Fantozzi, di Luciano Salce (1975)

di Bruno Ciccaglione

Dopo aver cambiato la vita e la carriera di Ugo Tognazzi, affidandogli il ruolo del protagonista di Il Federale, chiamato in extremis a risolvere un progetto avviato ma che pareva in un vicolo cieco, Luciano Salce cambierà la vita e la carriera anche di Paolo Villaggio, legandolo per sempre all’esilarante personaggio del ragionier Ugo Fantozzi, su cui si svilupperà una saga memorabile.

Realizzato sull’onda del clamoroso successo dei libri scritti da Villaggio – Fantozzi (libro che compie quest’anno 50 anni!) e Il secondo tragico libro di Fantozzi (entrambi superarono il milione di copie vendute) – il primo Fantozzi cinematografico è diventato negli anni un vero classico del cinema italiano, amato da almeno 3 generazioni. Non casualmente, solo il successivo Il secondo tragico Fantozzi, anch’esso diretto da Salce, della lunghissima serie di film che riguardano il personaggio (film di volta in volta diretti prima da Neri Parenti e infine da Villaggio stesso), ha davvero la freschezza e la forza del primo.

Originato dalle progressive rielaborazioni dell’esperienza come dipendente di una grande azienda di impiantista di Genova, Fantozzi era solo uno dei personaggi che avevano reso famoso e popolare Paolo Villaggio, grazie alla dirompente rottura delle convenzioni televisione dell’Italia conformista degli anni sessanta. Dopo il clamoroso successo del libro nel 1971, poi, Villaggio – che sia negli spettacoli che nel libro di racconti assumeva il ruolo del narratore terzo, con tutto quel lessico funambolico e un po’ cinico che entrerà nei film come “voce fuori campo” – con il film diventa e sarà per sempre Fantozzi.

Villaggio si trova dunque a interpretare – oltre al ruolo di autore del soggetto e della sceneggiatura – sia il personaggio “infimo borghese” goffo e perdente per eccellenza, che quello del narratore che col suo tono da telecronaca sportiva ne racconta le gesta. Nonostante il fatto che per creare maggiore attenzione pubblicitaria, sia stata messa in circolazione la notizia che a interpretare Fantozzi stesse per essere scelto Tognazzi, la scelta di Villaggio come interprete del Ragionier Ugo non fu mai oggetto di discussione.

Il film dunque mette in scena i racconti comici del libro, che sono una serie di rocambolesche e “tragiche” avventure di umiliazione, sogni di riscatto sempre frustrati e grigia vita quotidiana di un personaggio che sembra uscito dalla penna di Gogol (così si espresse, addirittura, il grande poeta Evtuschenko a proposito dei libri di Villaggio), nell’Italia in tumulto degli anni ’70. È questa riconoscibilità del contesto, assieme però a quanto di astrattamente “senza tempo” noi vediamo nelle vite di questi piccoli ingranaggi di un mostruoso sistema burocratico, che ci fa inevitabilmente identificare, mentre lo deridiamo, con Fantozzi. Fantozzi siamo tutti noi, pur nella nostra illusione di essere scampati alle più umilianti delle sue vicissitudini.

Nella realizzazione del film Salce ebbe un ruolo straordinario, intanto perché portò con sé una piccola truppa di caratteristi eccezionali, che avevano già lavorato con lui (ad esempio in Basta guardarla). Poi perché dall’alto della sua grande intelligenza e sensibilità seppe delineare alcuni tratti fondamentali della messa in scena: la fotografia (affidata al fido Erico Menczer), che volle priva di ombre e chiaroscuri, come un fumetto o un cartone animato, con colori netti; un lavoro sul set meticoloso e preciso che poi conduceva ad un montaggio spedito e quasi “ovvio”; una grande capacità di scegliere e dirigere gli attori. È noto ad esempio che fu Salce, nel corso del provino di Anna Mazzamauro per il ruolo della moglie di Fantozzi, scartandola perché “troppo bella”, ad avere però l’intuizione di affidarle il ruolo della Signorina Silvani, per cui l’attrice vinse il Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista.

Anna Mazzamauro, la Signorina Silvani

Diversamente da Villaggio, Salce oltre che un regista era un attore con una preparazione solida (aveva fatto l’Accademia d’arte drammatica insieme a Vittorio Gassmann, Adolfo Celi, Paolo Panelli…) e una precoce esperienza internazionale (gli anni in Brasile come regista teatrale con Celi, anni in cui aveva esordito nella regia internazionale). Il suo talento comico era ben noto (memorabile il lavoro con I tre gobbi, il trio di cabaret con Franca Valeri e Vittorio Caprioli). Villaggio ricordava il modo sempre discreto e intelligente di dirigerlo, magari avvicinandolo sottovoce sul set, dicendo “Ti do un consiglio, prendilo per quello che è…”, ma in realtà spesso offrendo la chiave giusta al suo protagonista.

La famiglia Fantozzi al completo, pronta per il veglione di capodanno

L’approccio palesemente surreale con cui Salce e Villaggio scelgono di caratterizzare, ancor più che nei racconti, il Fantozzi cinematografico, pone il film nettamente al di fuori degli stilemi tipici della commedia all’italiana e non casualmente il punto di riferimento sono i disegni animati (Gatto Silvestro e Willy Coyote su tutti), tanto che Fantozzi, nonostante le incredibili vicissitudini che gli succedono, come fosse di gomma o come un cartone animato, ritorna imperterrito e illeso nelle scene successive sempre uguale a sé stesso. Un tratto, questo, che ancora oggi rende, con grande sorpresa dei genitori contemporanei, Fantozzi amatissimo dai bambini.

Forse questo film, per tanti aspetti così diverso nel panorama italiano, fu possibile proprio grazie alla storia da non allineati dei due artefici principali del film, Villaggio e Salce. Tentando di ragionare sull’origine del clamoroso successo del film, Salce dirà che il successo di Fantozzi gli pareva legato al fatto che Villaggio non fosse un “vero attore”. Ma nel dire questo non intendeva affatto sminuire il valore del lavoro di Villaggio. Al contrario, come fanno solo gli uomini di grande acume, proprio da attore “vero”, si coglieva una certa ammirazione in questa affermazione, come se Salce vedesse nel suo “complice” qualcosa che a lui, come attore ortodosso, mancava. Questa non convenzionalità dell’interpretazione di Villaggio consentiva un più credibile distacco da ogni elemento realistico del racconto e quindi una efficacia ancor più universale del film. Allo stesso tempo, che a dirigere Fantozzi fosse il meno italiano dei registi italiani, diede al film una solidità anche formale che, benché per nulla apprezzata allora, ha garantito al film una forza che resta intatta.

Luciano Salce

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