La belva dell’autostrada, di Ida Lupino (The Hitch-Hiker, USA/1953)

di Laura Pozzi

Primo noir scritto diretto e prodotto da una donna nella Hollywood dei machissimi anni ’50, La belva dell’autostrada (titolo originale The Hitch-Hiker, omaggiato trentatrè anni dopo da Robert Harmon) riassume al meglio la vulcanica e versatile personalità di Ida Lupino. Spirito indomito, temperamento ardente, ribelle a schemi e convenzioni, l’attrice angloamericana nata a Londra nel 1918 da genitori di antichissime origini italiane esordisce al cinema a soli quattordici anni con Altalena d’amore (1932) di Allan Dwan. Vezzeggiata e messa sotto contratto dai colossi Paramount e Warner Bros, con cui gira film non particolarmente memorabili (eccezion fatta per alcuni fra i quali Sogno di prigioniero di Henry Hathaway, 1935), intraprende la strada del noir grazie a Raoul Walsh che la scrittura per Strada Maestra (1940) e Una pallottola per Roy (1941) al fianco di un imponente Humphrey Bogart, messo più volte alle corde dalla sua carismatica e palpitante interpretazione. Autodefinatasi la Bette Davis dei poveri per via di ruoli moralmente discutibili spesso in contrasto con l’apparente integrità delle grandi dive del momento, trova occasione di emanciparsi da quel ghetto dorato quando il regista Elmert Clifton colpito da un attacco cardiaco le affida le riprese del film Non abbandonarmi (1949). In seguito, con la complicità e collaborazione dell’ex marito Collier Young fonda la The Filmakers, casa di produzione a basso budget poco incline a celebrare i fasti del perbenismo statunitense, ma tenacemente determinata a scavare nel fondo di tematiche ardite e disturbanti quali stupri, gravidanze indesiderate, abusi familiari, puntando su volti sconosciuti.

Dopo un fecondo apprendistato come sceneggiatrice compie il grande salto dietro la macchina da presa sperimentando un nuovo linguaggio cinematografico meno muscolare, ma assai tonico, fra noir e melodramma. Nel 1953 gira La belva dell’autostrada, assolato incubo notturno reso impalpabile dalla splendida e ipnotica fotografia di Nicholas Musuraca. “Questa è la storia di un uomo, di una pistola e di un’automobile. L’automobile poteva essere la vostra o di una giovane coppia. Quello che vedrete nei prossimi 70 minuti… poteva accadere anche a voi”. Un inizio carico di tensione, enfatizzato da un confidenziale quanto minaccioso presagio, conduce lo spettatore sul ciglio di una strada dove un’oscura presenza senza volto sta cercando un passaggio. Un autostop letale per due sfortunati automobilisti finiti nel mirino mortale di Emmett Myers (William Talmen) pericoloso e sanguinario psicopatico ricercato in tutti gli States. La scena si ripete per tre volte con lo stesso modus operandi fino ad incrociare la deviazione fatale di Roy Collins (Edmond O’Brien) e Gilbert Bowen (Frank Lovejoy) due amici in libera uscita diretti a San Felipe per una battuta di pesca. Un viaggio di puro svago e divertimento si trasforma ben presto in un tranquillo week end di paura, dove a sopravvivere sarà il più scaltro e probabilmente il primo a premere il grilletto. Il film nasce dall’impellente necessità dei due coniugi di realizzare un documentario su Billy Cook, feroce pluriomicida autore di una raccapricciante strage familiare. Durante la fuga verso il Messico prende in ostaggio due cacciatori con l’intento di liberarsene una volta varcato il confine, ma dopo un lungo inseguimento viene arrestato e condannato alla camera a gas nel 1952.

La Lupino, seppur animata dalle migliori intenzioni e spalleggiata dal suo irresistibile savoir-faire, è costretta però a rivedere i piani per non intercorrere in controversie produttive. Il documentario si trasforma quindi in finzione, le vittime si riducono a tre e il protagonista cambia nome in Myers. L’incipit è dirompente, in pochi minuti la regista si serve del fuoricampo per costruire immagini di eccezionale inquietudine narrativa, posizionando la macchina da presa verso il basso ad altezza-scarpe, per poi rimodularla verso l’alto fino a scorgere il volto del pericoloso omicida che dopo aver accettato il passaggio dei due sprovveduti riemerge dal sedile posteriore dell’abitacolo come un perfetto signore delle tenebre. Uno svelamento quasi horror, reso più angoscioso dalla sua peculiarità fisica: un occhio destro che a causa di una malformazione palpebrale non si chiude mai. La Lupino si serve del noir, un genere spesso indefinito e di difficile collocazione, per sperimentare personalissime e audaci varianti sugli stilemi del genere decontestualizzandolo poi su territori inesplorati. Gran parte dell’azione si svolge in pieno giorno sotto una luce accecante, quasi opprimente nel cristallizzare il paesaggio circostante. Il deserto fissato nella sua immobilità perde le sue prerogative anti borghesi a favore di un sinistro e soffocante on the road spogliato di speranza e libertà. Gli stessi Roy e Gilbert due piccoli borghesi reduci di guerra sono nuovamente costretti a mettere in discussione la propria mascolinità in un perverso gioco di potere che non tarderà a confondere i ruoli. Uno degli aspetti più interessanti della storia è che, pur non rinunciando ad elementi visivi tipici del genere, quali una fotografia contrassegnata da luci e ombre, una suspence perfettamente accordata alle inquietanti note di Leith Stevens, un buio che avvicina vittime e carnefice, la regista dispiega il racconto alla sua maniera ovvero focalizzando l’attenzione sull’aspetto psicologico, sul controverso rapporto dei protagonisti su un evento eccezionale vissuto e osservato da due persone qualunque. L’azione perde il suo predominio a favore di una narrazione essenziale, senza orpelli, ma di incredibile efficacia. Ma la controtendenza più evidente affiora nella totale mancanza della dark lady, figura di spicco e vero motore della storia che vede quasi sempre al centro dell’azione un intrigo da svelare e un colpevole da incastrare. La femme fatale se la deve vedere spesso con un’angelica antagonista chiamata a redimere e a liberare l’investigatore di turno dalle maglie della sua inestricabile ragnatela.

Tuttavia le “volute” omissioni vengono ben compensate dalla presenza di un oggetto che, se da una parte simboleggia ed amplifica la virilità maschile, dall’altra smaschera le effimere certezze di un universo popolato da spregevoli individui. Myers non può fare a meno, non può vivere e immaginare una vita senza una pistola da tenere nella tasca e impugnare alla prima occasione. In un dialogo illuminante in cui si lascia andare a ricordi di un’infanzia disastrata, dichiara come si possa comprare tutto ed avere il mondo in mano con un grilletto puntato. Ma quando Roy gli domanda se si è mai trovato dall’altra parte, lui risponde che non succederà mai. In realtà Myers è già dall’altra parte abbindolato dalle sedicenti e ingannevoli tentazioni di quell’arma che si erige a femme fatale. La mancanza del gentil sesso è stata spesso fraintesa e la Lupino si è trovata più volte al centro di un equivoco atto a sottolineare la poco incisiva partecipazione alla causa delle donne. In realtà La belva dell’autostrada possiede una sottile e pungente femminilità che si dipana e rimarca la sua assenza/presenza in quell’arido e sterile deserto percorso dai suoi protagonisti accomunati dallo stesso sesso. La mancata presenza femminile combacia con la durezza di una terra infeconda, senza vita destinata irrimediabilmente ad una tragica e irreversibile perdizione.


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