Zombi, di George A. Romero (Dawn of the Dead, USA/Italia 1978)

di Fabrizio Spurio

Quando i morti del consumismo camminano sulla Terra, allora bisogna smettere di uccidere.

A dieci anni di distanza da La notte dei morti viventi Romero torna sugli schermi di tutto il mondo con il suo secondo film-capolavoro, Zombi (Dawn of the Dead), un film corale, la sua pellicola più ambiziosa dal punto di vista artistico.

Il mondo è ormai piagato dall’epidemia dei morti viventi. Gli zombi camminano sulla Terra, e l’uomo sta lentamente diventando una minoranza.

Il film ci getta nel caos già dall’inizio, con le immagini di uno studio televisivo in preda alla confusione (in un cameo appare lo stesso Romero nei panni del regista della trasmissione). L’anarchia sta prendendo il sopravvento, e quello che dovrebbe essere un semplice dibattito televisivo diventa lo specchio della realtà impazzita all’esterno di quelle mura. Stephen (David Emge) decide di lasciare tutto insieme alla sua fidanzata Francine (Gaylen Ross) e di fuggire con un elicottero, insieme ai due soldati della SWAT Roger (Scott H. Reiniger) e Peter (Ken Foree). A causa della scarsezza di carburante decidono di atterrare sul tetto di un centro commerciale (nella realtà il Monroewille Mall, di Monroewille, Pennsylvania) e barricarsi all’interno del centro per poter resistere all’invasione dei morti viventi.

Il centro commerciale, da semplice location, diventa ben presto il vero protagonista, fulcro della pellicola. Romero mette in atto una feroce critica della società americana. I quattro protagonisti si barricano all’interno del centro commerciale, ripulendolo dalla presenza degli zombi, trasformandolo nella loro roccaforte. La presenza quasi illimitata di merci a loro disposizione li convince a rimanere lì. Un universo chiuso ed autosufficiente nel quale cercano di ritrovare una parvenza di normalità, un ritorno ad una quotidianità che è solo di facciata. Questo crea un equilibrio tra i personaggi, nei quali non si trova traccia di ostilità reciproca, ma al contrario una collaborazione che li porta ad una quiete esistenziale, difficile da creare nella situazione limite in cui l’umanità è precipitata. Proprio la disponibilità di beni frena qualunque genere di competizione intestina per la supremazia. Ma la libertà conquistata è una falsa realtà. Di fatto i quattro sono prigionieri delle mura del Mall, mentre gli zombi, all’esterno dell’immenso parcheggio, aumentano, attirati dalla “merce” che si trova all’interno.

Questo diventano i quattro personaggi: parte della merce esposta, un bene di consumo, agognato oltre le vetrine. Gli zombi riflettono l’istinto che avevano da vivi, il desiderio smodato di possedere e soddisfare il proprio impulso all’accumulo di merce. E guardano con brama a quella carne “da consumare” che si mostra all’interno dei negozi. Il Mall vuole queste creature, sono il motivo della sua esistenza. Vuole essere un luogo desiderato, frequentato. Sembra che il suo volere penetri nelle menti dei protagonisti, cercando di possederle. Stephen e Roger cederanno a questa lusinga, a questa tentazione. Il Mall diventa per loro un territorio da proteggere, un reame del quale si sentono responsabili e padroni incontrastati. La troppa fiducia in questa logica porterà Roger a commettere un errore fatale. Nella sua follia di onnipotenza arriverà a sottovalutare il pericolo rappresentato dagli zombi, e sarà da loro morso, decretando così il suo arruolamento nelle fila dei non morti. Sarà Peter, suo collega e commilitone, a dover porre fine alla nuova esistenza innaturale di Roger.

Un atto di pietà sofferto, che travolge tutti i protagonisti. Nel film i sentimenti sono generalmente annullati, sia gli uomini che gli zombi sono declassati ad oggetti. Un esempio è la sequenza iniziale dell’assedio del corpo militare della SWAT in un palazzo dove un gruppo di portoricani rifiuta di consegnare i propri morti (viventi) alle autorità. I militari penetrano con violenza nell’edifico, con cariche di lacrimogeni, armati di mitra e fucili. In una scena un militare, accecato dall’odio razziale, fa fuoco indistintamente su zombi e civili.

Quindi i quattro protagonisti si elevano, in un certo senso, da questa deriva morale. Roger, una volta ucciso da Peter, riceverà le esequie del gruppo e sarà sepolto in una delle aiuole del centro commerciale. Un rispetto della vita, e della morte, che sembra ormai perduto nella società che si è venuta a creare. L’esercito, insieme a numerosi civili/volontari, si unirà in grossi gruppi da caccia, dove lo sport nazionale sembra essere diventato quello del tiro a bersaglio contro i morti. Gli zombi non sono più persone che hanno diritto ad una degna sepoltura, ma corpi/oggetto per il divertimento dei cacciatori: vince chi ne “butta giù di più”!

Anche la figura di Francine è delineata con carattere all’interno della dinamica del gruppo dei protagonisti. Donna incinta sull’orlo dell’apocalisse, non vuole la pietà dei suoi compagni di sventura, anzi decide di essere parte attiva del gruppo, pretendendo anche di voler usare un fucile e imparare a pilotare l’elicottero, perché “non si sa mai cosa può succedere”. Una ragazza determinata e saggia, come lo è Peter, il protagonista di colore come lo era stato Ben nel precedente capitolo della saga. Ma a differenza di quest’ultimo Peter risulta essere un uomo molto più lucido nelle sue scelte e nelle azioni che ne derivano. Lui calcola quello che potrebbe succedere esaminando le vicende che gli accadono intorno. E questo fa la differenza tra lui e gli altri due uomini. Lui sembra essere immune alle lusinghe del Mall, anche se la sua stabilità vacilla in alcune scene, come quella in cui, trovate le casse dei negozi, prende i soldi insieme a Stephen, perché “non si sa mai”.

Ma in un mondo senza alcuna regola anche il denaro ha perso il suo motivo d’essere. In un mondo dove ciò che serve si prende con la violenza, non c’è più posto per i burocrati. Esemplare in questo senso la sequenza dell’assedio dei biker che penetrano nel Mall per razziarlo. È questa la scena in cui Stephen perde l’autocontrollo, facendo così la volontà del Mall. Alla vista dell’esercito dei biker, che devastano quello che lui e gli altri avevano conquistato a fatica, la rabbia, la collera e la paura di essere privato di quel “regno” così duramente conquistato, il senso di prudenza e il giudizio crollano. Stephen vuole difendere e punire il suo territorio da quei predoni, e comincia una guerra, impari per numero, con i ladri. Questa scelta lo porterà al disastro gettandolo tra le fauci degli zombi. Del resto anche lui e gli altri tre avevano preso possesso del Mall con una sorta di azione predatoria, in quanto il centro commerciale non era certo di loro proprietà.

La perdita dei sentimenti dell’uomo è sottolineata dalla violenza grafica messa in campo da Romero, in collaborazione con il mago degli effetti speciali Tom Savini. Savini, ex reporter di guerra, crea degli effetti realistici e disturbanti, sottolineati però quasi a contrasto, dall’uso di un sangue dal colore esageratamente rosso vivo. Quasi vernice che vuole trasformare il corpo martoriato in una sorta di scultura, un’opera d’arte per celebrare la trasformazione dell’uomo in oggetto.

Una serie di sculture splatter che solo la Morte, ormai unica padrona del mondo, può ammirare e capire. Un’opera d’arte che celebra la vacuità dell’animo umano e la vittoria dell’istinto bestiale.

Alla produzione del film ha partecipato attivamente Dario Argento, già in fase di sceneggiatura. Amico di Romero, lo ha aiutato a trovare i fondi per poter girare la sua ambiziosa pellicola. Argento ha anche curato la distribuzione internazionale dell’opera, apportando anche alcune sostanziali modifiche alla pellicola: ne ha rimontato molte scene, accorciando il film (che comunque dura quasi due ore) e sostituendo la colonna sonora scelta da Romero, una musica di stile più classico orchestrale, con i suoni elettronici e ‘progressive’ dei Goblin. In definitiva ha creato una versione del film più dinamica, e forse anche un po’ più audace sul piano estetico. Romero ha spesso ammesso il valore del taglio dato da Argento al suo film.

Una pellicola disperata che suggerisce allo spettatore un finale di speranza, ma non un facile happy end. È vero che Francine e Peter si salvano fuggendo con l’elicottero dal Mall ormai invaso dagli zombi, ma la benzina nel serbatoio dell’elicottero è scarsa, e non c’è una destinazione sicura dove approdare. La decisione finale è aperta, e lasciata al pubblico.

Gli zombi sono ovunque perché, come dice Peter in una scena del film, “Quando non c’è più posto all’inferno i morti camminano sulla Terra!”


 

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