Dead Man, di Jim Jarmusch (1995)

di Laura Pozzi

Fine Ottocento. William Blake è un timido contabile di Cleveland diretto nella spettrale cittadina di Machine per prendere servizio nel principale ufficio della città. Dopo un cupo e inquietante viaggio in un treno popolato da grottesche figure dispensatrici di sibilline profezie giunge a destinazione, ma scopre con stupore di essere stato rimpiazzato. In cerca di inutili spiegazioni viene beffardamente deriso e rispedito al mittente dal padrone e boss della città John Dickinson. Deluso e senza un soldo trova consolazione fra le braccia di una ex prostituta, Thel Russel, che tra un sorriso e una rosa di carta lo invita a dormire da lei. La mattina dopo i due vengono colti in flagrante da Charlie, figlio di Dickinson ed ex fidanzato della donna. Accecato dalla gelosia, spara ad entrambi, freddando sul colpo Thel e ferendo a morte William che nel disperato tentativo di opporre resistenza gli conficca una pallottola in gola.

Nonostante le precarie condizioni fisiche (un proiettile piazzato all’altezza del cuore) riesce a fuggire in sella ad un cavallo rubato, penetrando nelle viscere di un misterioso territorio dal profilo indefinito. Soccorso e medicato da Nobody (pellerossa esiliato dalla sua tribù dopo una deportazione in Europa), che rivede in lui l’incarnazione dell’omonimo poeta inglese, i due intraprendono un viaggio per ricongiungersi al Grande Spirito. Sotto l’implacabile minaccia di tre bounty killer assoldati da Dickinson per vendicare la morte del figlio e la succulenta riscossione di una taglia, l’improbabile coppia raggiungerà un villaggio di nativi per assicurarsi l’utilizzo dell’ultima canoa, fondamentale nell’espletare il viaggio verso l’Oltretomba, dove Blake potrà definitivamente distendersi per compiere la traversata finale.

Dead man, sesto lungometraggio diretto da Jim Jarmusch, rappresenta il punto più alto, ma soprattutto di svolta nella produzione artistica di un autore fino a quel momento corteggiato dai festival di mezzo mondo, ma poco incline al grande pubblico. Siamo nel 1995 e il film viene presentato in concorso alla 48°edizione del festival di Cannes. Il verdetto decreterà vincitore Underground del vulcanico Emir Kusturica, ma per il poliedrico Jim e il suo protagonista Johnny Depp i giochi sono fatti. Soprattutto per quest’ultimo, fotografato all’apice della carriera e colto nel momento di massimo splendore artistico (come dimostra la presenza di Ed Wood di Tim Burton nella medesima sezione).

Si può dire e pensare di tutto, ma il valore aggiunto apportato dal carismatico e catatonico trasformismo di Depp è innegabile e permette ancora oggi ad una pellicola unica nel suo (non) genere di brillare di luce propria, sprigionando ad ogni visione l’inconfondibile e immutabile fascino del Jarmusch touch. Che ancora una volta ripropone il tema del viaggio, costruendo attorno ad un protagonista surreale e dall’aspetto burtoniano, una vicenda dai seducenti contorni kafkiani resa sacrale da un’atmosfera impalpabile. Un viaggio iniziatico, metaforico che comincia come una storia di ordinaria follia per poi perdersi nelle lande desolate di un’America espropriata delle sue origini, privata del suo grande cielo, orfana del proprio mito. Blake con il volto emaciato e sempre più esangue, sembra acquisire in quel lisergico girone dantesco una nuova consapevolezza e padronanza di sé. L’Io materiale comincia ad allentare la presa, a spogliarsi di inutili orpelli, a lasciar spazio a quell’Io spirituale capace di formare e condurre l’individuo verso gli abissi e le incertezze di un viaggio senza ritorno a cui tutti siamo destinati.

Un viaggio condiviso che tentiamo inutilmente di rimuovere o confinare in qualche abbaino della memoria, ma che nonostante tutto sentiamo incredibilmente vicino, perché è parte di noi fin dall’inizio. Jarmusch sembra ossessionato dall’idea della morte, intesa non come fine, ma come possibile rinascita, come nuovo traguardo dal quale ripartire. E’ interessante e suggestivo notare come solo un uomo vicino al trapasso sia in grado di percepire ed abbracciare l’infinita complessità del mondo. In una delle scene più toccanti e poetiche del film, Blake si distende in posizione fetale accanto al corpo senza vita di un giovane cerbiatto. Lo stringe a sé, come per proteggerlo e sottrarlo alle efferatezze di un mondo crudele privo di anima. Improvvisamente come in preda ad un richiamo si volta, rivolge lo sguardo verso l’alto e di colpo ecco apparire il grande assente della storia: il cielo. Per la prima volta Jarmusch ci rende partecipi dell’immensità dell’universo con cui (sembra suggerire) possiamo entrare in comunione solo adagiandoci a terra in posizione orizzontale, come dei morti. Anche se i veri morti viventi per il regista americano sembrano di casa altrove, magari all’interno di squallidi saloon o tra gli scompartimenti di un treno silenzioso, che prosegue indisturbato la sua marcia tra cavernosi e sperimentali fraseggi di chitarra e dissolvenze in nero.

Ci riferiamo al geniale incipit, un piccolo capolavoro nel capolavoro, che non sarebbe tale senza il sesto senso di Robby Müller per la luce e le ipnotiche improvvisazioni sonore di Neil Young. In assenza di personaggi femminili (fatta eccezione per Thel) la musica si erge a vera coprotagonista della storia, a portavoce di un’anima capace di elevarsi ad un grado più alto di conoscenza senza l’ausilio di un corpo ridotto a puro involucro esteriore. Basterebbe la sola visione di questo prologo muto, intervallato da un armonioso e vibrante dialogo tra suono e immagine per designare l’uomo dagli incipit perfetti a guida irrinunciabile per qualsiasi appassionato d’ arte, non solo di cinema.

Un cinema che in questo caso diventa un’amara e acuta riflessione sulla degenerazione di un Paese vittima delle sue contraddizioni, dei suoi conflitti, delle sue insolute disparità. Dal finestrino del treno, lo stralunato Depp, vede scorrere il volto deturpato di un’America intrisa di ipocrisia, superficialità e smania di conquista.  

“E’ preferibile non viaggiare con un morto”. Dead man si apre con una citazione di Henri Michaux, e suona come un sinistro ammonimento. Niente in contrario se questo ipotetico viaggio non potesse contare sulla presenza di una stramba combriccola che vanta la presenza di icone immortali come un Robert Mitchum alla sua ultima indimenticabile interpretazione, un Iggy Pop vestito da donna, un infido John Hurt e ancora Alfred Molina, Gabriel Byrne, Billy Bob Thornton. Senza dimenticare il magico terzetto Jarmusch, Depp, Young. Spiacenti, ma il viaggio ce lo concediamo eccome.


 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: