti, augurandosi buona fortuna in un finale aperto.

O è semplicemente questo: che quando ci si diverte a girare un buon film, poi chi lo guarda si diverte.

adddio

 

 


2 risposte a "Daunbailò – Down by Law, di Jim Jarmusch (USA 1986)"

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