Far East Film Festival 22 (parte 1)

di Antonio Sofia

Son passati tanti anni dall’ultimo festival a cui ho potuto partecipare. 
Era la Mostra del Cinema di Venezia del 2002, probabilmente l’ultima tappa della giovinezza. Finita l’università, via dalla città natale e dal Sud Italia, è iniziata una fase diversa, in cui le esperienze hanno ruotato prima intorno al lavoro e poi intorno alla famiglia. 
Mi chiedevo ogni tanto se il bellissimo ricordo della Mostra, dov’ero già stato anche nel 2000, fosse enfatizzato dalla nostalgia che, come l’acqua, si infiltra dove può. 
Quando ho visto che, a causa del COVID19, era possibile partecipare online alla ventiduesima edizione del Far East Film Festival, non ci ho pensato su due volte. E, a posteriori, posso dire che, con tutte le differenze del caso, l’eco di quell’esperienza fisica (campeggio in laguna e schermi grandi come mai avevo visto prima) è rinvenuta anche qui, davanti al laptop, negli otto metri quadri della stanza in cui posso fumare la pipa e fare le mie cose: tanti film provenienti da terre lontane e culture diverse ti rapiscono il punto di vista, ti confondono e ti restituiscono all’identità dopo averla messa in discussione e contaminata prodigiosamente. 

Veniamo ai film. Per quanto avessi desiderato coprire l’interezza del programma, mi sono dovuto accontentare di dodici film. La vita smart consente di dividersi tra la cura familiare e il lavoro, ma sfumano oltre l’arbitrio i fini a cui destiniamo il tempo. In ogni caso, un bel bottino, temevo peggio.
L’idea dell’organizzazione di mettere a disposizione da subito quasi l’intero catalogo si è rivelata vincente, così come i giudizi visibili degli spettatori erano mollichine di pane con cui orientarsi (perché fermarsi alle sole stellette e non lasciare due righe di commento? Un’occasione persa dai più, a mio parere).
Vi presento sommariamente questi film e, visto che siamo in un festival e nei corridoi dei festival la disputa sul giudizio è l’anima del gioco, vado contro la consueta riluttanza a esprimermi con voti e numeri ordinali: ed ecco i miei commenti nella forma un po’ barbara e un po’ bambina della classifica di gradimento.

 

12. Gundala, di Joko Anwar, Indonesia
Si inizia dal basso. Gundala dovrebbe dare l’avvio al BumiLangit Cinematic Universe: una sorta di ciclo destinato ai comics indonesiani, perché la globalizzazione “è bella anche se fa male”, oppure no, ma tant’è. Il film è un gran pasticcio: fa ben sperare la genesi del supereroe in un contesto di aspra emarginazione e conflitto sociale, ma poi si attorciglia in uno sviluppo confuso e stancante, per dare il peggio nel terzo atto, quando i nodi si sciolgono insieme alle intenzioni di intrattenere e far pensare. Non va bene al divertimento, perché i combattimenti risultano spezzettati da un montaggio inverecondo; non va bene alla riflessione, perché in assenza di empatia, il plot ha struttura contorta e scrittura esile. Il peggiore dei miei dodici.
Voto: 3

 

11. Exit, di Sang-geun Lee, South Korea
Il film coreano è stata una delle visioni più complicate della mia vita. La vicenda, piuttosto inconsistente, è quella di un attentato nel centro di Seul, che libera del gas tossico letale.
In un’alternanza di registri poco armoniosa, per la superficialità con cui si tratteggiano le motivazioni del gesto terroristico e i tratti psicologici dei personaggi in fuga, si resta attaccati allo schermo per le peripezie acrobatiche proposte: arrampicate sui grattacieli, salti terrificanti nel vuoto, che per quanto uno si ripeta che sia una finzione, producono una certa ansia. Il protagonista, trentenne fallito ed eroe per caso, introduce una chiave satirica sull’ansia di successo della società coreana, ma si empatizza molto poco con il racconto. Compagna di balzi nel vuoto è la direttrice del personale di un ristorante, ossessionata dalla performance professionale al servizio del cliente. Più simile al concept di un videogioco quindi, conferma comunque l’enorme potenza con cui l’immagine tecnica confluisce nell’esperienza cinematografica (si pensi agli effetti leggendari de L’arrivo di un treno nella stazione di Ciotat agli esordi dei fratelli Lumière, 1896).
Voto: 4,5 

 

10. We are Champions, di Jung-Chi Chang, Taiwan
Finite le insufficienze, si approda in Taiwan, ma sembra di essere negli States: un po’ come in Gundama, siamo dinanzi a un format importato e poco reinterpretato. La storia è quella di due fratelli adolescenti: orfani di madre, il padre lontano per lavorare nei cantieri, si dedicano al basket come viatico per il successo economico e personale e finiscono per contendersi la vittoria. Forza vs strategia, spontaneità vs controllo, guardia contro play-maker su parquet. Tanti gli stereotipi che comunque non infastidiscono. Uno dei due ragazzi, il più riflessivo e insicuro, ha perso l’udito e questo aggiunge un ingrediente meno banale a una struttura già sviluppata altrove con esiti realizzativi assai più importanti (si veda lo splendido Warrior di Gavin O’ Connor del 2011). Ottima qualità delle scene di campo, dirette e montate con grande perizia tecnica, garantiscono coinvolgimento agli amanti del genere sportivo e non solo; appena convincente il resto, in una fotografia forse troppo patinata. Bravi gli attori, comunque, a rendere credibili le peripezie emotive di un contrasto, però, sempre orientato all’happy ending finale.
Voto: 6- 

 

9. Changfeng Town, di Jing Wang, China
Forte è l’influenza della tradizione europea su questo racconto di un piccolo centro abitato della provincia cinese, attraverso il punto di vista di un bambino. I riferimenti palesi sono al Truffaut de I quattrocento colpi (1959), ma devo dire che mi ha evocato soprattutto la Romagna di Amarcord (Fellini, 1973) e la provincia italiana in alcuni lavori di Pupi Avati. Probabilmente perché il mimetismo nel racconto infantile è solo parzialmente riuscito. Molto convincente ed elegante la cura del montaggio: i segmenti narrativi in cui il film si suddivide si susseguono con parziali sovrapposizioni, alternando il focus del racconto nello sviluppo di aneddoti che si intrecciano. Si arriva alla conclusione col dubbio che sia soprattutto un esercizio di stile, ma a distanza di giorni qualcosa resta: le facce intense nello smarrimento dei personaggi, le abitudini nei consumi quotidiani (e la sala cinematografica come luogo di seduzione per antonomasia), i tratteggi accurati nella ricostruzione di un entroterra che subisce l’attrazione della modernizzazione del Paese.
Voto: 6

 

8. Colorless, di Takashi Koyama, Japan
Con Colorless è la volta del Giappone e si introduce uno dei temi ricorrenti di questa rassegna: cosa significa essere donna in Estremo Oriente. In questo e nei film che seguiranno sul tema, la condizione femminile sembra visceralmente connessa alla dimensione professionale tout court, un’estrema competizione in cui pochi ce la fanno e chi non riesce rischia di essere dilaniato dalla pressione sociale e, nel riferimento di genere, dal dilagante maschilismo. In questo caso la protagonista è Yuka, una giovane ragazza che spera di sfondare nello spettacolo; a lei si lega Shuji, un altrettanto acerbo fotografo di belle speranze. Il rapporto tra i due è affidato a una scrittura pregevole, che evidenzia la fatica di conformarsi, l’esasperante ricerca di un adattamento che procede per legami fisici e percettivi più che affettivi, la ripetizione di frasi efficaci udite e rimandate a memoria come slogan di un’emotività altrimenti afasica e incoerente. Yuka e Shuji si muovono in un presente ipermediatico, desiderano una sintesi senza la necessità di determinare cosa perdere e cosa acquisire nel processo doloroso della crescita. Per quanto si smarrisca talvolta nel suo stesso discorso, rapito dalla dimensione più estetica del racconto, Colorless inaugura una nutrita serie di film che andrebbero visti e vi auguro di recuperare.
Voto: 6+ 

 

7. Kim Ji-Young, born 1982, di Kim Do-young, South Korea
Come già in Colorless, ma trasversalmente a Victim(s), Exit, e ad altri film che seguiranno, la rappresentazione della donna nella società, nella famiglia, nella sua stessa ricerca di identità, è stata al centro della rassegna. Questo film sudcoreano è tratto dal romanzo omonimo di Cho Nam-joo, un best-seller inedito in Italia, che ha denunciato la persistente misoginia e l’oppressione strutturale della donna nel XXI secolo. Una donna che diventa madre per estorsione affettiva nel pieno della propria crescita professionale, deve accettare di ritardare il ritorno al lavoro per una scelta di cura familiare, ha difficoltà a farsi comprendere da un marito devoto e disponibile, comunque immerso in un sistema ultracompetitivo che punisce il maschio disallineato. Kim Ji-Young voleva fare la scrittrice, finisce per lavorare nella comunicazione e nel marketing, patisce l’isolamento casalingo al punto di evidenziare un cedimento nervoso: nelle crisi che si aggravano lungo il racconto, perde se stessa e incarna le voci della madre e della sorella, donne che non hanno accettato il ruolo che lei si trova a patire. Un film che ha il pregio della delicatezza e della misura, pur risultando nel complesso piatto e monocorde. Di certo una visione che solleva riflessioni evidentemente non più derogabili.
Voto: 6,5 

 

6. Victim(s), di Layla Ji, Malaysia
Il film di Layla Ji è stato un piccolo fenomeno del Far East Film Festival 22. Per la prima volta un film della Malaysia si piazza al secondo posto nella competizione, aggiudicandosi il Gelso d’argento. Nella reticenza del pubblico online a lasciar commenti, Victim(s) ne presentava qualcuno in più della media: il film piaceva, colpiva, stupiva persino.
Il film affronta il bullismo, lo stile è quello del crime. L’aggressione a tre studenti, la morte di uno di loro per mano di un compagno di classe reo confesso, non basta a indicare chi siano le vittime del titolo. La sceneggiatura tende ad affermare un principio che mi convince parzialmente: ogni violenza è generata da altra violenza, implicita o esplicita; e, nella relazione prevaricante continua e ossessiva si esprime il malessere del bullo quanto si origina quello della vittima. La concatenazione, però, mi pare meccanica, troppo, ogni scelta dei personaggi risiede in una causa univoca, posta in evidenza dinanzi allo spettatore che deve attendere la rivelazione dei nessi di causa-effetto più che interpretare ciò che viene mostrato. Si tratta di un film senza dubbio molto intenso. Nella mia personale classifica non è sul podio, perché ho rilevato dei limiti nella sceneggiatura quanto nella messa in scena, una voracità bulimica del filmico nell’aggredire il reale che non apprezzo fino in fondo.
Impossibile non citare la bellissima sequenza di danza che, in un lento carrello a ritroso, conclude il film.
Voto: 7-

Appuntamento al weekend per i primi cinque film della mia personale classifica!!!


 

3 risposte a "Far East Film Festival 22 (parte 1)"

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