MOMMY, l’ombra della madre

di Marzia Procopio

Qual è, nella psiche profonda, la funzione del materno? Il sentimento di avere il diritto di essere nel mondo. Se il rapporto madre-bambino è intaccato da qualche squilibrio, se la madre è patologicamente troppo lontana o troppo vicina, il figlio cresce orfano di questo sentimento. La protagonista di Mommy, quinto lungometraggio di Xavier Dolan-Tadros vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2014, condensa in sé entrambe le figure patologiche, “madre-narcisistica” e “madre-coccodrillo” per dirla con Lacan, anche se in lei a prevalere è senz’altro la seconda, cioè la madre che autorizza e anzi elicita, induce nel figlio il desiderio della fusione e il sogno di un’appartenenza reciproca ed esclusiva. E se nel film d’esordio del regista, J’ai tué ma mère, il protagonista voleva liberarsi ossessivamente della madre, in Mommy si racconta l’opposto, cioè la ricerca morbosa della figura e dell’amore materni da parte del giovanissimo Steve.

Il ragazzo soffre di un disturbo da deficit attentivo e co-disturbo oppositivo ed è internato in un istituto di correzione: suo padre è morto e la madre Diane, detta significativamente “Die”, non si è sentita in grado di gestire da sola la situazione.

Quando Steve viene espulso, la donna, interpretata da una strepitosa Anne Dorval, è costretta a riportarlo a casa: comincia per lo spettatore il viaggio in un rapporto morboso esasperato dal contesto sociale, un sistema cioè che, come disse Dolan all’epoca della promozione del film, respinge le persone problematiche e con disturbi neurologici o psichiatrici, tanto più se esse cercano di vivere un sogno “progettato per altre persone”. L’amore fra i due è infatti indiscusso, ma la situazione oggettivamente complessa: la direttrice del centro di correzione avvisa Diane che “amarlo non vuol dire poterlo salvare” e la donna risponde sicura, quasi beffarda, che gli scettici dovranno ricredersi sul conto suo e del figlio.

Al loro incontro, Steve la saluta festoso ricoprendola di quei complimenti che fanno i bambini piccoli alle mamme, lei gli risponde in modo fortemente ambivalente: gli dice che è un principe, ma non gli lesina sarcasmo e parolacce cui il ragazzo replica con lo stesso linguaggio sopra le righe, salvo poi tornare entrambi a riconfermarsi la reciproca passione. Diane è una donna appariscente, caratterizzata da una femminilità esuberante: va al lavoro con scarpe altissime su gonne microscopiche suscitando invidia e riprovazione nelle altre donne, ha lunghe unghie laccate di colori sgargianti, trucco pesante e chewing-gum o una sigaretta sempre in bocca. Quando viene licenziata, il figlio le asciuga le lacrime e la rassicura, “siamo una squadra, imparerò a controllarmi, ti proteggo io”: un’assunzione di responsabilità innaturale, generata dalla mancanza della figura paterna di intermediazione e separazione simbolica.

Le scene più belle e luminose – la bellissima fotografia è di André Turpin – hanno sempre come protagonista Steve. Arrivati a casa, sistemate le sue cose, il ragazzo si sdraia sul letto della sua nuova stanza: la luce gialla del tramonto entra attraverso le tende inondando la camera e il suo volto, che ha le fattezze di Antoine-Olivier Pilon. Lo slow-motion accarezza Steve e i sogni che ci sembra di leggergli sul viso, che la cinepresa mostra in primissimo piano: tutto è oro e sembra promettere un futuro radioso, mentre il ragazzo guarda con amore la foto di suo padre, che il regista usa come specchio per rimandarcene, di nuovo, sguardo e sorriso: l’allegria “di naufragi” presaga di disperazione.

La parola più pronunciata dal giovane è “libertà”, in primis da un legame così incapace e impossibilitato a rispettare i confini dell’altro; forse è il ragazzo, contro le apparenze, a volersi sottrarre alla simbiosi mortifera del rapporto con la madre, che paradossalmente impedisce una reale comunicazione emotiva. Sembra possibile vedere il loro attaccamento “sano” quando arriva, nelle loro vite, l’enigmatica vicina Kyla (Suzanne Clément), che si offre di aiutarlo nei compiti e diventa un elemento di stabilizzazione e collante emotivi. Docente in anno sabbatico, ha una figlia e un marito da cui sembra tuttavia lontana, ed è subito incuriosita da quella coppia, madre e figlio, che vede litigare dalla finestra già di mattina presto: litigare è più caldo e vivo, la gentilezza può risultare gelida ai cuori difficili. Molto bella la scena in cui, dopo una cena, ballano in cucina sulle note di On ne change pas di Céline Dion: Kyla, così trattenuta e ordinaria, sembra il completamento e il rovesciamento di Die e di Steve, che si è truccato e ha le unghie laccate.

Una scena in particolare sancisce il commovente sodalizio fra i tre. Le due donne in bicicletta seguono Steve in skate sulle note di Wonderwall degli Oasis: i tre si sentono liberi di correre e di muoversi liberamente e il campo si allarga; il ragazzo “apre” con le sue mani il formato 1:1 – scelto da Dolan per rendere anche sul piano formale il sentimento di oppressione sociale e deprivazione psicologica dei personaggi – a vantaggio del tipico e più disteso 16:9. Per un po’, Diane, Steve e Kyla trovano un posto nel mondo delle persone normali, il permesso o la possibilità di essere liberi.

Ma la felicità, si sa, è scritta nel vento e sull’acqua: arriva una citazione in giudizio, Die chiude la porta dietro di sé e l’immagine torna opprimente. In una scena successiva, al karaoke dove stanno cenando, Steve dedica a Diane Vivo per lei di Andrea Bocelli, suscitando l’ilarità degli astanti e l’imbarazzo della madre, che si sente conto di quanto sia stonata una scelta così, non solo per il luogo in cui si trovano ma anche, soprattutto, per le implicazioni simboliche; di nuovo Dolan “chiude” con la cinepresa Steve – c’è spazio solo per lui e la sua rabbia – che fissa fremente intorno a sé, come da una giostra impazzita, le coppie litigiose, gli uomini violenti: l’estrema emotività della situazione è espressa anche dal montaggio serrato, curato dallo stesso regista.

La sera stessa, a casa, bacerà la madre sulla bocca: il loro codice è quello, il loro problema è la mancanza di confini. “Ci amiamo ancora io e te, vero?”, le dirà in seguito, “è la cosa che ci riesce meglio”. Lei gli risponde, con un’affermazione che è più una speranza che una constatazione – “La sola cosa che succederà è che io ti amerò sempre di più e tu mi amerai sempre meno.” – e non a caso, subito dopo, in una delle scene più belle del film, assistiamo alla laurea e al matrimonio di Steve: di nuovo le voci al montaggio alternano il grido libertà alle urla dei loro litigi dei tempi in cui erano disperati, le immagini compongono una giostra di colori e sorrisi in slow-motion.

Ma la fine è vicina: bisogna morire, per rinascere, e Diane si arrende per non essere esclusa, finché ha tempo, dalla felicità. A volte la strada diventa dura, ci avvisa la voce di Lana del Rey nella struggente scena finale: “born to die”, “die to be reborn” nel nome della libertà da un amore “molesto”.


 

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