Chiamatemi Vittorio: vent’anni senza Gassman

di Marzia Procopio

Confrontarsi con Vittorio Gassman è come attraversare una camera fatta di specchi, perché la sua prolifica attività di attore, regista, scrittore e la quantità di informazioni sulla vita e le opere rendono difficile la costruzione di un profilo rispettoso e veridico di una personalità così enorme. Tutto in lui era esagerato: la bellezza, la bravura, i conflitti interiori. La malattia, anche: una sindrome bipolare di cui l’istrionico attore e regista parlava con sorprendente serenità e che deve aver reso tanto gravoso l’uomo quanto eccezionale l’artista.

Le sue scelte attoriali e registiche, la visione rigorosa e acuta del lavoro, l’attività di studioso e scrittore ne fanno una figura centrale del teatro e del cinema di tutti i tempi: un talento che teneva sempre accanto a sé il complesso dell’impostore, quello che appartiene sempre agli uomini di genio e mai ai mediocri.

La sua ‘valigia dell’attore’ era piena di contraddizioni: a teatro sperimentò molto, sempre tuttavia restando all’interno della tradizione – Eschilo, Euripide, Shakespeare, Pirandello, Pasolini; «principe dell’autobluff» come si definì lui stesso in diverse occasioni, più raccontava di sé, più in realtà si nascondeva: campione della preterizione, vincitore eternamente insoddisfatto, come se mancasse sempre qualcosa alla perfezione, in un’intervista disse a Biagi che si riconosceva come qualità la ‘tigna’ (parola che a Roma indica la caparbietà) tipica della loro generazione. In apparenza arrogante e superbo ma, a detta di sua figlia Paola, di «carattere chiuso e introverso», Gassman si costruì una fama da antipatico solo in parte superata, col tempo, da un metodico esercizio di autoironia: un autoritratto che quanto più dice tanto più appare sfuggente, in un continuo slittamento di ruoli – dall’uomo all’attore e viceversa – e nel rovesciamento costante di diversi umori l’uno nell’altro.

Nacque a Struppa, in provincia di Genova il 1° settembre del 1922, in una famiglia borghese dell’Italia fascista: il padre Heinrich, ingegnere tedesco, era il principale punto di riferimento, soprattutto per il secondogenito Vittorio, col quale aveva un rapporto esclusivo e complice. In Edipo re racconta la sua vita, così lo descrive: “Mio padre era un gigante: alto un metro e novanta, pesava centodieci chili. […] Fu il primo e più folgorante personaggio che io incontrai. […] Le mie inclinazioni stesse promanavano da lui, erano delle gioiose obbedienze…”. Quando, nel 1936, Heinrich morì: “…la sua scomparsa mi fulminò e mi sbloccò insieme […] Fu violenta e spettacolare, come ogni cosa che egli era e faceva. Fu decisiva per tutti noi”. La madre, Luisa, uscita dall’angolo in cui la forte personalità del marito l’aveva sacrificata, iniziò a lavorare e divenne determinante per il futuro di Vittorio perché, grande appassionata di teatro, lo spinse a tentare nel 1941 l’audizione per entrare all’Accademia nazionale d’arte drammatica fondata nel 1935 dal critico teatrale Silvio d’Amico. A tre anni, raccontava Luisa, Vittorio “aveva imparato a memoria una lunga poesia, che faceva parte del programma della sorella Mary, alunna delle elementari, ascoltandola non più di due o tre volte da lei che la ripeteva ad alta voce. Lo sa il cielo come Toto fosse riuscito ad impararla”.

Vittorio Gassman con la madre al seggio elettorale
(25.05.1958)

A Roma, dove la famiglia si era trasferita quasi subito, Gassman frequentò il prestigioso liceo classico intitolato a Torquato Tasso, interessandosi inizialmente alla poesia. Praticò da subito, come il padre, molti sport; arrivò alla serie A e alla nazionale di pallacanestro e da lì apprese la grande disciplina che poi caratterizzò il suo lavoro di attore e regista. In una lettera del 1942 al suo amico Adolfo Celi, paragonando il teatro alla pallacanestro per lo spirito agonistico che lo animava in entrambi i campi, ebbe una sorta di premonizione: «Credo così, caro Adolfo, che ci sia in me […] la promessa di un futuro “mattatore”; troppe volte mi sorprendo a cercare un successo personale con azzardosi tiri da lontano, che sacrificano il corale amalgama della squadra. Domani, forse, quella palla tentatrice nelle mani porterà scritto Amleto o Peer Gynt».

Nell’ottobre del 1941 entrò all’Accademia, dopo aver curiosamente rischiato di non farcela a causa del suo metro e novantuno; qui strinse amicizia con un gruppo che annoverava, oltre ai compagni di liceo Luigi Squarzina e Carlo Mazzarella, Adolfo Celi e Luciano Salce. Imitazioni e scenette, esperimenti letterari e discussioni sul senso e le possibilità della professione d’attore: quasi una scuola nella scuola, determinante per le successive carriere di questi giovani attori accomunati dalla volontà di fare un teatro di rottura, impegnato sul doppio fronte culturale e civile.

Con Luciano Salce

In quegli anni si legò sentimentalmente alla compagna di corso Nora Ricci, che gli procurò il suo primo ruolo da protagonista ne La nemica di Dario Niccodemi; costretto dal regolamento, che non permetteva impegni professionali contemporanei agli studi d’attore, lasciò l’Accademia prima del diploma. Il debutto era previsto a Milano una settimana dopo, lui imparò la parte in una sola notte, durante il viaggio in treno. Il 29 giugno 1945 nacque dalla relazione con Nora la prima figlia, Paola, di cui Vittorio parlava nelle interviste come di un irrinunciabile punto di riferimento affettivo. «Asserragliato fra adesioni e proposte», nel 1946 Gassman recitò nella compagnia di ex allievi dell’Accademia diretta da Orazio Costa (maestro di tanti registi, il solo riconosciuto come tale da Andrea Camilleri) in Rebecca, ricevendo una delle rare stroncature della sua carriera. Anni dopo, in una celebre intervista rilasciata a Enzo Biagi, dichiarò che nessun attore che non abbia collezionato un certo numero di insuccessi, che non abbia rischiato e perso, può essere completo. Anche la prima regia, il Peer Gynt di Ibsen, fu un insuccesso, ma gli fu utile per precisare la propria idea della funzione del regista, che per Gassman era solo un mediatore tra il drammaturgo e l’attore; forse proprio per questo motivo, nella sua pur lunga e luminosa carriera, collaborò poco con registi, come Visconti e Strehler, che riconoscevano invece alla regia un ruolo predominante nella messinscena. In quegli anni interpretò, tra gli altri, Casanova, il Kowalski di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, e fu protagonista dell’Oreste di Vittorio Alfieri per Visconti, che fu per lui «un trionfo personale».

Vittorio Gassman e Luchino Visconti conversano durante l’intervallo di uno spettacolo teatrale

Iniziò a lavorare nel cinema attratto dalle maggiori opportunità economiche che esso offriva, sempre alternando film al teatro classico: nelle Baccanti al Teatro Greco di Siracusa fu un Dioniso, disse Silvio d’Amico, “bello, come un bel dio”, e riempì da solo, con la sua presenza, l’immenso spazio scenico; ne I Persiani di Eschilo fu acclamato per la sua interpretazione del lungo monologo del Messo.

I Persiani

Nel 1952 fonda con Luigi Squarzina il “Teatro D’Arte Italiano”: dal loro Amleto di Shakespeare, uno straordinario successo, nacque il fenomeno della ‘gassmanìa’, che tradiva però il fine ultimo della compagnia, cioè un teatro impegnato che escludesse ogni divismo, come negli insegnamenti di Silvio d’Amico. Finita l’esperienza del Teatro italiano, i due amici tornarono a lavorare insieme nel 1954 per la messinscena del Prometeo incatenato di Eschilo, al Teatro greco di Siracusa.

Prometeo incatenato

Con la “Compagnia Gassman”, fondata nel 1955 per promuovere un teatro culturalmente impegnato ma capace di raggiungere un pubblico il più vasto possibile, mise in scena Kean di Dumas padre nell’adattamento di Sartre, storia di un attore britannico del primo Ottocento, colto, carismatico, acclamato come un divo ma anche violento e spesso volgare: un antieroe, il primo dei tanti, la cui storia divenne anche un film da lui diretto nel 1957.

In Kean, genio e sregolatezza (1957) con Eleonora Rossi Drago

Fu però il programma televisivo Il Mattatore che lo fece conoscere e amare, nel 1959, dal grande pubblico: dieci puntate in cui Gassman ripercorse, tra autoironia e auto-celebrazione, la storia della parola e della figura del ‘mattatore’ nei diversi ambiti della cultura, e i momenti salienti della propria carriera. Il mattatore «pone se stesso al centro dello spettacolo […] forte insieme dei suoi meriti e della sua prepotenza», figura forse eccessiva ma preferibile a quella di attori “educati” ma privi di fascino. Nello stesso 1959 fu girato l’omonimo film di Risi, che aveva una trama autonoma, in cui interpretava un simpatico truffatore.

Il Mattatore, puntata del 15 aprile 1959

L’affermazione al cinema era arrivata nel 1958: Monicelli lo aveva scelto per la parte del pugile Peppe ne I soliti ignoti dove, truccato perché somigliasse a un popolano, interpretava il capo sbruffone e simpatico di una banda di ladri pasticcioni, rivelando anche al grande pubblico la sua vena umoristica. Vinse il primo Nastro d’Argento, e, abbandonati i vecchi pregiudizi nei confronti del cinema, iniziò il suo percorso da protagonista della commedia all’italiana.

Nel 1959 La grande guerra di Monicelli: realizzato tra grandi polemiche, il film vinse il Leone d’oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia insieme a Il Generale della Rovere di Roberto Rossellini, il regista che Gassman amava di più. L’attore disse, a proposito dei due protagonisti, il soldato milanese Giovanni Busacca e il suo compagno di sventure Oreste Jacovacci, che erano «un tandem di vigliacconi patetici, obbligati dalle circostanze a trasformarsi in eroi». Ingaggiando una gara con Sordi, Gassman creò un personaggio in fieri, un egoista privo di morale che si riscatta con l’esperienza umana del fronte.

Quelli furono anche gli anni del “Teatro popolare italiano”, che prevedeva un prezzo d’entrata accessibile e la costruzione di un teatro-circo da tremila posti, poi rivelatasi di difficile realizzazione; in un normale tendone da circo adattato per l’occasione, il 3 marzo del 1960 a Villa Borghese a Roma si svolse una memorabile messa in scena dell’Adelchi di Alessandro Manzoni, testo ritenuto fino a quel momento irrappresentabile per la sua lontananza dallo spirito dei tempi, e che invece Gassman allestì grandiosamente, con tanto di cavalli in scena: trecentomila spettatori in quattro mesi.

In Adelchi, Roma, 3 marzo 1960 (Photo by Mondadori via Getty Images)
Con Maria Callas dopo l’Adelchi a Roma

Chiusa quell’avventura, altro cinema: Crimen (1960) di Mario Camerini con Sordi e Manfredi, Il giudizio universale di Vittorio De Sica e Una vita difficile di Risi, entrambi del 1961 ed entrambi in ruoli minori; nel 1962 Anima nera di Rossellini – uno dei suoi «registi preferiti […] forse nel peggior prodotto della sua filmografia» – e soprattutto Il sorpasso di Risi. Gassman vi ottenne trionfali riconoscimenti nel ruolo del quarantenne spaccone Bruno Cortona che, nella Roma afosa e deserta di Ferragosto, coinvolge il tranquillo studente interpretato da Jean-Louis Trintignant in una fuga su una moderna Lancia Aurelia bianca: co-sceneggiato con Ettore Scola e Ruggero Maccari, su soggetto iniziale del “cervello di Sordi” Rodolfo Sonego, il film fotografava l’Italia del boom economico ed ebbe un’eco internazionale, diventando il modello dichiarato di Easy Rider di Dennis Hopper nel 1969.  

‘Il Sorpasso’

Un nuovo grande successo cinematografico arrivò nel 1966 con L’armata Brancaleone di Monicelli. Gassman vi interpretava il miles gloriosus Brancaleone da Norcia, capitano vanaglorioso e codardo di una scombinata compagnia di ventura dell’Italia medioevale divenuta tanto celebre che ancora oggi l’espressione indica, per antonomasia, gruppi di persone tanto volenterose quanto mal assortite e organizzate. Indimenticabile nel 1974 fu il suo ufficiale cieco in Profumo di donna di Dino Risi, con cui vinse il Nastro d’argento a Taormina, il David di Donatello e la Grolla d’oro. In C’eravamo tanto amati di Scola, nello stesso anno, Gassman interpreta Gianni, il solo dei tre amici ed ex partigiani che ha ottenuto ricchezza e successo perdendo però gli ideali della gioventù. Nel 1977 fu ne I nuovi mostri di Monicelli, Risi e Scola, nel 1978-79 recitò per Robert Altman, poi per Sergio Citti, Risi e di nuovo Scola ne La terrazza. Il 1980 fu l’anno della “Bottega teatrale” di Firenze, che diresse fino al 1989.

Non si sentì mai capace di capire né l’amore né i figli, eppure ne ebbe uno da ogni donna importante della sua vita, quattro in tutto, e adottò Emanuele Salce, il figlio di Luciano Salce e Diletta D’Andrea, che aveva preso ad amare mentre lei si separava dall’amico di giovinezza. Sul tema aveva diretto e interpretato Affabulazione di Pasolini, e per anni aveva fatto riprendere a intervalli di tempo regolari il figlio Alessandro, nato nel 1965 dall’unione con Juliette Mayniel: ne nacque nel 1982 un film autobiografico, Di padre in figlio, firmato da entrambi. A Jacopo, figlio suo e di Diletta, Gassman dedicò questi versi: “Jacopo/ testina rasa/ voce roca di stupori:/sono io, non stupirti,/ il tuo fievole padre/che ti ama e ti carezza/i tuoi corti capelli,/la gola morbida /da cui si scioglie il suono invincibile dell’infanzia”. Amava la poesia, e ovviamente diceva di non essere un poeta.

Scriveva per combattere una depressione che accompagnò tutta la sua età matura; nel 1981 ripercorse carriera e vicende sentimentali in Un grande avvenire dietro le spalle, poi nel 1990 Memorie del sottoscala, un trionfo di autoironia, e molte raccolte poetiche. Continuò con i film internazionali (Alain Resnais, André Delvaux e Krzysztof Zanussi), il teatro, gli sceneggiati RAI delle sue opere teatrali e i recital poetici per tutti gli anni ’80. Nel 1987 fu protagonista, nei due ruoli del nonno e del nipote Carlo, de La famiglia di Ettore Scola, insieme a Monicelli e Risi il regista con cui Gassman diede le sue prove attoriali migliori, perché gli lasciava una totale libertà creativa e accettava ben volentieri la sua collaborazione.

Con Stefania Sandrelli ne La famiglia di Ettore Scola

Nel 1992 portò in scena Ulisse e la balena bianca, uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da lui. La ‘prima’ fu il 4 luglio nel porto di Genova: impianto scenico di Renzo Piano, musiche di Nicola Piovani, il testo mescolava Melville, Alfred Tennyson e Dante. Ismaele era Alessandro Gassman, Vittorio era Achab, quasi «un passaggio generazionale». Fu un grande successo di pubblico – a Roma fu allestito negli storici studi di Cinecittà – in cui si condensarono la componente titanica e di sfida fisica, il gusto per il florilegio poetico e l’incessante ricerca di eccellenza. Pensato come ultimo lavoro, fu seguito invece da nuovi impegni teatrali, cinematografici e televisivi. Renderne conto rischia di ridurre la vita di quest’uomo curioso, colto, tormentato, a un lungo elenco; piace qui ricordare Significar per verba, recital poetico al Teatro Argentina nel 1993, e il doppiaggio di Mufasa nella versione italiana de Il re leone della Disney nel 1994, che lo iscrive nella memoria emotiva di tutte le generazioni future. Appassionato dantista, polemista sfrontato – uno che arrivava alle prove vestito di viola, colore proibito a teatro, per sfidare i colleghi, indimenticabile nella tenzone con Carmelo Bene nel corso di un seminario dell’Università “La Sapienza” al Teatro Argentina nel 1984, avvicinatosi alla fede e alle Scritture tramite Diletta D’Andrea, negli ultimi anni della sua vita ricevette una laurea honoris causa in Sociologia dall’Università di Urbino e numerosi altri riconoscimenti a celebrazione di una carriera già ricca, fino al Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 1996.

Nel 1989, in un’intervista intima e a tratti malinconica rilasciata a Corrado Augias, il grandissimo attore aveva lasciato al mondo le sue disposizioni: “La mia epigrafe, se è questo che mi chiede, è già scritta. Sulla lapide si leggerà: Vittorio Gassman, fu attore. Poi una piccola chiosa, giù in fondo quasi illeggibile: Non fu mai impallato. È un termine tecnico cinematografico: è impallato ciò che si nasconde alla macchina da presa. Io mi sono sempre fatto vedere, mi sono esposto e, a teatro, credo addirittura d’aver avuto un certo coraggio, che per me, date le premesse, è il massimo”. Questa epigrafe suggella, all’ombra dei cipressi del Cimitero monumentale del Verano, la tomba semplicissima in cui riposa ancora oggi Vittorio Gassman, morto a Roma il 29 giugno del 2000 di una malattia chiamata Vita.

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